La ragazza del treno di Federico Fontana

Una trama ben costruita, una narrazione fluida, chiara e scorrevole rendono La ragazza del treno di Federico Fontana un romanzo allettante ed estremamente piacevole, grazie anche ai contenuti e ad uno stile moderno e duttile adatto ai lettori di ogni età.

Fabio, il protagonista, è il figlio del nostro tempo, sotto certi aspetti, con le sue speranze e inquietudini, con le sue certezze e incertezze. Man mano che scorrono le pagine il viaggio di Fabio diviene anche il viaggio del lettore, il viaggio di ciascuno di noi nel mondo degli affetti e delle emozioni. Il bambino che c’è in noi torna alla luce ed illumina la nostra strada nei momenti in cui l’abbiamo smarrita. Questo è il bellissimo messaggio che l’autore ci vuole trasmettere. Se riusciamo a vedere il mondo con gli occhi di un bambino, forse tutto non andrà perduto. E le emozioni scivoleranno in noi leggere, facendoci vedere il lato buono della vita. Un ottimo romanzo scritto egregiamente, un romanzo della memoria e molto di più che catturerà il lettore in una spirale di curiosità ed emozione.
Nicla Morletti

Dalle prime pagine

Ci sono momenti in cui la vita sembra ristagnare, in cui gli eventi che segnano il nostro cammino sono incanalati verso una direzione già tracciata. Poi un giorno, improvvisamente, può capitare che quel cammino cambia rotta. Un viaggio, un incontro casuale ed eccoci su una nuova strada, sconosciuta e misteriosa e per questo intrigante.
Tutto cominciò un venerdì mattina su un treno diretto a Bologna e che mi avrebbe portato verso un nuovo destino…

Il viaggio

Dal finestrino della carrozza della metro, che al solito strabordava di gente, riuscivo a malapena a scorgere la scritta “Termini”. A fatica con il bagaglio ben stretto in mano, mi avviai verso l’uscita, tra una miriade di gambe e ascelle pezzate, riuscendo grazie al mio fisico asciutto a schizzare velocemente fuori, imbattendomi in una coda di persone dirette verso le scale che portano all’ingresso della stazione ferroviaria.
Affrettai il passo. Dovevo prendere il treno per Bologna. Lo scopo di questo viaggio che già da tempo avevo in mente di effettuare, era l’incontro con una ragazza conosciuta su Internet. Incontri che di questi tempi, con l’uso sempre più ricorrente dei social network, erano piuttosto di moda.
Era da oltre due mesi che quasi tutte le sere, prima di andare a dormire, mi collegavo su Messenger, e puntualmente verso le 23.30 “mi incontravo” con desiderya81, questo era il nick di Tania.
Non amo troppo le chat: trovo dispersivo passare ore davanti a uno schermo e una tastiera a scrivere stronzate o a cercare di attaccare discorso magari con maniaci che rispondono al nome di diavolessa85, formosa28 o bambola80. Ma lungi da me prendermela con gli habitué di questi incontri virtuali.
Tania, da quello che avevo potuto scoprire, era una ragazza semplice, che chattava per passatempo e con la quale si era instaurato un rapporto di reciproca simpatia.
Dopo una naturale diffidenza, soprattutto da parte sua, avevamo deciso di incontrarci per conoscersi di persona. Nessuna velleità particolare, solo il piacere di passare una giornata insieme e poi chissà…
Mentre la scala mobile mi portava verso i binari, pensavo a quello che stavo facendo. Ero abbastanza eccitato all’idea di questo incontro al buio: si presentava quanto meno come un diversivo alla monotonia di tutti i giorni e con l’occasione avrei visitato Bologna dove non ero mai stato prima.
Giunto dinnanzi al pannello dove sono indicati gli orari dei treni in partenza, vidi che l’IC 582 diretto a Milano Centrale, sarebbe partito alle 8.47 dal binario 6.
Siccome sapevo del maggior afflusso di viaggiatori per il week-end mi ero premunito prenotando il posto.
Il treno già sostava lungo il binario. Il vagone era stracolmo di passeggeri, gli scompartimenti erano già tutti occupati e inevitabilmente qualcuno litigava per accaparrarsi i pochi posti rimasti liberi. Molta gente si era già sistemata lungo il corridoio e nelle piattaforme d’entrata, ostacolando il passaggio e rendendo assai difficoltoso il breve tragitto fino allo scompartimento. Più che su un treno di vacanzieri del week-end, mi sembrava di stare su un convoglio di profughi o su un carro bestiame. Il caldo poi non migliorava la situazione e la puzza di sudore aveva già reso l’aria stantia.
Finalmente raggiunsi il mio scomparto che si trovava più o meno al centro del vagone. C’era un solo posto libero, quello vicino al corridoio, ed era il mio.
Fui subito preso dallo sconforto alla vista di quelli che sarebbero stati i miei compagni di viaggio. Alla mia destra c’era un’anziana signora dallo sguardo severo che probabilmente, alla prima occasione, avrebbe trovato un pretesto per lamentarsi. Nei due posti adiacenti al finestrino, uno di fronte all’altra, sedeva una coppia di fidanzatini giapponesi che, eccitati da quella che doveva essere la loro vacanza in Italia, scattavano foto a raffica, ridendo e pronunciando suoni incomprensibili. Erano alquanto irritanti e non capivo cosa avessero da fotografare dentro un treno fermo alla stazione.
Lo scompartimento inoltre era colmo dei loro bagagli: viaggiavano con una media di due valige e mezzo a persona, senza contare zaini e buste di plastica con il pranzo, per non parlare poi del ridicolo cappellino che portavano in testa, munito di una piccola lampadina, simile al casco di un minatore, che probabilmente serviva per leggere durante la notte o nelle gallerie.
Di fronte a me sedevano una donna sui quaranta anni, piuttosto sgraziata e dalla corporatura abbondante, e suo figlio, un bambino già paffutello, con gli occhiali, che sgranocchiava patatine.
Sconsolato, chiesi permesso e sistemai il mio bagaglio, non prima di avere preso un libro, l’unico compagno gradito di quello che si prospettava un viaggio poco allegro.
Nel sistemare il bagaglio urtai inavvertitamente l’ingrugnita signora che sedeva al mio fianco, la quale come era prevedibile, mi lanciò un’occhiataccia. Le mie pronte scuse la quietarono prima che cominciasse a brontolare.
Sentii in quell’istante le porte dei vagoni chiudersi e il fischio del capostazione anticipò il lento movimento del treno. Dopo pochi secondi una voce piuttosto grezza e dalla marcata cadenza romana, diede il benvenuto ai passeggeri, elencando tutte le fermate che il treno avrebbe effettuato fino a Milano e avvertendo che a bordo era attivo il servizio ristorazione.
Mi guardai intorno e notai che i miei compagni di viaggio erano assorti nei loro pensieri e nessuno proferiva parola a esclusione dei due giapponesi che continuavano a parlottare.
Il lieve dondolio del vagone, che si accompagnava all’inconfondibile rumore delle ruote sui binari, mi procurò un leggero torpore. Le mie palpebre si abbassavano lentamente per poi spalancarsi all’improvviso a causa dei frequenti scossoni che subiva il vagone sulle rotaie. Quando l’assopimento l’ebbe vinta, la testa mi cadde sul guanciale del sedile.
Il mio lieve sonnecchiare fu interrotto però in modo brusco dall’addetto al servizio ristorazione, che a Roma chiamano bibbitaro. Passando lungo lo stretto corridoio vociava: «Caffè, panini, birre… » Sopraggiunto in prossimità del nostro scompartimento, udii la voce del bambino obeso che sedeva di fronte a me esclamare: «Mammà, mammà, ci accattamme e patatine?»
«Vincenzì, ma se hai appena finito nu pacco intero!» sbottò la madre.
«E dai mammà, tengo ancora fame!» insistette lui.

La ragazza del treno
di Federico Fontana
Editore: Tabula Fati
Collana: Nuove scritture
Anno edizione: 2012
Pagine: 96 p. , Brossura