Le guerre viste dal milite ignoto

“Le guerre viste dal milite ignoto” è una raccolta di racconti legati alla nostra storia. Il primo tratta della guerra in Libia, si passa  poi al “Nuovo ordine nel Mediterraneo”, alla “Battaglia di
Zama”, fino al 15 maggio 1941 con la “Saga dell’oasi”, “La guerra dei Boxer”, “La disfida di Barletta”.
La lettura scorre piacevolmente ed è veloce, coinvolgente.
Sfilano nella mente del lettore eventi e vicende, si intrecciano storie e personaggi.
Una personalità poliedrica quella di Giuseppe Perrotta, autore di grande ingegno che dimostra tutta la sua capacità di narratore che conosce a fondo la realtà delle cose e della vita. Nicla Morletti

LE GUERRE VISTE DAL MILITE IGNOTO
di Giuseppe Perrotta

Il Filo – Collana Nuove voci
2008, pag. 190

Le guerre viste dal milite ignoto è la sommatoria di un insieme di episodi in qualche modo tutti emblematici, la cui trama è raccontata con aderenza alla storia. Laddove l’informazione puntuale è carente, Peppino colma le lacune con la fantasia. Ma si tratta di una fantasia colta, la fantasia di uno che conosce le cose del mondo, e i vizi umani, e il valore; talché tutto quanto non è storicamente documentato è tuttavia verosimile, narrato in assoluta armonia col canovaccio storico correttamente riportato. Il risultato è molto buono; la lettura è gradevole, e spesso il testo è quello di uno scrittore di razza.
Dalla prefazione di Rosario Amodeo Rori

Nota dell’autore

Debbo un ringraziamento particolare a Rosario Amodeo Rori, oltre a essere tra le massime autorità dell’informatica italiana, è un mio carissimo amico, che ha trovato il tempo e la voglia di soddisfare il mio desiderio di avere una sua prefazione a questo volume.
È stata una sfida, perché il libro esprime tutto il mio antimilitarismo, e a lui è rimasto impresso, indelebile, il marchio dei suoi studi alla Nunziatella.
Rori, però, di quanto gli è stato trasmesso in quel collegio militare, ha trattenuto solamente la parte buona, arricchendola con una visione del mondo fra le più progressiste
e affascinanti che ho conosciuto.
Mi ha fatto inoltre un piacere più grosso di quello che gli avevo chiesto. Ci ha fornito, insieme al commento sul mio scritto, pensieri, ricordi e documenti che fanno del suo prologo il più
bello tra i racconti.
Forse non sarà, come lui sostiene, un professionista delle prefazioni, ma è un dilettante che merita tanto rispetto e un grazie di cuore.

Da “La guerra di Libia”

Il bersagliere della quarta sponda

Nel caldo imbrunire del 2 settembre del 1911 Cesare Botta (tornava a casa con una giornata di lavoro sulle braccia. Aveva I unto tutto il giorno carriole di calce e di tavelloni sulle palanche che arrivavano fin dove i muratori stavano lavorando. Da mi mese il soprastante gli prometteva di usarlo come mezza cucchiara, ma intanto continuava a fargli fare il manovale.
Per arrivare ci voleva meno di mezz’ora, si passava sotto Castello, per ponte Sant’Angelo, poi Panico, corso Vittorio, Botteghe Oscure; lì dietro c’era casa sua e l’osteria di suo padre, a via della Croce Bianca. In quella bottega, dove tutto sapeva di vino, aveva pulito per terra, lavato bicchieri, spillato botti e portato fojette dal tempo che aveva lasciato la scuola, dopo aver ripetuto due volte la quarta, fino a quando era partito militare.
La naia, che aveva fatto prima ad Asti e poi nei bersaglieri a Monselice, l’aveva trasformato; aveva imparato a fumare e ad andare al casino. Quando tornava in licenza in divisa, col cappello piumato sulle ventitré, spopolava, e quelle che una volta non si accorgevano nemmeno del suo saluto, chissà perché IK>n gli toglievano gli occhi di dosso.
Poi era tornato in borghese, e fare di nuovo il ragazzo di bottega all’osteria gli veniva stretto. Suo padre, con la scusa che non c’erano soldi, non gli dava più di cinque lire a settimana, che gli bastavano appena per i toscani e per portare a spasso la ragazza quando l’osteria si vuotava e lui riusciva ad avere qualche ora di libertà.
Per fortuna Remo, un mastro d’ascia che passava da bottega tutte le sere a farsi un bicchiere prima di andare a casa, gli aveva trovato lavoro in un cantiere di Prati, dove improvvisamente, oltre San Pietro e castel Sant’Angelo, stava sorgendo un quartiere grande quanto il resto di Roma.
Erano sei mesi che lavorava tra quei vialoni, larghi il doppio di corso Vittorio e lunghi chilometri, senza un filo d’ombra, in un paesaggio che si animava all’alba di mille operai e che si trasformava al tramonto in un deserto. Non gli piaceva quello che stavano facendo, era meglio la Roma che conosceva, Borgo Pio, il Colosseo, i vicoli intorno a casa sua, e stentava a credere che un giorno i romani si sarebbero potuti trasferire in quella città finta.
Intanto, per sua fortuna, c’era lavoro per lui, e di lire alla settimana, al cantiere, gliene davano venti. S’era comprato un bel vestito e una paglietta, e la domenica, anziché essere inchiodato in bottega a dar da bere agli altri, poteva andarci lui a spasso, e portare Nunziata a prendere il gelato al Pincio.
Quella sera, oltre che stanco, Cesare era anche di cattivo umore. A mezzogiorno, poggiato su una palanca, si mangiava la sua ciriola imbottita di cicoria e aveva sentito mastro Stefano leggere ad alta voce “II Messaggero”. L’Italia doveva fare la guerra ai turchi perché non rispettavano i patti e maltrattavano gli italiani in Tripolitania. Roba da mandarci i bersaglieri.
Lui era un bersagliere, ma non aveva nessuna voglia di rimettersi la divisa e di andare in Africa, proprio ora che aveva trovato lavoro. Con questi pensieri nella testa passò dall’osteria a salutare il padre, e fu contento di vedere che il professore era seduto al solito posto, davanti a mezzo litro di vino e al cartoccio di frittura che si portava sempre con sé.
Di cosa fosse stato professore quel vecchio, che era venuto a vivere sopra l’osteria, non aveva idea, ma certo era un pozzo di scienza, ed era capace di spiegargli come nessun altro tutto ciò che il mondo, complicato com’era, non gli faceva capire.
«Professò, è vero che stamo pe’ fa’ la guera ai Turchi?».
«Da quando ti interessi di politica?».
Cesare non si era mai interessato di quello che avveniva oltre il suo quartiere. Da ragazzine aveva sentito parlare di anarchici all’epoca dell’attentato a re Umberto, e una volta suo padre lo aveva portato a vedere Vittorio Emanuele che passava in carrozza.
E se politica era quella, aveva sentito ogni tanto discutere tra i tavoli dell’osteria di Crispi e di Giolitti, ma erano frasi che gli entravano e gli uscivano dalla testa senza lasciarci niente i lei uro. Poi qualcuno, quando era militare, gli aveva parlato di eguaglianza e di socialismo, ma aveva in testa tanta confusione da poter dire che lui stava alla politica come il diavolo all’acqua santa.
«Nun’è che m’enteresso de politica. È che c’ho paura che me richiameno».
Il professore tirò fuori tutta la sua saggezza dicendo che l’Italia e la Turchia stavano litigando, ma tra le parole e la guerra ce ne correva.
«È proprio come quando due uomini litigano. Si promettono l’un l’altro chissà che, ma non si toccano, aspettando che qualcuno venga a mettersi in mezzo. Se invece di leggere solo i titoloni tu guardassi anche le notizie che i giornalisti mettono nei trafiletti, capiresti di più».
Estrasse dalla tasca il giornale e lo sfogliò fino a trovare quello che cercava. «Posta in congedo la classe 1889».
«Ti pare che se Giolitti avesse veramente voglia di far la guerra alla Turchia avrebbe fatto congedare i soldati che erano belli e pronti per partire?».
Il professore lo aveva convinto e, quel che più contava, lo aveva tranquillizzato. Per tre settimane continuò a pensare ai I ili ti suoi e alla ragazza che, visto quello che era successo nel canneto fuori Porta Portese, voleva che si presentasse ai genitori. Non fece caso più di tanto al fatto che la Tripolitania, Giolitti e i Turchi entrassero sempre di più nei discorsi al lavoro, all’osteria e dal barbiere.
Ripeteva a tutti, anche per convincersene maggiormente, che se avevano mandato a casa i soldati già in divisa e inquadrati, voleva proprio dire che la guerra non si sarebbe fatta.
In barba a questa logica, però, al ritorno dal lavoro il 23 settembre trovò suo padre sulla porta della bottega con in mano la cartolina di richiamo.
Anche il professore fu sorpreso e sentenziò che il congedo della classe ’89 e il richiamo, subito dopo, dei ragazzi dell”88 o era frutto di una sottile strategia volta a disorientare il nemico, oppure era il segno che a comandare c’era gente che cambiava idea dalla mattina alla sera.
Per Cesare, naturalmente, fu una mazzata, e si chiese angosciato a quale futuro stesse andando incontro. Omise di cercare una risposta dal professore, che ai suoi occhi aveva perso drammaticamente di credibilità, e si ricordò di un tenente che aveva comandato il suo plotone a Monselice, e che era stato congedato sei mesi prima di lui.
Era anch’egli romano, suo coetaneo, e figlio come lui di qualcuno il cui mestiere consisteva nel dar da bere alla gente. Mentre però suo padre puzzava di vino e girava con una parannanza tra i quattro tavolacci dell’osteria, il papa del tenente si chiamava Aragno, e stava seduto in giacca e cravatta dietro la cassa di uno dei più rinomati caffè di Roma. Per questo lui aveva potuto studiare e la naia l’aveva fatta da ufficiale.
Lo cercò di prima mattina nella giornata che aveva ancora libera prima di presentarsi al distretto, e lo trovò mentre dava ordini ai camerieri che stavano sistemando il locale. Fu contento di vederlo e di offrirgli un caffè.
«Signor tenente, ieri ho ricevuto la cartolina de richiamo. Dove me manneranno?».
«Vorrai dire dove ci manderanno. Io non ho avuto ancora la comunicazione, ma l’attendo da un’ora all’altra. Andremo a conquistare la Tripolitania. Non sei contento?».
«Veramente c’ho un po’ paura, paura di anda’ a fa’ la guerra».
«Non c’è da aver paura, caro Botta, non sarà una guerra, ma una passeggiata. Gli arabi sono da secoli sotto il giogo dei turchi, e non attendono altro che qualcuno vada a liberarli e porti loro la civiltà».
«Ma ci sarà da combattere molto?».
«Secondo me i turchi scapperanno appena ci vedono. Noi siamo molto più forti di loro. I nostri cannoni tirano più lontano, e quelli che non se la saranno data a gambe, li faremo a pezzi prima che siano in grado di spararci addosso».
«Ma quanno i turchi saranno scappati, ce faranno ritorna’ a Roma?».
«Certo, noi ritorneremo, mentre tanti italiani andranno a fecondare quelle terre, che sono fertili, ma abbandonate da sfaticati che si contentano di campare mangiando i datteri che gli cascano sulla testa. I nostri contadini lì saranno padroni, anziché servi come quelli che devono traversare l’oceano per trovare lavoro. La Tripolitania è nostra sin dall’epoca dei Romani, e noi andremo a riprenderci quello che i maomettani ci hanno tolto. Ma che paura hai? Sei un bersagliere! Spero proprio che saremo nello stesso reggimento, e che torneremo presto carichi di gloria».
Cesare era un ottimista e si lasciava facilmente convincere da quello che gli faceva comodo, così le parole del tenente fecero lo stesso effetto tranquillante che aveva avuto il discorso del professore tre settimane prima.
Salutò padre madre e ragazza, con la convinzione di tornar presto con una scimitarra come quella del turco con la faccia cattiva che appariva nella vignetta del giornale, e trovò bello quello strano copricapo che gli dettero insieme alla divisa, appena arrivato in caserma. Se avevano già pronti tutti questi cappelli coloniali, pensò, voleva dire che quelli che comandano lo sapevano da un pezzo che dovevamo andare a fare la guerra ai turchi. Sono furbi e non scriteriati, come dubitava il professore.
Insieme alla divisa, in caserma gli dettero una camicia, un paio di mutande, un fazzoletto, una pancera di flanella, una maglia di lana, due paia di pezze da piedi, quattro cravatte bianche, un asciugamano e una borsa con il necessario per cucire.

Giuseppe Perrotta,
è nato a Catania nel 1935 ed è laureato Legge. Ha
lavorato come dirigente di aziende multinazionali e come imprenditore. Le guerre viste dal milite ignoto è la sua prima opera.

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