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L’eredità dei vivi di Federica Sgaggio

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L'eredità dei vivi di Federica Sgaggio

L’eredità dei vivi di Federica Sgaggio è la storia di una donna, di una famiglia, ed è un romanzo politico, se politica è la lotta da combattere per attraversare i cambiamenti, per godere dei propri diritti, per avere la vita che si desidera avere.

L’eredità dei vivi di Federica Sgaggio, alla scoperta del “traccia” di una vita

È questa la storia di una madre raccontata in modo tenero, appassionato, autentico dalla figlia, in un romanzo di memoria in cui compaiono molti personaggi, tanti quanti possiamo averne nell’arco temporale di una vita intera, ma su tutti uno si staglia memorabile: Rosa, appunto, la madre. Un personaggio che l’autrice, tratteggia con la perfezione e l’intensità che solo una figlia può attingere. Così il racconto guadagna un protagonista assoluto, così vero e fisico da rappresentare per il lettore una persona viva, una eroina universale in cui riconosciamo quella faticosa catena di quotidiane ordinarie vicissitudini, atti, tentativi, sacrifici, prove, alcune terribili, che la vita ha in serbo per tante nostre madri. Borges scriveva: “Un atto è meno che tutte le ore di un uomo”. Così questo immane lavoro per cui la vita si svolge, si forma e si accascia per poi risorgere e nuovamente abbattersi, costruendo un solido vasto organismo di intuizioni e di convincimenti, di lotta e di speranza, rivisto dagli occhi della figlia, quando il declino della vita materna giunge a compimento, si disvela nella pienezza del suo senso, diviene “un disegno, una pittura, una traccia”. Federica Sgaggio ci consegna in uno dei libri più belli di questi ultimi anni la chiave di volta di quell’arco di verità che sostiene la vita. E questa è l’eredità dei vivi.
Robert, Manuale di Mari

«Dal momento in cui l’ho incontrata, Rosa mi ha catturato. Con tutti i suoi difetti, non è un personaggio che si dimentica facilmente.» Catherine Dunne

Alla fine degli anni Cinquanta, Rosa si trasferisce dal Sud al Nord d’Italia. È una donna intransigente, una combattente. Insegna a sua figlia – colei che ci racconta la storia – che il primo comandamento cui ogni donna deve obbedire è: «Non piangere.» Ed è anche la madre di Francesco, che a causa di un incidente occorso subito dopo il parto soffre di una forte disabilità. Così lei lotta per rendere migliore la vita del suo bambino, e la sua diventa presto una lotta per i diritti di tutti coloro che non possono combattere per se stessi. Nel romanzo, Rosa è una madre della quale la figlia racconta la vita; ma è anche, semplicemente, l’Italia: l’Italia ancora stordita dalla guerra degli anni Cinquanta, quella euforica dei Sessanta, quella turbinosa dei Settanta, quella privatizzata degli Ottanta, quella svuotata dei Novanta. Un’Italia, Rosa, messa alla prova: da un marito da cui sceglie di fuggire, dalla disabilità del figlio, dalla figlia con la quale il rapporto è tanto stretto quanto conflittuale, dai cambiamenti sociali e politici che le avvengono intorno. Ma anche la figlia, che ricorda e racconta, è l’Italia: l’Italia d’oggi, quella che non intende rinunciare alla propria storia, e che vuole inventarne una nuova.

«Un romanzo potentissimo, carnale, anche violento a tratti, ma di assoluta e potente verità.» Emanuela Canepa

«Mi sono piaciuti molto il tono, la perfetta messa a fuoco del personaggio della madre, l’amore vero e complicato che trasmette.» Helena Janeczek

«È un libro molto bello per più ragioni. È scritto benissimo e soprattutto indaga in modo profondo e pieno di grazia sui sentimenti di paura, di coraggio, di vigliaccheria, tutto il ventaglio di sfumature di cui siamo capaci.» Mariapia Veladiano

Anteprima di L’eredità dei vivi di Federica Sgaggio

Shanahan’s on the Green

La prima volta che l’ho visto era vestito di azzurro. Le ruote della culla, scivolando sul pavimento giallo di marmo, facevano rumore.
Mio padre mi sollevò per farmelo guardare.
Francesco era al mondo da poco, forse nemmeno un paio d’ore. Quella è l’ultima volta in cui l’ho visto normale. Il corridoio era chiarissimo per la luce della mattina.
Da qualche giorno era arrivata a casa la nonna di Solofra, in Irpinia. In treno, credo. Ma che incredibile intraprendenza. Mia madre le aveva offerto il lettone con le lenzuola rosse e fucsia.
«Ma in quelle lenzuola voi riuscite a dormire?» «E perché?»
«No, per dire. Mi pare la cantata dei pastori.»
Al piano di sotto abitava la Stefania; aveva qualche anno più di me. Il fratello minore si chiamava Stefano. Ancora oggi mi domando come abbiano potuto, i genitori, con tutti i nomi che esistono. «Vedrai quando nascerà tuo fratello» mi diceva ogni tanto dal balcone la Stefania nei mesi in cui mia madre era incinta. «Lui verrà prima di tutti, tu non conterai più niente.» Invece io ero contenta: del pancione e del fratello.
Quando si avvicinò il mio primo giorno di scuola, la Stefania alzo la testa verso il mio terrazzino e mi disse: «Vedrai che brutto quando andrai alle elementari.»
Era la profetessa delle mie sventure ipotetiche, perché a me piacque anche il primo giorno di scuola. Anzi: quella fu una grandissima mattina.
Mi accompagnò mio padre. Mia madre era a casa con Francesco, che aveva otto mesi.
Poco tempo fa sono andata a fare spese a Dublino e sono passata davanti a Shanahan’s on the Green. È un ristorante di carne, con molte pretese. In vetrina c’è sempre una corbeille di fiori freschi che costerà come l’affitto di un appartamento. Quando portai mia madre in Irlanda, lei vide la corbeille e puntò l’indice: «Voglio andare a mangiare là.»
Le risposi che costava troppo. Vorrei averla portata. Avrei voluto darle una cosa bella da raccontare. Ricompensarla.
Il primo giorno di scuola non venne a vedere la mia felicità.
Casa mia era il luogo dove i bambini stavano male e potevano morire, le mamme progettavano di suicidarsi, i papà strillavano e sbattevano le porte, le bambine dovevano portare le trecce, tacere e fare le brave, dormire con la faccia rivolta al bianco del muro e dare le spalle alla notte.
La scuola, invece, era un posto che qualcuno aveva costruito pensando a me. Fra quei muri mi ero sentita parte di un noi senza tragedie.
All’epoca si cominciava ancora il primo ottobre.
Tornai a casa con una domanda per mia madre: perché quella mattina tutti i miei compagni avevano pianto? «Perché sono scemi. Non capiscono niente.»
Avevo capito, non ero scema.
Lei mi amava anche perché non ero scema. Non dovevo regredire allo stato di scema; il primo comandamento era: non piangere.
Di quell’anno di scuola c’è anche qualche foto. Sul retro di una c’è un timbro del fotografo: settecentocinquanta lire. A ripensarci, una bella cifra. Io ho solo le riproduzioni digitali che ne feci chissà quando, ma la foto di carta deve pur essere da qualche parte. Sono seduta a un banco che la maestra Maria Marchesini ha fatto portare in corridoio. Dietro di me ci sono quattro cartelli: quello del GL, con il disegno di un giglio; quello del GN, con un ragno; quello dello SCI, con un paio di sci; e quello dello SCE, col disegnino di un pesce arancione tigrato. In quel mondo non c’è bisogno di aver paura nemmeno dei ragni.
Ho la riga in mezzo, le treccine strette strette, legate in fondo con un fiocco azzurro uguale a quello che chiude il colletto tondo del grembiulino bianco. Dai polsini spunta un maglioncino rosso. Davanti a me c’è un quaderno sul quale faccio finta di scrivere con la penna.
Ho occhi languidi, tristi e fiduciosi. Li guardo, e mi trasmettono una speciale esitazione. Non so se posso sorridere veramente: un po’ per l’idea che forse non e il caso; un po’ perché un sorriso senza incertezze mostrerebbe la finestrella fra i denti.
E il cerotto sotto il mento, eccolo li. Quella era l’ultima delle tre volte in cui al pronto soccorso mi misero i punti sul mento. Mi ero specializzata: cadevo senza mettere le mani avanti, uno sport che non ho mai abbandonato.

L’autore

Federica Sgaggio vive tra Verona, dove è cresciuta e dove ha lavorato come giornalista, e Galway, in Irlanda, dove studia letteratura inglese. Ha pubblicato i romanzi Due colonne taglio basso (Sironi 2008) e L’avvocato G. (Intermezzi 2016), e il saggio Il paese dei buoni e dei cattivi. Perché il giornalismo, invece di informarci, ci dice da che parte stare (minimum fax 2011). Nel 2015 ha curato con Catherine Dunne la raccolta italo-irlandese Tra una vita e l’altra (Guanda; uscito con il titolo Lost Between: Writings on Displacement per New Island Books).

L’eredità dei vivi
di Federica Sgaggio
Copertina flessibile: 288 pagine
Editore: Marsilio (24 settembre 2020)

12 Commenti

  1. Dall’anteprima e dai commenti letti, sicuramente un libro “importante” il racconto di una figlia, l’Italia vista e vissuta dai suoi occhi, la figura della madre, emigrata al nord negli anni Cinquanta, questa figura sembra da quanto letto il fulcro della narrazione, raccontata dagli occhi della figlia, una figura importante, le sue battaglie per sensibilizzare sul tema della disabilità, vittorie e sconfitte, l’Italia di allora e sicuramente anche l’Italia di adesso… Un libro sicuramente che farà meditare…

  2. “Dare le spalle alla notte” è una delle più belle rappresentazioni dell’infanzia che io abbia mai letto. L’Autrice sa bene come colorare di individualità esperienze che sono di tutti: quell’azzurro della carrozzina, quel condensare in poche parole la realtà di un condominio, quel prefigurare già dall’incipit la figura materna catturano la fantasia e il sentire di chiunque legga. I bambini sono in genere, in letteratura come in pittura, i più difficili da rappresentare; in queste pagine, invece, ci riconosciamo e allo stesso tempo scopriamo dimensioni che non sono nostre, che sono antiche e nuove allo stesso tempo.

  3. Un incipit estremamente toccante, che invoglia davvero alla lettura.
    L’argomento è senza dubbio attuale e di interesse intramontabile, quale è il rapporto madre-figlia. Da figlia prima e da madre poi, vorrei avere il piacere ricevere il libro!

  4. Dalle prime frasi mi sembra una libro intenso e molto interessante… Per un giudizio più preciso dovrei leggerlo.

  5. Questo libro ha attirato subito la mia attenzione anche perché ho una figlia che da poco si è affacciata alla vita,le ho sempre insegnato a non arrendersi e guardare le vicissitudini che si presentano anche attraverso le ragioni degli altri, avere il piano b cioè comprendere gli altri ma non farsi prevaricare e chiarire subito il proprio punto di vista.Fra di noi c’è un rapporto molto bello di estrema confidenza . Mi sono ritrovata in queste poche pagine che ho letto, nelle vesti della madre anche perché nonostante tutto cerco di guardare questo mondo che mi circonda con tanta pazienza e tanta voglia di capire e comprendere . La madre educa ad affrontare la vita bella o brutta che sia,e come maestra di vita lascia sempre nei figli una traccia di sé.Complimenti spero che il suo libro abbia molta fortuna per me per quel poco che ho letto è bellissimo.Mariliana

  6. Un libro di grande valore, e di un profondo insegnamento. Spero di poterlo ricevere per apprezzarlo per intero al massimo.

  7. Ho letto la trama e mi sono commossa. Una madre che insegna alla figlia “non piangere”, perché finchè si è in vita non tutto è perduto, ci si può sempre rialzare e ricominciare. Come sicuramente ha fatto Rosa dopo la disabilità del figlio, e come hanno fatto tutte le madri per riprendere in mano la loro vita dopo la fine della guerra. Perché i vivi sono ciò che i morti hanno lasciato loro in eredità, non beni materiali ma sentimenti ed esempi. Bella anche la copertina con un volto che è dolce e pensoso e tenero come ogni madre sa essere. L’incipit mi ha catapultata nella storia e nella vita di Rosa e i suoi figli, con una scrittura netta, fluida e coinvolgente. Veramente molto bello, Complimenti all’autrice e auguri per il suo libro.

  8. Complimenti all’autrice. Libro molto intenso. Prosa interessante che fa immergere il lettore nel racconto. Rosa è l’Italia di allora ma dovrebbe essere anche l’Italia attuale. In fin dei conti tutte vorremmo avere lo spirito di Rosa, della donna, del Paese che lotta e non si arrende.

  9. Un tuffo nel passato, il mio ricordo del primo giorno di scuola diverso dalla protagonista di questa appassionante storia. Non mi vergogno di dire che non ero per nulla sereno, e dal mio bel fiocco blu si intravedevano i segni dei miei lacrimoni. Non conoscevo nessuno, mi ci volle qualche ora x ambientarmi in un contesto del tutto nuovo. Quando uscii da scuola mi sentii spavaldamente rincuorato. Dissi a mia madre la prima bugia della mia vita, le dissi che mi piaceva la scuola e che i miei compagni erano simpatici. La scrittrice tocca con sapienza, argomenti spigolosi, per dormire ci dicevano di girarci verso il muro bianco, per tenerci fuori dal campo visivo degli ambienti circostanti. Si non vedevamo, ma spesso ascoltavamo. Anni difficili, ma ricchi di voglia di riscatto, i genitori cercavano di dimenticare le avversità della guerra e di rendere agevoli le nostre giornate. Leggendo l’anteprima di questo romanzo ho avuto una certa commozione perché pur essendo trascorsi parecchi anni mi sono trovato a ricordare cose che credevo finite nel dimenticatoio. Complimenti all’autrice.

  10. Sono diventata mamma di una splendida figlia a soli 15 anni…e gli ho proprio insegnato da piccola a non piangere ma a lottare,perché la vita è fatta di lotte e di amore…e come dice Lei ora Donna e mamma…la vita insegna ad amare ma se ami qualsiasi persona,compagno,amico,collega e non sei corrisposto devi lasciarlo andare,cmq ti avrà sempre insegnato qualcosa…

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