LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

L’età ingiusta di Giovanni Luigi Navicello
Un bel libro, scritto bene, tanto da meritarsi il Premio Speciale Molinello 2009. Una "raccolta narrante" esemplare, come la definisce Alda Merini nella prefazione. Ottimo il ritmo e lo scandire dei tempi e delle stagioni. Belli i paesaggi descritti, le albe, le notti, le sere nei ricordi d’inverno. Scrive l’autore: "Le mani di mio padre tenevano le mie sul sentiero giacché di luci sole le stelle erano e, non distante, il Panaro lento andava per l’Emilia". Pura poesia in una dolce nostalgia dipinge "malinconiche sfumature vermiglie tra querce, rondini e un nebbioso marzo ancora acerbo". Stile magistrale. Da leggere.


L’ETA’ INGIUSTA

di Giovanni Luigi Navicello
Agar Edizioni – Collana Brividi & Emozioni
2008, p. 255
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Pradello, 1943. In un piccolo borgo della campagna emiliana Giacomo, contadino e attivo antifascista, decide, preoccupato per la loro sicurezza, di separarsi temporaneamente dai figli affidandoli al cugino di sua moglie, Ermanno Monti, a cui chiede di portarli con sé a Roma. Duccio, il maggiore, e Giovanni, di soli cinque anni, si ritrovano così all’improvviso sradicati dal proprio ambiente, tra persone sconosciute e in una città che tenta di sopravvivere alla guerra.
Spaventato, ma cosciente della propria responsabilità verso il fratello minore, Duccio si unisce ad Augusto, Giuliano, Settimio e Alba, ragazzi di borgata soli, ma intraprendenti, che diventano la nuova famiglia, con i quali condividerà per mesi difficoltà, drammi personali, ma anche momenti di gioia che fanno da contrappunto ad una guerra che nel frattempo semina orrori e sconvolge l’intero Paese.
Un romanzo intenso di emozioni che racconta come "l’innocenza sia sempre il tributo degli uomini ai carnefici". Una storia abilmente narrata con profonda ricerca sia nello stile che nel linguaggio e con interessanti inserti dialettali e gergali capaci di caratterizzare personaggi e luoghi in modo coinvolgente.

Prefazione di Alda Merini

Se guardiamo al titolo di questa raccolta narrante di Giovanni Luigi Navicello e di questa vicenda molto adescante diciamo che l’età ingiusta per uno scrittore è la vita. Dall’inizio della vita fino alla conclusione dei suoi messaggi pubblici o privati il poeta narrante, cantastorie illustre, becero o mago che dir si voglia cerca di porgere il suo dire… in questo caso in modo mirabile, mirabile perché semplice. Se noi guardiamo a quanto l’arte è complicata dobbiamo anche pensare che, malgrado le fatiche onuste dei nostri artisti, l’arte nasce con un’idea, un punto, una cosa minima e questo ragazzo, che per me si tratta di un ragazzo, sa scrivere, sa scrivere senza dare nell’occhio. Mi viene in mente un bellissimo titolo "Un oboe sommerso", uno che canta sotto le acque spesso gelide della vita o comunque antropomorfe.
Io ho conosciuto nomi illustri come Maria Corti, Mario Luzi, e anche, nel passato, Rainer Maria Rilke il quale in un suo mirabile libretto raccomandava ai poeti di non scrivere e così ai narratori, perché i padri e le madri della poesia non vogliono che i loro figli si facciano male e allora non vadano incontro ai disinganni, a delle voci false, a dei reclami anche degli invidiosi.
Comunque non voglio sostituire gli illustri miei colleghi ormai lontani e certamente non farò come Maria Corti, però una parola benevola per questo autore io la spendo, anche perché è un amico dei miei amici, e colui che fa volentieri il suo lavoro è già un benemerito della scrittura. Non auguro niente a questo ragazzo se non di continuare nel suo impegno sereno e con poco dolore. E’ tutto quello che può augurare una donna ormai alla soglia della chiaroveggenza che vede molto lontano, ma vede anche i triboli di questi momenti e speriamo che questi che Quasimodo chiamava "operai del pensiero" possano costruire con le loro parole, i loro racconti, un dialogo di pace perché la scrittura deve anche servire agli altri, deve diventare una mano che si tende verso gli altri e quindi una cosa facile da leggere e che invade il nostro profondo.

Dalle prime pagine


L’alba. Una smorta prima ora luceva. Tra le sterrate fangose si camminava ogni notte a sentire i ciuffi del riso che a moltitudini strusciavano sui polpacci il virgulto. La fredda aria della sera, svanita da una settimana, era il ricordo dell’inverno. Le mani di mio padre tenevano le mie sul sentiero giacché di luci solo le stelle erano e, non distante, il Panaro lento andava per l’Emilia.
La second’ora del mattino avanzava con malinconiche sfumature vermiglie che accennavano una quercia, una rondine, un nebbioso marzo ancora acerbo. Me seduto su un troncone spezzato poggiato all’erba. Mi sedeva lì il padre mio, sempre. Era rifugio d’allodole riparato dai venti poiché rimaneva al lato estremo del podere, contro una stacciata di legni usati per bruciare nei camini ed anche perché non mi potevo spostare poi di molto mentr’egli sbarbava il trifoglio per le vacche. Quello mattutino era il momento migliore per tagliare l’erba. Usava una falce con manico di legno e una grossa mezzaluna terminale affilata, lunga all’incirca un metro.

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