La più bella delle tutte di Simona Valigi

Un libro bellissimo, toccante, commovente, profondamente vero. Pagine di grande impatto emotivo e cariche di pathos si snodano in un tracciato denso di dolore ma che ha già in sé i segni della speranza e della guarigione. Del resto è risaputo, l’inverno nutre i germogli della primavera con le sue nuove foglie e fiori nuovi, come la primavera racchiude già al suo inizio la luce e il sole dell’estate. “Il tumore ti cambia la vita. Questo pensai mentre tornavo a lavoro dopo aver fatto fisioterapia” – scrive l’autrice – per poi proseguire: “Da tempo tutto intorno a me sembrava appartenesse a qualcun altro, mi sembrava che la mia vita non fosse più mia, ma di una sorte misteriosa e avversa e soprattutto mi sembrava così diversa da me, dal mio viso, dai miei occhi, dal mio cuore e perfino dal mio profumo…” Ho riportato l’incipit di questo racconto perché è scritto in maniera esemplare, perché ti fa calare subito nella storia, perché pare frangerti l’anima, proprio come fa un’onda sugli scogli della vita.
A Samantha, giornalista in carriera, viene diagnosticato un tumore al seno. Si tratta di una notizia sconvolgente, ma lei non si abbatte, affronta con coraggio le difficoltà e lotta per la vita con autostima e determinazione convinta che tornerà a stare bene e che riuscirà a superare tutto. Un libro intensissimo, tenerissimo, una storia straordinaria scritta in punta di penna e con poetica fermezza. Un viaggio attraverso ricordi ed emozioni che coinvolge e avvolge il lettore in una spirale di sensazioni magnetiche, perché la vita, come scrive Simona Valigi, diventa anche tanti ricordi. Le persone passano, passano cose e eventi, ma si resta in compagnia delle nostre immagini, quelle di quando c’erano tutti e si rivive in questi momenti la memoria del passato. E la vita è speranza, attesa, coraggio, forza ed anche memoria. Ricordare è vivere nuovamente e ancora più appassionatamente. Bellissimo. Nicla Morletti

Anteprima del libro

“Il tumore ti cambia la vita”. Questo pensai mentre tornavo al lavoro dopo aver fatto fisioterapia. Da tempo tutto intorno a me sembrava appartenesse a qualcun altro, mi sembrava che la mia vita non fosse più mia, ma di una sorte misteriosa e avversa e soprattutto mi sembrava così diversa da me, dal mio viso, dai miei occhi, dal mio cuore e perfino dal mio profumo (durante la chemio non hai più nessun odore “tuo”, ti è sottratto anche quello…). Ero in jeans, maglietta e giacca di pelle, l’abbigliamento che avevo ormai adottato come divisa. Non portavo più nessun gioiello né fronzolo, tutto era di troppo e d’intralcio nello spogliarsi, vestirsi e rivestirsi degli ospedali. I pantaloni mi davano sempre molto da fare, erano ormai stretti e mi segnavano i fianchi. Mi ero gonfiata molto con la terapia endocrina e non volevo comperare niente, fino a che non fossi tornata in forma come prima, perché sicuramente sarei tornata in forma come prima: alta, magra e ossuta. La parrucca era stata scelta con attenzione: lunga, liscia e di color castano chiaro, con qualche colpo di sole qua e là. Mi piaceva portarla con la coda spettinata scesa sulle spalle, mi aiutava ad avere un’aria più sbarazzina e meno malata. Gli orecchini erano quasi sempre quelli di mia nonna.

Mi avevano appena commissionato un pezzo sul terremoto ad Haiti dal giornale e per il giorno dopo dovevo consegnarlo. Ero già in ritardo e il tempo di pensare e piangersi addosso non c’era e soprattutto la vita doveva pur riprendere, altrimenti tutto sarebbe andato in malora. Avevo molta strada da fare prima di tornare a star bene, ma per fortuna non lo sapevo. Credevo ogni giorno di aver quasi finito terapie e cure, di avere un giorno in meno sulle spalle da sopportare per poi tornare alla mia vita, con tanta gratitudine per tutti i nuovi giorni che sarebbero venuti ancora nella noiosa normalità quotidiana. Non era così. Stava arrivando la primavera e sembrava più facile crederci, credere di farcela, persino decidere di fare una passeggiata sembrava facile. Ogni volta che uscivo dall’ospedale mi capitava di rivivere tutto quello che mi era piovuto addosso da quando avevo preso brutalmente coscienza di avere un tumore. Pensavo spesso al tumulto di emozioni contrastanti che mi soffocavano, dovevano essere comuni a tutti quelli che stavano vivendo la mia stessa situazione, ma ciò non mi consolava affatto, anzi vedevo negli altri malati la rassegnazione al tumore che io non accettavo, non volevo arrendermi a un’evidenza schiacciante come la mia diagnosi, volevo farcela a vivere e chiunque si fosse messo tra me e la mia certezza era un ostacolo o qualcuno con cui non volevo confrontarmi. Di tumore non sempre si muore pensavo, ma tutti quelli nelle mie condizioni sembrava volessero farmi credere il contrario. La diagnosi all’inizio era per me inaccettabile, sconvolgente, incredibile soprattutto di notte quando mi svegliavo col cuore in gola e pregavo fosse un incubo e quando con me si svegliava anche Federico, il pianto ci univa disperati e soli con un dolore grande da decifrare. La mia consapevolezza lucida e disperata mi portava a reagire, ma la mente attiva e vigile mi riportava invece un passo indietro, da dove ero razionalmente e a fatica partita: e se dopo l’operazione, la chemio e la radio lui torna? Ecco cosa mi assillava quando il controllo dei miei pensieri mi veniva soffiato via dall’emotività che sopraggiungeva improvvisa, inesorabile, crudele.

Da anni io e le mie amiche storiche amavamo riunirci a chiacchierare di tutto, non eravamo sempre in sintonia, ma stare insieme era davvero bello. Appena uscita dalla fisioterapia pensai che era meglio vedere loro e non chiudermi in casa a scrivere. Cosi ci incontrammo in un ristorante tipico romano dove ordinai una pasta cacio e pepe, la mia preferita. Io Samantha, la più giovane d’età del gruppo e free lance giornalista. Avevo lasciato il mio lavoro dopo che era nato Rocco. Fare la mamma a tempo pieno mi impegnava tanto e mi piaceva anche molto: la missione per la quale ero stata geneticamente programmata vinceva sentimentalmente e mi gratificava a tal punto da farmi riuscire a rinunciare per un po’, al mio futuro giornalistico. Per arrotondare il budget familiare e per non finire tra tutte quelle donne in carriera sommerse da pannolini e lavatrici che vengono dimenticate dal mondo e da se stesse, continuai a collaborare con il mio giornale pensando che nella vita tutto torna e passa e che prima o poi avrei ripreso in mano la mia carriera. Faccio parte di quella generazione di donne che hanno raccolto i frutti di mamme emancipate che le hanno spinte a lavorare per essere psicologicamente indipendenti, perché loro per poco, appena un soffio, non erano riuscite a farlo. Il tempo del femminismo le era passato sotto gli occhi come un treno perso e così le figlie venivano caricate della responsabilità di rendere “felici” mamme “infelici” con la loro vita brillante e di successo. Io ero una di quelle.
Fabrizia, chiamata da Rocco la zia Fabry. È lei che ha visto nascere mio figlio al posto mio durante il parto cesareo. È lei che è venuta ad assistere al mio intervento chirurgico. Una sorella acquisita. Piccola di statura e sempre uguale da quando ci siamo conosciute con la sua camminata veloce e il suo caschetto di capelli neri. Esagerata in tutto e con tante fissazioni come credere che qualcuno la ascolti o la spii, sentendo le sue conversazioni telefoniche quando racconta qualcosa di suo. Solo vedendoci quindi è possibile avere un riscontro di ciò che le accade davvero. Medico endocrinologa, lavora e collabora con riviste specializzate dove la sua dieta va alla grande così come la sua soddisfazione quando afferma che per non ingrassare bisogna mangiare un po’ di tutto senza esagerare… non ho ancora capito dove è il limite del non esagerare! Ci siamo conosciute durante l’università, facevamo le hostess per congressi medici, si guadagnava bene e ci divertivamo insieme, soprattutto quando prendevamo in giro chiunque ci stuzzicasse la fantasia e avesse malauguratamente deciso di partecipare a quel congresso. Poi non appena preso lo stipendio, ci impegnavamo a spenderlo tutto velocemente per qualcosa della quale veramente non potevamo farne a meno: “dodici di tutto”, come nei corredi delle nonne, era il nostro motto.
Gianna, altra zia per Rocco e altra insostituibile sorella acquisita. Glamour, bionda e sorridente, anche lei con me durante l’intervento e anche lei come me romana d’adozione. Agente immobiliare, sempre in giro trafelata tra un appuntamento e l’altro. La sua caratteristica è di diventare amica con quasi tutti i suoi clienti che poi inevitabilmente, se uomini single, ci provavano per venire puntualmente rifiutati. Ha un figlio quasi maggiorenne che la impegna molto, come accade a tutti i genitori separati che allevano figli in solitudine quotidiana e con dedizione assoluta. Durante il corso di marketing e giornalismo appena finita l’università abbiamo fatto coppia fissa, eravamo sempre pronte a prenderci in carico qualsiasi lavoro ci fosse da fare e la nostra voglia di carriera era tangibile e soprattutto ci faceva sentire proiettate verso un futuro solo nostro e, ovviamente, pensavamo pieno di soddisfazioni. Una sera ci inventammo le risposte di tutto un questionario di marketing che avremmo dovuto fare intervistando la gente per strada, perché avevamo una festa in discoteca e non volevamo perderla. Facemmo mattina a ipotizzare risposte più o meno corrette ridendo fino al mal di pancia. Il bello fu che, confrontandole poi con i lavori degli altri allievi, andavano benone e la votazione fu altissima.

***
La più bella delle tutte
di Simona Valigi
2013, 64 p., brossura
Gruppo Albatros Il Filo
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Simona Valigi

Simona Valigi è nata a Perugia. A diciannove anni si trasferisce a Roma per gli studi e il lavoro nel campo della comunicazione e del marketing. Oggi vive ad Assisi con la famiglia. La più bella delle tutte è la sua prima esperienza letteraria.

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8 Commenti

  1. In famiglia, putroppo, conosciamo l’argomento. Credo davvero che questo libro, potrebbe essere una lettura adatta a superare la tristezza.

  2. Neoplasie, tumori, mali inguaribili… tutti nomi che spaventano ognuno di noi. Parlarne e stare vicini il più possibile a tutte le persone che ne sono colpite aiuta moltissimo i malati ma arricchisce notevolmente anche gli altri.

  3. Ringrazio tantissimo Simona Valigi per l’invio del libro con dedica. Una sola cosa rimane da fare, inoltrarmi nella lettura del libro. Grazie di cuore e a presto.

  4. Calarsi nel mondo di un malato di tumore serve anche a chi non ha mai dovuto affrontare direttamente la malattia, farlo in questo modo aiuta a capire e a restare concreti adavanti ai problemi. Mi piace.

  5. Mi sono ritrovata (anche se indirettamente) in queste righe, perchè una persona a me molto vicina ha avuto un’esperienza simile (sarebbe contenta di leggerlo anche questa persona ovviamente). Posso solo dire che quando si ammala una persona, è come se si ammalasse anche chi le sta vicino, quindi trovo sia bello che la protagonista abbia delle amiche sincere. Ci vuole una gran forza di volontà per percorrere un simile calvario, ed è importante che ci sia qualcuno che ti sostenga.

  6. e’ un argomento a me molto vicino e ogni volta che se ne parla i ricordi di una persona a me cara riemergono tutti in questi casi si pensa sempre che si sbaglia

  7. Dopo la lettura dell’anteprima del libro, mi sono posta una domanda “Cosa si prova quando ti viene diagnosticato il tumore?” I giorni che passano tra sedute di chemio, esami sopra esami, la famiglia da portare avanti…… Sicuramente, il libro sarà coinvolgente!

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