La nostra Africa di Michelangelo Bartolo

“La nostra Africa – cronache di viaggio di un medico euroafricano” non è soltanto un romanzo completo, autentico, coinvolgente, ma è molto di più. L’autore Michelangelo Bartolo, oltre ad essere ottimo scrittore che offre al lettore una narrativa scorrevole e estremamente piacevole, è anche medico e angiologo. Dirige infatti il reparto di telemedicina dell’Ospedale San Giovanni di Roma. Egli ci narra della sua storia in Africa, dove ha realizzato con volontà e tenacia uno dei più importanti programmi di cura per combattere l’Aids.
Dichiara l’autore: “Dal 2001 ho compiuto decine di missioni in Paesi africani per aprire centri clinici di cura e servizi di telemedicina. Pubblicato inizialmente come e – book e successivamente da Gangemi Editore, “La nostra Africa”, nel marzo 2012 si è collocato per tre settimane tra gli e – book italiani più venduti ed ha avuto numerosi riconoscimenti letterari. Il tutto ha suscitato nei lettori una spontanea raccolta di fondi per progetti di cura in Africa, specialmente per aprire dei centri di telemedicina. Tra l’altro tutti i diritti d’autore andranno a finanziare questi progetti di cura.”
Approfondimenti sul libro si possono trovare su www.mbartolo.com che è il sito ufficiale della suddetta opera. Prosegue Michelangelo Bartolo: “Non si tratta del solito libro sui mali e drammi dell’Africa, anzi. E’ un racconto delicato che svela solo nella postafazione che il programma di cura narrato è DREAM della Comunità di Sant’Egidio, quasi per dare la possibilità a tanti di identificarsi e immedesimarsi nel lungo e significativo viaggio. Il romanzo inizia in Monzambico, prosegue in Tanzania e termina in Africania, paese simbolico, ma estremamente reale.”
Scrive di questo libro Roberto Gervaso: “Non è solo un libro da leggere: è anche un libro da vivere. E’ la storia di un medico che ha scelto di essere anche un missionario in Africa. Questa è la sua prima testimonianza scritta con passione, vivacità, humour. Aspettiamo la seconda.” La nostra Africa ha ottenuto le recensioni anche da Andrea Camilleri, Flavio Isinna, Max Gazzé, Paola Saluzzi, Lorella Cuccarini, Enrico Varriale, Giobbe Covatta, Mario Marazziti.
Un libro tra le cui pagine ho sentito vibrare tanta forza, tanta passione, tanta determinazione. E tra gli interrogativi che l’autore si pone all’inizio del viaggio, esplode, improvvisa, come un sole, un’unica, grande parola: amore. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Mozambico – Cap. 1

La capitale del Mozambico mi accolse con un forte temporale. L’aeroporto era semideserto; l’atterraggio del nostro aereo, l’unico presente, sembrava non suscitare molto interesse da parte del personale di terra. In realtà tutti aspettavano che l’acquazzone allentasse la sua violenza. Non esisteva nessun servizio navetta e così ci fecero attendere sull’aereo circa mezz’ora. Poi, visto che il temporale non accennava a diminuire, l’aereo si rimise in moto, si avvicinò il più possibile alla pensilina degli arrivi e ci fecero scendere di corsa.
Fuori dall’aeroporto c’era Joao, un esile signore d’età indefinibile e dall’aria decisamente assonnata; tra le mani aveva un foglio con la scritta del mio nome storpiato solo in parte e l’ordine preciso di portarmi in una casa presa in affitto nel centro della città.
Joao era di poche parole e dato che io parlavo portoghese a monosillabi, il suo silenzio mi sembrò d’oro e mi mise subito a mio agio.
L’impatto con l’Africa fu forte. Non smetteva di piovere a dirotto, ma lungo la strada la gente sembrava non curarsi affatto dell’acqua che scendeva a catinelle. Quasi nessuno aveva l’ombrello; ognuno continuava a camminare imperterrito per la sua meta, fradicio da capo a piedi. Pochi metri oltre la recinzione dell’aeroporto, enormi baraccopoli sembravano galleggiare nel fango.
Lungo la strada molti bambini giocavano e si rincorrevano in grandi pozzanghere usate a mo’ di piscina. Li guardavo attonito: si schizzavano l’un l’altro, scherzavano, urlavano divertiti. Le strade a tratti dissestate accoglievano un traffico disordinato, talvolta paralizzante. A ogni semaforo frotte di bambini chiedevano l’elemosina. Una macchina con un bianco a bordo non passava inosservata e tante mani bussavano e si appoggiavano ai finestrini del fuoristrada. L’im-pronta delle piccole mani rimaneva impressa sul finestrino per qualche secondo, poi nuove lacrime di pioggia percorrevano velocemente il segno delle cinque dita e facevano scomparire l’immagine in breve tempo. Ai margini della carreggiata asfaltata sporadici cumuli di im-mondizia, con la pioggia, assumevano un aspetto compatto.
Il mio appartamento era al settimo piano di uno dei più alti palazzi di Maputo. Al centro dell’androne due signori vestiti con indumenti logori, seduti su vecchie sedie di plastica, quasi impedivano il nostro passaggio. Quello che aveva l’aria più sveglia stava russando; l’altro, un ciccione spropositato, mi guardava con espressione interrogativa. Se li avessi incontrati a Roma li avrei subito classificati come alcolisti: qui no. Qui, mi confidò Joao, erano i nostri guardiani. Fantastico! Potevo dormire sonni tranquilli. Il ciccione aveva comunque un compito particolarmente utile e delicato: era l’unico che, con una serie di percussioni sulla porta dell’ascensore, era capace di far muovere quel trabiccolo. Credo che se fossi salito su un biplano avrei avuto meno paura. La cabina dell’ascensore, sprovvista di default di porte interne, durante la corsa emetteva rumori decisamente sinistri e oscillava ritmicamente come il medaglione di un orologio a pendolo. Nei giorni successivi, quando il tank dell’acqua situato sul terrazzo del palazzo iniziò a rigurgitare verso la tromba delle scale enormi quantità di acqua, decisi di non utilizzare più questo prezioso ritrovato della tecnica: in queste occasioni in pochi minuti la cabina dell’ascensore si trasformava in una cabina doccia.
La casa era grande, troppo grande per una persona sola. Il salone era arredato con l’essenziale: un tavolo rotondo, una credenza impreziosita da vetrinette con sbiadite decorazioni floreali, un mobile anni Sessanta con un grande specchio a tratti opaco e tre divani. La cucina era enorme: aveva diversi armadi a muro, un doppio lavabo di marmo, un paio di fornelli elettrici e un grande frigorifero bianco. Sul tavolo c’erano tre bacinelle piene d’acqua.
«Come mai c’è quest’acqua?» domandai preoccupato.
Joao si avvicinò al lavabo, aprì il rubinetto che rispose alla sollecitazione emettendo solo strani gorgoglìi e niente più.
«Capisco…» dissi trovando fondamento alle mie preoccupazioni.
Poi Joao, mostrandomi una chiavetta tra il mazzo di chiavi di casa, mi disse:
«Questa è del frigorifero».
«E a che serve?» chiesi stupito.
Non mi rispose. Si avvicinò al frigo, introdusse la chiavetta nella toppa come se lo dovesse mettere in moto e aprì lo sportello. Si voltò verso di me e, senza interrompere il suo sacro silenzio, fece una smorfia come a dire: ecco a che serve.
Poi mi mostrò lo scaldabagno.
«Per accenderlo basta inserire la spina, ma ricordati di staccarla quando esci».
«Funziona senza chiave?» domandai con un pizzico di ironia.
Joao, ancora una volta, non mi rispose.
Mi mostrò quindi il bagno, le stanze da letto e mi portò sul balcone.
«La porta si apre solo dall’interno; se esci» mi disse alzando lentamente il dito indice «metti sempre una sedia per bloccare la porta. Un tuo collega è rimasto una giornata intera qui fuori prima che lo venissi a liberare».
Prima di andare via mi scrisse su un foglietto il suo numero di telefono e mi consegnò il copioso mazzo di chiavi con una scarna raccomandazione:
«Quando sei a casa, chiuditi sempre: di notte e di giorno».
Dopo poco mi salutò; mi chiusi, anzi mi barricai in casa e mi tuffai sull’unico letto che sembrava rifatto da poco.
Il giorno dopo cercai ingenuamente di cambiare le mie lire in metical, ma la fine del 2001 coincideva con gli ultimi mesi di vita delle nostre vecchie banconote e fu quasi impossibile trovare una banca che accettasse una valuta che aveva ormai i giorni contati.
Mi trovavo a Maputo perché mi era stato proposto di dare una mano per l’avvio di un nuovo programma di cura e prevenzione per l’Aids in Mozambico, uno dei Paesi più poveri del nostro pianeta. Dilaniato da una guerra civile durata sedici anni pagata al prezzo di oltre un milione di morti, era uno stato che a fatica cercava di risollevarsi da un lungo periodo buio.
L’Italia ha un particolare legame con questo Paese: le trattative di pace durate più di due anni si svolsero a Roma presso la Comunità di Sant’Egidio che da allora fu da alcuni definita come «L’Onu di Trastevere». In seguito la missione Italfor Albatros garantì in Mozambico la presenza di un contingente militare di oltre mille alpini che aveva il compito di verificare l’effettivo cessate il fuoco, la smobilitazione dei gruppi armati irregolari e controllare lo svolgimento di regolari elezioni.
In quei tempi non ne sapevo molto di più ma già queste poche nozioni mi bastarono per accettare, con un pizzico di entusiasmo e con molta titubanza, di recarmi per un breve periodo a Maputo,
Iniziai a parlare dell’idea a mia moglie che mi sostenne parecchio in questa scelta e incoraggiò subito la mia decisione di partire. Non ero però altrettanto sicuro della reazione del mio primario. E invece anche lui non solo mi firmò tutte le ferie necessarie in un periodo de-cisamente anomalo, ma mi sostenne anche nella spesa del biglietto aereo. Escludendo per una serie di motivi che il mio capo fosse l’amante di mia moglie, decisi quindi di dare la mia disponibilità per un mese in Mozambico, non di più.
Dall’Italia, a eccezione di alcuni Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, non esistono voli diretti per l’Africa. Per andare oltre il deserto del Sahara bisogna obbligatoriamente transitare per una capitale europea come Parigi, Francoforte, Zurigo, Amsterdam o Londra. Per questa mia prima missione il piano di volo era Roma, Parigi, Johannesburg, Maputo. Quasi ventiquattr’ore di viaggio.
Nella valigia avevo infilato di tutto. Oltre al vestiario avevo libri, caffè, parmigiano, tonno, spaghetti, quaderni, penne, matite, post-it, pile di ogni voltaggio e dimensione. Sensibilizzando alcuni informatori farmaceutici amici, mi ero fatto regalare farmaci di ogni tipo e una certa quantità di fonendoscopi e otoscopi.
Durante l’intero viaggio non chiusi occhio. Ero chiaramente emozionato, preoccupato, spaventato. Molti erano gli interrogativi che mi ronzavano per la mente: riuscirò a essere di aiuto in questo contesto? Sarò all’altezza delle situazioni che incontrerò? Sapevo bene, infatti, che un angiologo in un Paese del Terzo mondo poteva servire ben poco.
Non avrei trovato un ambulatorio pieno di signorine angosciate dal danno estetico delle microvarici sulle cosce o, peggio ancora, sulle gambe. Non solo perché le necessità mediche in queste latitudini sono decisamente diverse, ma anche perché nelle donne di colore le microvarici, se ci sono, non si vedono.
Mi ripassai qualcosa sulle malattie infettive e ristudiai le posologie dei farmaci in età pediatrica, ma la mole di nozioni da apprendere era assolutamente spropositata di fronte al tempo che avevo a disposizione. Mi concentrai sulle nozioni di base di tubercolosi e malaria, ma più leggevo e più mi rendevo conto che ero la persona sbagliata che stava andando in un luogo sbagliato e, forse, anche nel momento sbagliato.

***
La nostra Africa
di Michelangelo Bartolo
Gangemi Editore, 2012 – pag. 295

Michelangelo Bartolo

Michelangelo Bartolo, nato a Roma nel 1964, medico, angiologo. Dirige il reparto di Telemedicina dell’Ospedale San Giovanni di Roma. È tra i realizzatori del programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio per la prevenzione e il trattamento dell’Aids e della malnutrizione in Africa. Come volontario ha compiuto decine di missioni in diverse nazioni dell’Africa Sub-Shariana per aprire e seguire l’andamento di centri di cura. Ha fondato la “Global Health Telemedicine onlus” per diffondere servizi di telemedicina in Africa. Il suo primo romanzo, “La nostra Africa. Cronache di viaggio di un medico euroafricano” ediz. Gangemi, ha avuto 3 edizioni e 17 riconoscimenti letterari.

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7 Commenti

  1. amo questo libro.
    amo il lavoro che fa l’autore, il programma di cura e speranza a cui partecipa, il modo leggero e coinvolgente che ha di raccontare grandi successi ma anche grandi tragedie, per far riflettere senza appesantire ma dando speranza e credendo che sia davvero possibile cambiare il mondo, con la forza debole dell’impegno e dell’amore.
    Un libro che tutti dovrebbero leggere.

  2. Il racconto relativo alla vicenda al porto per sdoganare le apparecchiature sembra alla 007, poi quello dei condizionatori più sono grossi più è potente il funzionario, poi in albergo ……, nel centro di accoglienza – un medico che ha fatto poco questo mestiere molto il faccendiere – funzionario -intermediario; devo rileggerlo Pasquale

  3. sono una infermiera ed un volontaria: mi sono salite le lacrime agli occhi leggendo le sue parole. Grazie, per quello che ha fatto e vissuto e, soprattutto per avermi fatto ritrovare i volti delle persone e rivivere le emozioni che anche io ho avuto l’immensa fortuna di conoscere nella “nostra” Africa

    • Ringrazio di cuore per il commento e per le osservazioni sul libro… Ogni commento di ogni lettore è una piccola riflessione in più che mi aiuta a comprendere meglio quanto ho scritto nel libro.

  4. ” La mia Africa ” e’ meta diario
    e meta’ romanzo straordinario.
    Il dottor Bartolo racconta un continente
    come se vivesse tra la gente
    della sua borgata ,
    tanto per dire Tor Vergata.
    E si legge tutto d’ un fiato,
    ma poi va meditato.
    Perche’ l’ Africa da copertina
    non e’ la vera e genuina,
    ma solo un vasto continente
    che disturba un poco la mente.
    E invece certi costumi ed usanze,
    mia gente dalla buone creanze,
    danno tanti insegnamenti,
    e – sia detto, fuori dai denti –
    posson aiutarci a ricordare
    che qualcun aspetta da mangiare.

    Gaetano

  5. Vorrei leggere come continua sull’effetto che le parole danno nel creare una realtà suggestiva e quasi irreale del posto. Il fascino dello scrittore è questo! Grazie

  6. Inizio questo mio commento proprio dalla fine di quanto ho letto, cioè dalla frase:
    “mi rendevo conto che ero la persona sbagliata che stava andando in un luogo sbagliato e, forse, anche nel momento sbagliato.”..
    credo che nessuna persona può dirsi sbagliata o che va in un luogo sbagliato, perché tutti a questo mondo abbiamo uno scopo su questa terra, anche se molto spesso non riusciamo a percepirlo subito.. e poi nessun luogo è sbagliato, o anzi quel luogo non era sbagliato.. forse se il destino l’ha mandato in quel luogo ci sarà un motivo.. a primo acchito sembra un mondo così inusuale e triste, ma credo che in ogni difficoltà c’è un seme di una grande opportunità.. e quindi di fronte a queste difficoltà tangibili, ci sarà una grande opportunità.. e in questo caso, secondo me, è l’affetto incondizionato che possono dare queste persone e soprattutto questi ragazzini.. che non chiedono nulla, ma ti regalano un sorriso..
    questo libro, da quel poco che ho letto, non sembra come quei “soliti” libri sull’Africa, che descrivono le pessime condizioni di questa terra, e che alla lunga non fanno altro che annoiare il lettore..qui, ho riscontrato una sensazione di affetto e di partecipazione, senza alcun giudizio negativo.. per questo mi farebbe piacere poter leggere tutto il libro..

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