Lajos il Barbaro di Angelo Vaccari

Dotato di una solida preparazione culturale e di una capacità narrativa eccellente, Angelo Vaccari ci propone un nuovo romanzo storico la cui trama avvince e convince, attrae e incanta. La storia è ambientata nell’anno 887 quando gli Ungari stanno attraversando le Alpi per entrare in Italia. Il giovane guerriero Lajos rimane sconvolto dalla notizia che suo padre desidera donare la sorella Arla alle streghe affinché il Dio del suo popolo benedica lo spostamento. Attraverso varie vicende e vicissitudini scopriamo così un mondo sconosciuto tra villaggi devastati e gente massacrata. Re Berengario deve affrontare l’emergenza e cercare di fermare i barbari che, implacabili, stanno distruggendo l’Italia del Nord. Trionfa la fede cristiana, decadono le credenze religiose degli Ungari. Un romanzo senza dubbio avvincente, ricco di descrizioni  in cui la realtà si fonde alla magia, la crudeltà dei tempi alla forza dei combattenti. Al centro l’Abbazia di Nonantola, devastata dagli Ungari. Un ottimo lavoro di grande impegno che si tramuta in una lettura appassionante e densa di pathos in cui trionfa la supremazia dell’amore che riesce a sconfiggere la cultura dell’odio e della distruzione. Nicla Morletti

Anteprima del libro

L’abate a Roma a.D. 887

Il carretto trainato da due asini che trasportava l’abate di Nonantola e due suoi fratelli in Cristo, si fermò alle porte di Roma. Dopo un breve controllo fu lasciato passare, ma quel giorno in città c’era un certo subbuglio.
I tre monaci videro alcuni cittadini uscire da una taverna e correre in direzione del centro storico, c’erano capannelli di persone che discutevano animatamente, in ogni dove l’aria era elettrica.
Il conducente del carretto come al solito imboccò le vie più larghe che portavano al Tevere, ma più si avvicinavano al fiume ed al centro della città, più il nervosismo sembrava crescere.
L’abate non sapeva cosa pensare; era stato tante volte alla Santa Sede e non aveva mai visto una cosa del genere. Ogni tanto sentiva le urla di qualcuno che incitava gli animi e non riusciva a capire molto in quel trambusto, ma le parole che udiva più di frequente erano: “Papa… a morte… tiriamolo fuori di là… facciamola pagare a quel porco…”
L’abate Leopardo non riusciva a mettere insieme quei discorsi e tanto meno a dar loro un senso logico.
Papa Stefano VI era stato eletto al soglio di Pietro pochi mesi prima ed era succeduto a Papa Formoso, anche se in realtà, fra i due e per soli quindici giorni la Chiesa era stata governata da Bonifacio VI, che era spirato in circostanze piuttosto misteriose. Non c’era niente di strano e talmente grave da eccitare gli animi a quel modo; non si era riusciti a dimostrare che Papa Bonifacio fosse stato assassinato.
Un cavaliere raggiunse il carretto dei monaci e rallentò un attimo. “Andate nel convento più avanti fratelli, sta tirando una gran brutta aria.”
L’abate non ebbe il tempo di rispondere o di fare domande, il cavaliere si stava già allontanando in tutta fretta.
Gli asini diventarono nervosi; un uomo additò i religiosi e si avvicinò con altri quattro esagitati.
I monaci cominciarono ad innervosirsi. “Cos’ha voluto dire quel cavaliere, cosa vorrà questa gente?”
Il conducente del carro si guardava intorno spaventato.
“Falli muovere quegli animali!” gridò Leopardo, cercando di controllare la voce per non mostrarsi impaurito.
“Sporchi papisti!” urlava quel romano invitando altri ad unirsi a lui. I quattro diventarono otto e poi dieci e poi venti; da ogni dove arrivavano individui che sembravano avere intenzioni ostili.
Il carrettiere frustò gli animali che allungarono il passo, ma erano asini e non cavalli. Quello era un carretto con della paglia perché i tre religiosi fossero comodi nel viaggio, non una carrozza.
L’abate si guardò intorno in cerca di aiuto e di quel cavaliere. I facinorosi si avvicinavano ed erano sempre di più, sembrava che i loro sai neri li attirassero come mosche.
Volò un sasso che non colpì nessuno.
I tre religiosi erano indifesi e Leopardo si alzò in piedi, tenendosi stretto alla sponda del carretto. “Cosa volete da noi? Siamo monaci e veniamo dal monastero di Nonantola! Non abbiamo fatto niente di male, non conosciamo nemmeno il motivo della vostra rabbia.” “Siete qui per festeggiare la nomina di Papa Stefano VI, quel miserabile assassino. Non negarlo, altrimenti ti uccidiamo veramente monaco!”
Leopardo non capiva cosa poteva aver fatto di tanto biasimevole il nuovo Papa, per far arrabbiare i romani fino a quel punto. “Siamo qui per risolvere alcune questioni legate al mio monastero, non per festeggiare la nomina del nuovo Vescovo di Roma. I monaci non mentono fratello, vogliamo raggiungere pacificamente la Santa Sede per parlare con il cardinale Nocetti.”
“Tu sei un abate. Sei sicuramente più informato di molti cardinali di Roma, devi saperlo per forza quello che ha fatto il nuovo Papa!” Volarono un paio di sassi che non ferirono nessuno, gli animi erano eccitati oltre misura ed accorreva altra gente.
“Siamo arrivati a Roma in questo momento dopo un lungo viaggio, cosa dovrei sapere?”
“Non sai cos’ha fatto Papa Stefano VI al suo predecessore?” L’abate guardò quell’uomo con stupore. “Papa Formoso è morto da mesi ormai… non riesco a pensare cosa possa aver fatto il nuovo Papa ad un defunto…”
“Non sai che ha fatto disseppellire il cadavere di Formoso, che l’ha fatto vestire con i paramenti sacri e che l’ha pubblicamente ingiuriato nella sala del Concilio? Un abate come te, deve saperle queste cose!”
“Mi dispiace figliolo, sono in viaggio da quasi tre settimane e nessuno mi ha informato. Se fossi rimasto al monastero forse lo saprei, spiegami perché il nuovo Papa avrebbe compiuto questi atti abominevoli.” “Quei due sono sempre stati nemici, ma non si può prendersela con un cadavere. Dopo averlo ingiuriato pubblicamente ha ordinato che a Formoso fossero tagliate le tre dita della mano destra… quelle
che usava per benedire. Poi l’ha fatto trascinare per tutta Roma fino a smembrarlo ed ha gettato i resti nel Tevere.”
L’abate si tracciò il segno della croce imitato dai fratelli sul carro, non avevano mai sentito una cosa simile.
La folla si era ingigantita e qualcuno gridava forte. “Uccidiamoli, devono fare la fine di Papa Formoso.”
“Sono venuti per rendere omaggio a Stefano VI, sono suoi amici!” “Avete sentito? Quello è un abate, anche lui avrà fatto pressioni perché sul trono di Pietro salga Stefano. Non lo vogliamo quel Papa assassino e profanatore di tombe.”
“Ammazziamo i monaci!”
L’abate non sapeva cosa fare e come calmare la situazione. Qualcuno lanciò una pietra che lo colpì al braccio destro.
C’erano molti bastoni puntati in direzione del carretto, solo in pochi provavano inutilmente a calmare gli animi.
“Fratelli, ascoltatemi fratelli!” provò a dire l’abate alzando le braccia per ottenere un momento di silenzio. “Noi siamo monaci benedettini, voi romani siete il popolo più vicino al potere terreno di Dio e lo sapete benissimo che i benedettini sono dediti al lavoro ed alla preghiera. Ora et labora è il nostro motto, San Benedetto che l’ha scritto non era certo un politico. Se volete sfogare la vostra ira su di noi fatelo pure, però siamo scandalizzati quanto lo siete voi e non abbiamo colpe. Uccideteci e lasciate i nostri corpi sulla strada, ma non risolverete niente perché è l’imperatore ad eleggere il Papa. Per quale motivo ve la prendete con tutti?”
I dimostranti erano ormai diverse decine e parvero riflettere, le grida e le invettive si placarono un po’.
“Se ci lasciate passare andrò alla Santa Sede e mi informerò su questa storia, poi, quando le cose mi saranno state chiarite in modo esauriente tornerò sulla piazza e verrò a parlare con voi.”
L’uomo che aveva parlato parve indeciso.
“Sei sicuro di ciò che hai detto?” continuò l’abate rivolgendosi proprio a lui.
“L’ho visto con i miei occhi quel cavallo che trascinava il cadavere di Formoso. Dietro c’era Papa Stefano con alcuni cardinali e molti soldati per allontanare il popolo. Sono sicurissimo!”
“Dov’è adesso il Santo Padre?”
“Quello è un assassino, non è un Santo Padre!” gridò una donna inviperita.
L’uomo parve un po’ più conciliante e rispose. “È nascosto in San Pietro, il popolo di Roma si sta radunando sulla piazza e lo vuole morto, noi stiamo andando là.”
“Allora scortatemi in San Pietro, vi prometto che…”
In quel momento arrivò uno squadrone di soldati della città; le grida di protesta si spensero ed alcuni scapparono via, altri gettarono i bastoni a terra insieme ai sassi che avevano in mano.
I soldati si fecero largo fra la folla spingendo con i cavalli e picchiando di piatto con le spade, ma l’abate si risentì per quella violenza.
“Fermi, vi ordino di fermarvi!”
Il comandante dello squadrone udì la sua voce e lo guardò dal centro della mischia.
“Fermatevi, non stanno facendo niente di male!” insisteva Leopardo.
“Sei in pericolo fratello, siamo venuti per proteggerti!” gridò il comandante facendosi largo con la forza del cavallo.
“Non sono in pericolo! Questi cittadini stavano parlando con me e non dovete picchiarli.”
L’ufficiale si era avvicinato, ma una donna era caduta in terra dopo essere stata colpita dal muso del suo cavallo.
Senza esitare l’abate scavalcò le sponde del carro e si gettò nella mischia, cominciando a spingere per aprirsi un passaggio perché temeva che la donna fosse calpestata. Leopardo era un uomo alto e forte, era cresciuto lavorando la terra e possedeva due braccia robuste che si fecero largo fino alla donna.
Gli altri soldati stavano disperdendo la folla e la poveretta rischiava seriamente di essere calpestata dagli zoccoli dei cavalli, quindi l’abate si pose davanti a lei con le braccia allargate per proteggerla con il suo corpo.
Un cavallo si imbizzarrì e alzò le zampe anteriori, per mantenersi dritto calciava l’aria e sfiorò il viso di Leopardo che non accennò a muoversi. Un soldato, per errore e vedendosi la strada sbarrata, colpì l’abate sulla schiena e lo fece cadere.
“Fermi, fermi!” gridava il capitano dello squadrone.
La gente che prima si era allontanata stava tornando indietro e recuperava sassi e bastoni da terra, Leopardo cercò di trascinarsi sulla donna per proteggerla con il suo corpo. Il cavallo si calmò, i due a terra erano circondati da possenti zampe e da zoccoli durissimi che potevano colpirli in ogni momento.
Il cittadino romano che aveva parlato con Leopardo si fece largo a spintoni fra la gente e fra i cavalli, poi, quando ne ebbe la possibilità si stese in terra anche lui per coprire quella donna che non conosceva.
Le mani dell’abate e quelle dello sconosciuto si congiunsero e si strinsero tenendo la malcapitata fra di loro, cercando di spostarsi per schivare calci e pestate.

***
Lajos il barbaro
di Angelo Vaccari
2015, 373 p., rilegato
Cicorivolta
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Angelo Vaccari

Angelo Vaccari è nato a Nonantola nel 1952, ha lavorato in banca tutta la vita e ha fatto una brillante carriera.
Dopo la pensione ha cominciato a coltivare la sua passione che è la storia. Volendo renderla leggibile e divertente, accessibile a tutti e non solo agli appassionati, con il desiderio di far conoscere il suo paese che un tempo era un centro di fede, ha cominciato a scrivere romanzi storici e ha pubblicato La reliquia di Nonantola, Anselmo e l’Abbazia, Dammi un segno, La Charta, prima di pubblicare da Cicorivolta, nel 2014, Santa o prostituta? (Matilde di Canossa e Nonantola, a.D. 1076-1115) ed ora Lajos il barbaro, con il quale si è aggiudicato il Primo posto al Gran Premio d’Europa 2013, il Secondo al Memorial Vallavanti Rondoni Caorso 2014, il Secondo al Premio Giacomo Puccini 2014. Oltre a ciò, negli ultimi anni ha vinto un gran numero concorsi letterari.

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6 Commenti

  1. I romanzi che trattano la storia, mi incuriosiscono sempre, c’è tanto da sapere su vicende storiche di cui non abbiamo conoscenza o che conosciamo solo in parte. Grazie agli autori che ci propongono la Storia in termini semplici e dettagliati.

  2. Trama avvincente , travolgente ma soprattutto mi sono accorta che man mano che leggevo la trama gli occhi non si staccavano dallo schermo . Vorrei tanto poterlo leggere da cima a fondo !

  3. Vaccari, lasciata la poltrona comoda di dirigente bancario, si siede su quella meno delicata del romanziere, e sforna un capolavoro epico come questo.
    ” Lajos il barbaro ” e’ ambientato attorno all’ anno Mille ma tracima, nei sottointesi e negli intendimenti, al XXI secolo.
    Molte analogie coi nostri tempi, sopra tutto culturali, ci affascinano e anche inquietano.
    Un romanzo da sviscerare con calma.

  4. Già il sunto della trama prospetta una storia interessante e travolgente. Le mie impressioni sono state, con piacere, confermate dall’anteprima. Il modo di scrivere è scorrevole e coinvolgente, non manca di dettagli che permettono di visualizzare nitidamente nella propria mente ciò che si sta leggendo.
    Quando l’estro è alimentato dagli avvenimenti storici, spesso ci vengono donati libri dalle trame uniche. Avrei piacere nel poter leggere l’intera opera, curiosa di scoprire di più su Lajos, non citato nell’estratto.
    Sperando di ricevere una copia omaggio, porgo dei sentiti complimenti allo scrittore.

  5. Caspita sembra proprio una storia ben costruita sia nello spazio che nel tempo.
    Mi piace quando lo scrittore si documenta prima di iniziare a scrivere e pertanto mi farebbe piacere poter ricevere una copia di questo libro non solo per conoscerne in dettaglio la trama ma anche per confermare la mia impressione di estrema cura nei dettagli.

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