LE PAROLE DEL BUIO
di MariaGiovanni Luini

Editore Creativa – collana Piccole storie
2008, 95 p.
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"Le parole del buio" è il nuovo romanzo di MariaGiovanna Luini che riesce ancora una volta a toccare, con una storia intensa e una scrittura coinvolgente, il cuore non solo delle lettrici ma anche dei lettori. Silvia è una scrittrice che vive sola per scelta e non ha mai sofferto per amore. La sua esistenza non conforme ai cliché, libera e piena di soddisfazione, viene travolta all’improvviso da un abbandono: Marcello, l’uomo che è riuscito a farle provare emozioni totali, si allontana senza spiegazione. O forse con decine di spiegazioni plausibili, che si confondono e perdono consistenza di fronte al silenzio e al niente di giorni vuoti. E Silvia cade nel baratro della depressione, nonostante la presenza di un’amica sincera e di un uomo che, incontrato su un aereo, la coinvolge in una relazione di amicizia dalle tinte fortemente erotiche. Il suo amore per Marcello era socialmente sbagliato, un amore che nessuno potrebbe approvare, eppure il dolore è assoluto e profondo. Questa storia è la visione dell’amore dal punto di vista di chi apparentemente usurpa e perde, ma è anche un calarsi nel quotidiano orrore della depressione senza aiuto, depressione che può cogliere anche la donna più forte e realizzata, come uno scherzo brutale della vita contro il quale è impossibile difendersi.

La recensione di Nicla Morletti

Un romanzo intenso, struggente. Una scrittura coinvolgente quella di MariaGiovanna Luini, che ci trascina in un vortice di emozioni e sensazioni, facendoci battere più forte il cuore. E’ questa la storia di un amore, o meglio della perdita di un amore.
Silvia, la protagonista, è perdutamente innamorata di Marcello. Un’esperienza devastante, una sofferenza sorda e continua quando lui se ne va, lasciandola sola nel baratro della depressione.
“Le parole del buio” è un romanzo che tocca e commuove.
Cosa ci può essere di più doloroso dell’abbandono da parte della persona amata con cui vorremmo vivere per “l’eternità”?

PARTECIPA ALLA PRESENTAZIONE ON LINE DI QUESTO LIBRO E AL DIALOGO CON L’AUTRICE IN CORSO NEL BLOG DEGLI AUTORI.


INTRODUZIONE di Francesca Merzagora

Soffrire per amore è capitato probabilmente a tutti, e le sensazioni, le emozioni descritte da MariaGiovanna in questo romanzo sono così reali che è facile immedesimarsi nella protagonista.
Silvia ama, apparentemente riamata, un uomo sposato: in questa relazione già coglie i segnali di una possibile sofferenza, ma è incredibile come noi donne non riusciamo a sfuggire ai "dolori evitabili" anzi ne siamo quasi attratte. Ci buttiamo anima e corpo in storie d’amore che razionalmente dovrebbero imporre cautela e quando l’incantesimo si rompe soffriamo terribilmente. Ma non siamo "attrezzate" come gli uomini a sopravvivere a questo genere di dolore: ci possono essere il lavoro, gli interessi, le amicizie, nuovi incontri, ma siamo così vulnerabili che a volte ci stupiamo noi stesse della nostra fragilità. Pensiamo che con il passare degli anni ci si possa fortificare, speriamo che invecchiando le passioni non ci travolgano più, invece se il corpo ha qualche cedimento, il cuore e i sentimenti restano eternamente giovani e freschi e questo contrasto a volte è lacerante.
Silvia entra in depressione e manifesta una serie di sintomi che alterano il modo in cui ragiona e in cui raffigura gli altri e il mondo esterno. Il romanzo di MariaGiovanna è anche questo: una descrizione lucida e impietosa della depressione che è baratro, che avvolge in una cappa e crea una distanza, un distacco con il mondo esterno, che rende indifferenti e abulici. La depressione è problema diffuso e può colpire anche chi, come la protagonista di questa storia, ha una vita apparentemente piena di stimoli, positiva, appagata. Il tema della sofferenza è caro a MariaGiovanna, che è una donna profonda: le donne soffrono più degli uomini sia fisicamente che nell’anima. Bello sarebbe riuscire a vivere in superficie vedere solo l’azzurro del cielo, non essere eternamente in conflitto, inquiete e alla ricerca di pace interiore.
Le donne si perdono spesso, ma in fondo hanno risorse enormi per non soccombere: una prova evidente è la decisione finale di Silvia in questo bel romanzo, coronamento di un periodo di profonda sofferenza ma anche inizio – vogliamo illuderci – di una nuova fase della vita. Grazie MariaGiovanna per questo breve, ma intenso romanzo.

PREFAZIONE di Gianluca Ferrara

MariaGiovanna, e questo l’ha già dimostrato con "Una storia ai delfini", ha un gran talento nel descrivere il dolore. Leggendo le sue parole sembra quasi di viverlo. In "Le parole del buio", narra di un dolore profondo e lacerante, quello dell’abbandono da parte della persona che si ama. La persona con la quale si vorrebbe trascorrere non solo la vita, ma l’eternità. L’amore, a volte solo illusorio, del quale non è possibile privarsi nemmeno per un attimo. Una perdita che produce una sofferenza che sembra all’improvviso risucchiare tutta l’aria che si ha nei polmoni. Perdere il proprio amore è come voler vivere senza aria. Un supplizio inutile sopravvivere boccheggiando. In realtà se si ha la forza di comprendere, poi si cambia e si impara a conoscere meglio se stessi.
MariaGiovanna ci racconta di un amore che annulla: "Lo sguardo di Carlotta si era fatto sempre più perplesso, e il passare dei mesi aveva acuito il senso di estraneità che Silvia provava nei confronti della propria vita: niente era più importante, i contorni si perdevano. E l’unico centro di tutto era Marcello".
Un tipo di amore che non include, che serra le porte al resto, un tipo di amore che però quando viene a mancare è ancor più devastante perché è illusorio; come una droga alla quale si vuole delegare l’impossibile compito di riempire i vuoti esistenziali. Un "amore" che crea dipendenza invece che liberare.
Quello tra Marcello e Silvia è un amore effimero, specchio dei nostri tempi, nato da una chat, un amore non provato, ma solo sentito.
Quando il sesso svolge il ruolo di protagonista in una relazione, prima o poi quest’ultima è destinata a terminare.
Il desiderio della protagonista di trovare l’amore in un uomo come Marcello sarà un’esperienza devastante: "Era pronto a camminare sulla vita degli altri con freddezza, senza tenere conto di ciò che aveva ricevuto. La gratitudine, concetto astratto che amava proclamare con orgoglio, era fatta solo di parole e oggetti costosi".
MariaGiovanna descrive bene proprio questo tipo di personaggi che purtroppo sono figli di una mentalità dilagante. Una mentalità che ha come oggetto principale solo se stessi, il proprio interesse, una mentalità in cui l’egoismo sostituisce il vero amore, come forse è quello di Bruno, che ora è in grado di dare a Silvia.
Il chirurgo Marcello è proprio un degno figlio di questa realtà in cui il prossimo è visto come preda da spolpare e non da rispettare anche per le sue debolezze. Sovente le debolezze sono usate proprio per far leva, per raggiungere i propri interessi. In questo contesto il denaro svolge un ruolo importante e MariaGiovanna lo fa capire bene, quando scrive di gratitudine fatta di oggetti costosi.
E’ triste pensare che diversi di questi chirurghi, che ingenuamente immaginiamo come persone speciali in grado di restituire la vita, siano solo dei meccanici arroganti. Dei meccanici che avranno pur compreso alla perfezione il funzionamento di un organo ma che non son in grado di capire che un paziente non è una macchina fatta in serie, ma una creatura con una sua storia, una sua carica di aspettative e sofferenze verso la quale, se non si sa provare amore, almeno occorre avere massimo rispetto. E non c’è da stupirsi che in queste vite fatte di egoismi e di intere giornate trascorse solo per la propria carriera ci si dimentichi dei figli, dei loro desideri di attenzioni che, come la figlia di Marcello, si cerca di raggiungere incamminandosi in strade senza uscita.
Per fortuna ci sono figure come Carlotta, amiche che non si limitano ad ascoltare ma sono di ausilio e stimolo. Quel tipo di amicizia preziosa che nei momenti di difficoltà è presente e non impegnato a nascondersi magari non rispondendo al cellulare. Carlotta è una figura antitetica a Marcello che mostra tutta se stessa quando dice: "Ti conosco molto bene e so che sei ricca. Di amore, gentilezza, profondità… La bellezza dell’anima vince sempre, ricordalo". In un mondo fatto di "Marcelli", amicizie come quella di Carlotta sono preziose.

La scrittura di MariaGiovanna è fatta di dialoghi serrati, coinvolgenti tanto che leggendoli sembra di stare in un bar ed orecchiare l’interessante discussione fatta al tavolo vicino. MariaGiovanna mostra il dolore, fa sentire il dolore perché quello dei suoi personaggi diventa il nostro dolore. Questa è la sua grande capacità, la stessa capacità di un grande pittore che attraverso un dipinto riesce a farti immedesimare e vivere quell’attimo catturato dalla sua creatività.

Ma MariaGiovanna oltre ad affermarsi sempre di più come scrittrice, in questi mesi di collaborazione con Creativa ha dimostrato di essere un intellettuale in grado di scegliere e valorizzare opere di narrativa. Capacità che le deriva dal suo nobile animo che le permette di non cadere nella trappola dell’egocentrismo ove in molti nel mondo letterario cascano. Lei è in grado di valorizzare, accogliere, comprendere e gestire le differenze con entusiasmo e spirito di sacrificio. Caratteristiche che sono alla base di questo laboratorio culturale che è Edizioni Creativa dal quale nasce "Piccole storie", la nuova collana curata da MariaGiovanna che, per mio desiderio, proprio "Le parole del buio" inaugura.

Leggi nella pagina successiva un brano tratto dal romanzo e un breve profilo dell’autrice.
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Capitolo I

Nuvole, molto più sotto. Lanciava sguardi ogni tanto, trattenendo il respiro. Credeva che l’ansiolitico avesse un effetto: sentiva la paura sepolta da qualche parte, tra un dolore e l’altro e la rabbia che non veniva fuori.
Marcello l’aveva lasciata: masticava questa verità ruminandola, tarda a capire. Non era necessario sentire altre parole, interpretare altre fughe. Per lei era stato amore, per lui il passatempo in un periodo di crisi, oppure una consolazione, se si voleva dare peso a qualche sospiro più profondo di altri. Quando le cose della vita erano cambiate l’aveva parcheggiata a un angolo, senza spiegazioni. Aveva aspettato che i giorni le entrassero nell’anima, vuoti, per spiegarle ciò che si ostinava a non dire. Era finita.
L’aereo ebbe qualche scossone. Vide macchie grigie sulle nuvole, sembravano scivolare.
"Madam".
Una hostess le porse la salvietta bianca, la afferrò e si scottò le mani.  Un po’ di acqua cadde sui pantaloni neri, che si riempirono di piccole gocce roventi.
Sentì un fruscio. Ascoltava sempre il rumore dei motori, temendo e aspettando come se si potesse controllare il volo con il pensiero. Aveva paura di volare: a volte riusciva a guardare il ciclo e le nuvole con maggiore serenità, altre volte aspettava l’atterraggio contando il tempo che la separava dall’arrivo senza ascoltare le parole di chi era con lei. C’erano stati viaggi particolarmente carichi di ansia, con il corpo dritto e rigido che non sfiorava lo schienale e le mani aggrappate ai lati. Ricordò un volo di ritorno da Dubai, pochi mesi prima.
"Guarda le montagne dell’Iran".
Aveva detto qualcuno indicandole sotto, migliaia di metri sotto, e lei non aveva fatto cenno. Aveva continuato a fissare i minuti sull’orologio davanti a loro, aspettando l’arrivo.
Niente. Non si poteva controllare niente, l’aveva imparato. Stava ancora piangendo dietro le lenti nere degli occhiali da sole per questo. Aveva pensato che Marcello fosse l’uomo finalmente adatto a lei,  si  era fidata della sua massiccia sicurezza. Di quella libertà che percepiva in fondo al tormento.
E piangeva, adesso. Perché non poteva fare niente di diverso.
"Signora".
Non alzò la testa. Non era lo stewart.
"Signora".
Ripetè la voce.
Spostò gli occhi dall’oblò e seguì la direzione del respiro che sentiva vicino all’orecchio. Un uomo con i capelli rossi e molte lentiggini la fissava e sorrideva.
"Lei è Silvia Maccarini, vero?".
Lo guardò e cercò le sue mani: forse era un lettore e voleva che firmasse una copia del suo romanzo.
"Sono io".
Capì che il tono non era stato amichevole, si chiese se la voce tremasse: non voleva mostrare il pianto a quell’uomo. Sistemò gli occhiali con una mano.
L’uomo sedette al posto accanto al corridoio, lasciando libero il sedile di mezzo. Le porse la mano.
"Bruno Astorri, molto lieto".
Le sue dita la strinsero. Erano calde e asciutte. Continuò a guardarlo aspettando che parlasse. Sembrava non avere fretta di spiegarle il motivo per cui era andato da lei.
Indossava una giacca grigia e una camicia azzurro chiaro, e una cravatta blu a disegni piccoli. I pantaloni erano grigi come la giacca, perfettamente in ordine.
"L’ho vista salire in aereo e ho aspettato che spegnessero il segnale delle cinture per venire a parlare con lei". I suoi occhi sorridevano: Silvia notò questo, e le piacque. La voce era pacata e gli occhi pieni di sorriso.
"La ringrazio, mi dica".
La voce non tremava. Aveva aperto il palmo della mano destra appoggiata alla gamba e non sentiva lacrime aggredire le palpebre.
"Non ho mai letto un suo libro".
Spalancò gli occhi per capirne l’espressione: sorrideva, ma non c’era ironia. Quell’uomo aveva detto con molta semplicità di non avere mai letto un suo libro.
"Ha fatto bene!".
Gli rispose ridendo. La mano sinistra si spostò verso di lui, poi ricadde sul sedile di mezzo a palmo in su.
L’uomo allungò le gambe fino a toccare la parete.
"Certo che la fila uno è parecchio comoda".
Fissò le sue scarpe valutandone il prezzo (non poteva farne a meno: libri, borse e scarpe erano una fissazione).
"Sì, me la danno perché loro li hanno letti, i miei libri".
Risero entrambi. Per un istante ebbe voglia di togliere gli occhiali da sole, poi ricordò il proprio viso nello specchio della toilette all’aeroporto di Berlino: gli occhi dovevano essere ancora gonfi e rossi, magari instupiditi dall’ansiolitico. Non era il caso che li vedesse.
"Forse si chiede come mai sia venuto da lei, se non ho letto i suoi libri".
Alzò le sopracciglia.
"Beh, sì".
In realtà non si stava chiedendo niente del genere: le piaceva averlo seduto accanto, con quei capelli rossi e il vestito grigio.
Più di tutto le piaceva lo sguardo che sorrideva, la faceva sentire tranquilla nonostante tutto.
"La conosco perché è venuta all’università dove insegno, qualche mese fa. Ha parlato di creatività e dolore, o una cosa del genere".
Sorrise.
"Sì, mi ricordo. Il dolore che stimola la creatività. Scrivere o dipingere o qualsiasi altra forma di creazione, per uscire dal dolore".
L’uomo annuì.
"Il frutto  del dolore,  e la sua soluzione.  Ho seguito  la conferenza e mi è piaciuta molto la sua voce".
Ebbe l’impressione che fosse uno scherzo.
"Ha seguito la conferenza per l’argomento o per la voce?".
Non riuscì a dare un tono ironico alla domanda. Quell’uomo la sorprendeva con la sua naturalezza: rideva e si accarezzava il collo con una mano, scuotendo la testa.
"Per la voce, a dire la verità. L’argomento dolore non mi è particolarmente   simpatico,   la   reazione   creativa   non   mi interessa. Preferisco non soffrire, anche a costo di restare arido e non creativo per tutta la vita. Comunque quel giorno l’ho vista entrare e ho deciso di andarmene al bar, poi lei ha detto qualcosa e mi sono fermato".
"Cosa ho detto?".
Alzò le spalle.
"Qualcosa, non ricordo. Non importa cosa. Ho sentito che la sua voce mi dava emozione, così sono rimasto ad ascoltare".
Guardò fuori. Il comandante aveva preannunciato turbolenza ma in quel momento l’aereo volava in un cielo trasparente e senza nuvole: c’erano campi e paesi, e strade. Qualche bosco macchiava di nero le curve delle montagne.
"Cosa ha pensato alla fine della conferenza?".
Sussurrò senza guardarlo. Vide la neve, in fondo, il bianco spalmato nel mezzo di un bosco.
"Che una voce come la sua non dovrebbe parlare di dolore".
Le si strozzò il respiro.
"Il dolore fa parte della vita".
Lo guardò di nuovo: la fissava e gli occhi continuavano a sorridere.
"Confesso che ho sentito anche una sua presentazione in libreria, in Toscana. Diceva che esistono due tipi di dolore".
Lo interruppe.
"Conosco la solfa. Esiste un dolore inevitabile, e ne esiste uno evitabile. Vero?".
"Sì".
"Lo dico spesso".
"Lo so".
"Come fa a saperlo?".
Guardò le Alpi, la neve e le nuvole.
"Lo so perché mi piace la sua voce, quando posso la seguo. Stavo dicendo che lei parla di dolore inevitabile e dolore evitabile".
"Sì".
"Quindi il dolore fa parte della vita, è vero, ma dovrebbe essere solo  quello  inevitabile.  Il  dolore  evitabile per sua  stessa definizione   si   può   lasciare   fuori   dal   proprio   orizzonte.
Certo…".
Rise.
"Una come lei ha bisogno anche del dolore evitabile, altrimenti non potrebbe scrivere".
Ebbe l’impressione che i suoi occhi la graffiassero. Pensò alle penne abbandonate nella borsa, ai taccuini che non riusciva ad aprire. Perché il dolore per Marcello bloccava ogni pensiero. E ogni voglia.
"A dire la verità ultimamente ho l’impressione che il dolore sia un ostacolo, non un motore".
Il suo sguardo si addolcì.
"Perché piangeva?".
Inspirò ed ebbe la tentazione di aggredirlo. Non erano affari suoi. Aspettò prima di rispondere.
"Per un dolore evitabile. Molto evitabile. Ma ormai è tardi, non l’ho evitato".
"Mi dispiace. Colpisce molto vedere che una donna come lei non è felice".
"Perché?".
"Non ho letto i suoi libri, dicevo sul serio, ma ascolto la sua voce. E vedo il suo viso. Una donna come lei non dovrebbe essere toccata dal dolore".
"Cabin crew prepare for landing".
La voce del comandante interruppe i loro sguardi.  Silvia aspettò il tuffo nelle nuvole.


MariaGiovanna Luini
, è nata a Lecco e vive tra Milano e Roma, ma ha il cuore nell’isola di Ponza. Nel 2007 con Edizioni Creativa ha pubblicato "Una storia ai delfini", un romanzo, la cui introduzione è stata curata da Umberto Veronesi, che ha avuto un ottimo riscontro da parte della critica e dei lettori. Ha pubblicato anche due libri di fiabe: "Esser grandi è una fiaba", Lampi di Stampa 2006, e "I racconti delle bacche rosse",  Lampi  Stampa  2008. Alcuni  suoi racconti sono stati pubblicati in antologie edite da Giulio Perrone e ArpaNet. E’ consulente della casa di produzione cinematografica TaoDue Novafilms, curatrice della collana "Piccole Storie" di Edizioni Creativa e responsabile della sezione racconti di HISTORICA. Scrive recensioni letterarie per Mangialibri. Nella metà non letteraria della sua vita è chirurgo senologo all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, supervisore scientifico della Fondazione Umberto Veronesi per il progresso delle scienze e presidente del Forum Italiano di Europa Donna.

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