Lettere a Flavio di Irene (Giuliana Colella)

Attraverso la forma dell’epistolario, l’autrice dà vita ad un romanzo struggente. Irene scrive a Flavio, il marito, il compagno, l’essere amato che non c’è più perché la morte con la sua falce l’ha strappato alla vita, come si fa con l’erba sui prati. Ma di lui, di  una lunga esistenza insieme sono rimasti i ricordi, le emozioni, le sensazioni. Tutto è rimasto di ciò che può unire due esseri che di fronte all’altare si sono giurati eterno amore nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte.
Sono rimasti la tenerezza, che è profonda in Irene, sono rimasti ancor più vivi i sentimenti, la solitudine, l’inquietudine, la speranza e la consapevolezza di ritrovarsi ancora attraverso le parole, le confessioni e il dialogo stretto di queste profonde lettere d’amore. Scrive l’autrice: “Stasera, Flavio, la malinconia mi assale. Non riesco a fare nulla, neppure a scrivere.” E poi ancora: “Ricordi, cosa mi dicevi da fidanzato? Sarò per te amico, marito, amante.” Parole che scaturiscono da un cuore innamorato, da un cuore sincero e appassionato. Nessun uomo che non ami all’inverosimile una donna può pronunciarle. Irene continua  a scrivere dolcemente, sinceramente, appassionatamente, scavando nel proprio animo, facendo luce si aspetti della loro vita insieme e l’amore torna più forte che mai e continua a vivere attraverso la parola scritta e sempre attraverso la parola scritta il legame diviene ancor più indissolubile, aprendo nuovi orizzonti sconfinati di sentimenti e confessioni. In questo senso la scrittura diviene catartica, liberatoria, guarigione dal dolore della perdita perché dà continuità e speranza. Vivere è anche ricordare e scrivere è vita. “L’immagine di me, che lentamente viene fuori, mi stupisce. E’ quella di una sconosciuta, della cui esistenza non avevo alcun sospetto” dichiara L’autrice. E’ straordinario il potere della parola e lo scavare a fondo nei propri sentimenti. La nostra mente ha potenzialità inimmaginabili, lo dimostra Irene in queste stupende lettere a Flavio, in questo dialogo sincero e sommesso, in queste verità svelate in un vortice di emozioni che coinvolgono il lettore fino alla commozione. Un libro bellissimo e intenso che non si può dimenticare, fatto di pagine meravigliose a testimonianza del  grande e intramontabile valore umano e della fondamentale importanza della letteratura. Nicla Morletti

Anteprima del libro

1.

Caro Flavio, scriverti ora che non ci sei più, è forse bizzarro, una stravaganza direbbe mia madre, sempre rude e sbrigativa nel suo modo di esprimersi. Scriverti è invece per me la vita, quella che non mi è mai appartenuta e che ora, attraverso la penna, cerco di ricostruire. Da quanto tempo non ti parlo così, a cuore aperto? Da sempre forse. Sono vissuta nel sogno. Ho sempre immaginato di poter comunicare con te in maniera assoluta, senza diaframmi, senza infingimenti, un’immaginazione appunto, un sogno forse. Ti ho fabbricato nella mia mente ed ho preteso che tu ti adeguassi alla mia costruzione mentale. Di lì sono partiti i guai. Che non ho mai voluto vedere, che ho addirittura tagliato fuori dal mio “intelligere”. Sono andata avanti in maniera faticosa, ma sono andata avanti. Fra alti e bassi il nostro matrimonio è durato oltre cinquant’anni. Un bel record vero? Per tutti eravamo la coppia storica della città. Ci invidiavano. Sempre mano nella mano, sempre stretti l’uno all’altro, come legati da un filo invisibile. Insieme eravamo l’amore con la “A” maiuscola, quello che tutti sognano, quello che è così raro incontrare. Ma era poi vero? Non lo so più. Mi sembra di essere come Diogene che, dotato di una lanterna, cercava invano l’uomo. Io cerco te. Ti cerco nel passato, ti cerco, paradossalmente, anche nell’oggi. Dove sei, ora che non posso più vederti, né abbracciarti, né parlarti? Mi piace pensare che tu mi stia guardando, mentre mi muovo in questa difficile, affannosa ricerca.
«L’amore – dicevi – è fatto di amore puro e di passione». «E noi? – io ti chiedevo – Noi possediamo in misura massima tutte e due le parti?». Rimanevo con il fiato sospeso in attesa di una tua risposta. «Sì. – mi dicevi – Noi sì». Tiravo un sospiro di sollievo, gli occhi mi brillavano di gioia mal contenuta. Anche tu sorridevi, ma ora non so più se con complicità o con quel tocco di superiorità di cui amavi ammantarti. Nel nostro rapporto tu eri il maestro, io la scolara.
«Ti ho insegnato tutto» non mancavi di farmi notare ed io annuivo, lieta che quella immodesta certezza ti facesse stare bene. Eri sempre il maestro, anche a letto. Dopo l’amore non mancavi di darmi un voto. «Sette» dicevi e mi stringevi a te. Una stretta di possesso che compensava la mediocrità del voto. Tacevo, intimidita da quel tuo giudizio che rimaneva nella stanza, senza possibilità di replica. «Sono qui. – ti dicevo mentalmente – Sei entrato dentro di me, ti ho sentito godere, ho goduto, non so altro». A voce, invece ti dicevo: «Sento di essere solo una piccola parte di te», una frase che accoglievi con una certa fierezza, che ti portava a guardarmi con tenerezza. Rimaneva tuttavia in me un malinconico malessere per quel tuo sette che mi faceva sentire inferiore rispetto alle altre donne. Non volevo essere perdente, non ai tuoi occhi.

2.

Sei stato il mio primo uomo. Prima di te nessuno mi aveva mai toccata, neppure sfiorata. Ricordo l’impressione che mi fece, appena partiti in luna di miele, sentire la tua mano posarsi sul mio ginocchio. Durante il nostro tormentato fidanzamento mi avevi più volte stretto a te in abbracci che toglievano il respiro, ma non eravamo mai andati oltre. Perciò quella tua mano sul ginocchio mi sembrò un atto audace che consacrava la tua posizione di marito. Ero ormai tua, te lo potevi permettere. Che ti appartenessi lo testimoniava il cerchietto d’oro che portavo all’anulare sinistro. Ero tua moglie. Tua per sempre. Tu guidavi piano e la tua mano destra non lasciò mai il mio ginocchio, a meno che la guida non ti imponesse di spostarla. Era, ora lo so, un gesto con cui intendevi ribadire che ero un tuo esclusivo possesso. In quel momento non attribuii ad esso il giusto significato. Mi sembrò solo da parte tua un modo tenero per stabilire un contatto fisico con me e lo apprezzai per la sua delicatezza. Fu forse il primo di una lunga serie di equivoci che ci hanno accompagnato durante i lunghi anni della nostra convivenza.
La prima notte di nozze la passammo a Roma, i giorni successivi a Napoli. Un itinerario già scontato perché identico a quello del viaggio di nozze di mia sorella. Non mi sfiorò nemmeno l’idea di recarmi altrove, la mia dipendenza psicologica da Anna era assoluta. Tu, Flavio, appena laureato e povero in canna, non facesti obiezioni di sorta. L’importante per te era partire, stare con me.
Mia sorella aveva cinque anni più di me ed era l’astro della famiglia. “L’ha detto Anna, l’ha fatto Anna” erano le frasi ricorrenti per indicare che si trattava di qualcosa che era stato detto o fatto in maniera superlativa. Crescendo, la spiccata preferenza che mia madre aveva per lei cominciò a farmi soffrire. Non era gelosia, era solo sofferenza. Volevo essere amata per quello che ero, non per quello che si pretendeva che fossi. Non avrei mai posseduto l’intelligenza di mia sorella, non sarei mai stata come lei, era un dato di fatto, bisognava accettarlo. A scuola Anna era eclettica, perfetta, andava bene in tutte le materie, io invece amavo solo quelle letterarie, odiavo matematica, fisica e chimica. Curva sulle valenze, singhiozzavo, non ce la facevo a studiare. Ancora non so come abbia fatto a conseguire il    diploma di licenza liceale. Credo sia stato il tema di italiano a salvarmi. La timidezza era poi il mio maggior nemico, mi rendeva goffa, mi faceva sembrare poco intelligente. «Non è come Anna» diceva spesso mia madre sospirando, poi mi abbracciava come per farsi perdonare quel suo giudizio impietoso. Io rimanevo in silenzio, chiusa in un’autocommiserazione che non mi dava scampo. Per fortuna, c’era il rapporto con mio padre a salvarmi. Lui credeva in me e questo mi aiutava a sopportare la vita.

3.

Parlare di Anna significa, in fondo, parlare del suo fascino. Lo esercitava su tutti e, quel che più importa, sapeva di averlo. I corteggiatori non si contavano. «È femmina» dicesti una volta di lei e, nel pronunziare quelle parole, esibisti un tono da esperto intenditore, che mi ferì. Nulla mi piacque di quella tua frase, né il vocabolo usato, né il tuo tono compiaciuto di maschio che sa valutare le donne. Mi sembrò rozzo e volgare, il cristallo della tua immagine si inclinò, ma mi guardai bene dal darlo a vedere. Seppi tenere amarezza e delusione dentro di me. Fu il triste inizio delle cose non dette. Tanti piccoli mattoni di incomprensione che si accatastarono dentro di me, fino a formare un muro sempre più alto.
Mi piace dirti queste cose, Flavio mio, perché prima di oggi non te le avevo mai dette. Per essere esatti non me lo hai mai permesso. Il lavoro ci divideva, io a scuola con i miei alunni, tu in ambulatorio con i tuoi pazienti, il carattere anche ci divideva. Soprattutto evitavi qualsiasi discorso serio. «Le parole sono inutili» mi dicevi e con questa frase ritenevi chiuso qualsiasi argomento. Prima ancora che venisse affrontato. Mi voltavi semplicemente le spalle e te ne andavi. Non c’era problema che meritasse la tua attenzione, che riuscisse minimamente a coinvolgerti. Tuttavia, dinanzi ad una situazione di particolare difficoltà, non potevi darti alla fuga, eri costretto ad ascoltarmi. Sbuffavi, assumevi un’aria sofferta.
Mi dicevi: «Non posso accostarmi a te che subito cominci a lamentarti per questa o per quell’altra cosa. Andrà a finire che avrò paura di starti vicino», quindi ti mettevi come un martire in posizione di ascolto.
Cercavo allora di esporre il problema condensandolo nel minor numero di parole possibili. Mentre parlavo, mi invitavi ad arrivare rapidamente alla conclusione. Lo facevi a voce e con un gesto che mi faceva andare letteralmente in tilt. Raggruppavi le dita della mano in modo da formare una specie di bozzolo, quindi cominciavi ad aprirle ed a chiuderle meccanicamente come se fossero due molle. Quel gesto stava a significare “Stringi!”. Angosciata, seguivo il movimento della tua mano, mi impappinavo, perdevo il filo del discorso. Alla fine, spendevo più parole del necessario. Il mio tentativo si concludeva miseramente.

***
Lettere a Flavio
di Irene (Giuliana Colella)
2013, 80 p., rilegato
Ianieri Editore
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Giuliana Colella

Giuliana Colella è nata a Pescara dove risiede. Ha insegnato Italiano e Storia presso le scuole statali ed in segui­to in una scuola privata. Coltiva la passione della scrit­tura da sempre, ma solo da alcuni anni ha cominciato a partecipare ai concorsi letterali. Il suo nome figura nelle Antologie di diversi Premi, nel libro Poeti e scrittori contemporanei allo specchio delle edizioni Helicon, nel­la Letteratura Italiana – Poesia e narrativa dal Secondo Novecento ad oggi (critica e testi) della Bastogi. Per la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2006 il libro Inquietudine ed altri racconti. Nel 2008 sempre con Bastogi pubblica la raccolta di racconti Il mio mondo e altri racconti. Nel 2013, con lo pseudonimo di “Irene” ha pubblicato il libro Lettere a Flavio con Ianieri Editore.

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7 Commenti

  1. Bellissimo e d emozionante come solo l’amore tra due persone può essere. L’amore che continua e sfida lo spazio fisico e temporale per ricordare ad ognuno di noi che quando si ama tutto è possibile.

  2. Una trama emozionante, commovente. L’amore vero che supera la morte perché la morte nulla può quando il proprio amato ti ha lasciato così tanto, i ricordi si fanno vita tra le righe di queste lettere.

  3. Dalle poche righe che ho letto, ho già le lacrime agli occhi e la commozione sala ad ogni parola……scrivere una lettera ed esprimere i nostri sentimenti più nascosti, dire ciò che a voce non riusciremo mai a fare….dovrebbe essere la cosa più naturale e sincera, ma nella maggior parte dei casi, preferiamo pensare che abbiamo sempre tempo per esprimere a voce ciò che proviamo…..il tempo…..qualcosa che non riusciamo a gestire e fermare,lui va, veloce, e noi speriamo di averne sempre tanto…..in queste lettere è come se si volesse fermare il tempo e ripercorrerlo lentamente per nuove emozioni e con nuove consapevolezze……

  4. Dalla trama sembra un libro molto appassionante, una storia intima, una storia d’amore, e il romanzo epistolare rende tutto più romantico. Spero avrò la possibilità di approfondire questa storia

  5. Può l’amore sopravvivere oltre la vita? In questo libro la risposta è sicuramente positiva!
    Ho voglia di leggerlo e capirlo direttamente.

  6. Bellissime queste ” Lettere a Flavio ” di Giuliana Colella.
    Dietro la facciata dell’ eterno amore, rivelano che esso non e’ un mosaico di passioni e sogni, ma anche di problemi e incomprensioni.
    Irene confida a Flavio quello che non seppe dirgli da vivo; quasi a cementare un’ unione che solo l’ eternità puo’ sviluppare in pienezza.
    Complimenti. E – se e’ possibile – attendo il libro per gustarlo e recensirlo.
    Grazie.

    Gaetano

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