Libera Me Domine di Salvatore Nogara

Un bel romanzo avvincente, dove le storie si intrecciano, si uniscono, si fondono come fiumi nel mare della vita. E’ un narrare emozionante questo di Salvatore Nogara. Non mancano colpi di scena e aleggia la suspense tra le pagine. Il testo è di 503 pagine, grande l’impegno dell’autore che, con mano esperta, sa tracciare i solchi della letteratura contemporanea. L’autore nasce a Licata nel 1960. E fin da bambino tutto ciò che lo circonda lo stupisce, lo attira, proprio come le favole per i bambini. Questo stupore e la meraviglia di questa sua passione per ogni forma d’arte e per la letteratura emergono e si fanno più vive in queste pagine, dato che lo hanno inseguito da sempre. Emigrato in Belgio, poi in Germania ed infine in Francia, ha arricchito sicuramente la sua conoscenza acquistando una notevole e ricca esperienza umana e spirituale, da riuscire a dare vita ad un romanzo straordinario come questo. È bello l’incipit, che attrae subito, con un mare turbolento che “mugghia” gagliardo sotto il promontorio di Marianello. Le sue onde spumeggianti si infrangono sugli scogli millenari… C’è poi Elia, un bambino di cinque anni che si interroga sul proprio mondo e su stesso. A voi lettori la scoperta di pagine intense, difficili da dimenticare. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Il piccolo mondo di Elia

Un mare turbolento mugghiava gagliardo sotto il promontorio di Marianello. Le sue onde increspate s’infrangevano schiumeggianti sugli scogli millenari, affluivano copiose lungo la striscia costiera, giocavano tra di loro rincorrendosi sulla sabbia compatta; ardite, alcune si spingevano anche fin sotto alla falesia, quasi a toccare la roccia di bianca marna.
Inesauribile fonte di vita, testimone e teatro di innumerevoli umani eventi, il Mare Nostrum non cessava di raccontare storie incredibili e fantasiose di viaggi leggendari, di eroiche gesta e imprese straordinarie; ma anche di guerre infinite, di navi affondate e di povera gente annegata. Ripercorrendo la storia: dai giorni della creazione alle guerre puniche, dalle invasioni arabe allo sbarco degli americani, le acque di Marianello narravano di complesse e travagliate vicende umane dove le ragioni del bene e le insensatezze del male, alternandosi, si scontravano in una perenne lotta senza quartiere.
In quel particolare lembo di costa della Sicilia meridionale, a sud-est di Agrigento, solcata dal fiume Salso che proprio lì terminava la sua lunga corsa, sorgeva Licata, antica Phintias. Arroccata sulle pendici del poggio Sant’Angelo, famoso promontorio conosciuto in epoche passate col nome di Ecnomo, la città si stendeva a perdita d’occhio a valle, lungo la costa e su tutta la pianura circostante.
La città vecchia era composta ora da quartieri poveri, che non erano altro che un dedalo di umili case costruite in pietra o tufo, aggrappate le une sulle altre lungo tortuose viuzze; ora da quartieri alti, dove storici e monumentali palazzi sfoggiavano tutto il loro splendore sulle piazze più importanti e sui corsi principali.
La città nuova era un enorme cantiere edile in continua progressione che stendeva i suoi tentacoli a trecentosessanta gradi, fin dove era possibile, anche in zone dove le infrastrutture urbanistiche erano ancora inesistenti.
Tra stile rinascimentale e barocco, i numerosi monumenti che abbellivano la città testimoniavano di un fiorente passato; le innumerevoli chiese, antiche e nuove, presenti quasi in ogni angolo di strada, raccontavano di un cristianesimo ancora vivo e palpitante nel cuore della gente.
Licata città di mare, con le sue spiagge, il porto, il suo incessante viavai di navi e motopescherecci. Città di mare sì, ma caratteristicamente incorniciata anche da colline dorate di grano, da sconfinate campagne ricolme di vigne e d’agrumi, nonché di secolari oliveti.
Era il quattro dicembre del 1959, di venerdì, un rigido inverno era alle porte e fra le fortunate persone che possedevano un pastrano, le più previdenti lo avevano già tirato fuori dall’armadio e rispolverato. Sotto un cielo cosparso di grosse nuvole, si respirava un’aria fredda e pungente. Il Piano Mangiacasale era ancora immerso nel silenzio, le ombre della notte sparivano lentamente, quando un gregge di capre e di pecore, sbucate da Piazza Gondar, irruppe all’improvviso nello spiazzo. E d’improvviso fu tutto un belare, un tintinnare di sonagli e uno scampanellare di campanelle. Imperturbabili a tutto questo trambusto, i pastori richiamavano capre e pecore all’ordine utilizzando un linguaggio singolare, fatto di strani versi e brevi e acuti fischi, che solo loro e le povere bestie potevano capire.
Si udì, al numero cinquantanove, il rumore da ferro arrugginito di una serratura che si apriva. Aprendosi, un robusto portone di quercia di colore blu fece cigolare i cardini, e una donna tutta vestita di nero uscì fuori.
Essa teneva in mano una pentola e si accostò ad uno dei pastori per comprare del buon latte fresco e cremoso, munto all’istante.
Si trattava di una signora di quarant’anni, bruna, di statura media e di costituzione robusta. I suoi folti capelli scendevano giù fin sotto il collo ed erano nascosti da un foulard (anch’esso di colore nero). Sul suo viso sciupato dagli anni e dagli stenti, erano ancora evidenti i tratti di una bellezza che tuttavia sfioriva a poco a poco.
L’uomo consegnò la pentola piena di latte alla donna.
“Ecco fatto, signora Giuseppina, il prezzo è quello solito”.
La signora estrasse dalla tasca un portamonete mezzo vuoto, frugò a lungo in mezzo ad un mucchio di spiccioli, tirò fuori alcune monetine, le osservò per bene sul palmo della mano e pagò il pastore.
La donna prese la pentola e rientrò in casa. Quella casa, in verità, altro non era che un modestissimo pianterreno composto da una stanza, un cucinino e un angusto locale per i servizi con l’unica finestrina che dava sul quartiere. Per compensare la mancanza di spazio, era stato costruito un solido solaio, che chiunque, entrando, poteva notare, in alto, lungo tutta la parete a destra del vano. Vi erano stati sistemati dentro un paio di letti e alcune masserizie.
La signora Giuseppina aprì la porta e un fascio di luce tenue si proiettò sul fondo della stanza. Dietro alla grande tavola, che occupava la parte anteriore del locale, spuntarono gli occhi di un esserino. Questi era immobile e sgranava due occhi curiosi, due occhi spalancati, grandi come due patacche. C’era un qualcosa nel suo aspetto che suscitava stupore, ma non si riusciva ad afferrare cosa fosse esattamente. Erano forse quello sguardo perennemente sorpreso, il viso minuto, o forse quel capo grande e rotondo coperto da una microscopica capigliatura color castano chiaro, che pareva non volesse crescere mai?
La donna l’osservò contrariata.
“Elia, chi ti ha detto di alzarti? Lo sai che quando faccio le faccende di casa non voglio vedere nessuno in giro”.
“Scusa mamma, non avevo più voglia di rimanere a letto. Appena ti ho sentita uscire, mi sono alzato”.
Elia aveva già da tempo compiuto i suoi cinque anni: era nato infatti il primo giugno del 1954. Era l’ultimo arrivato della famiglia Benedetto. Sua sorella Rosa aveva tredici anni e Vincenzo, il fratello maggiore, ne aveva quattordici.
Elia era nato in circostanze molto difficili. Verso la fine della gravidanza, la signora Giuseppina era stata colpita da gestosi. La situazione era molto grave e si rischiava la morte della madre e del nascituro. A complicare le cose ci si era messa pure la suocera, la quale, da sempre, era stata contraria a quel matrimonio. Quest’ultima si era messa a rimproverarla perché non badava più né alla casa, né alla famiglia, e l’aveva trattata da incapace e da poco di buono. Così era scoppiato un litigio mortale tra la suocera e la nuora, culminato con la separazione netta e definitiva delle due parti in causa, sancito da un giuramento nel quale si dichiarava che:
“Neppure in punto di morte, si sarebbero mai più riviste”. Giuseppina era caduta in una profonda depressione e sembrava che più nulla potesse salvarla.

***
Libera Me Domine
di Salvatore Nogara
ADEF, 2012 – pag. 503

Salvatore Nogara

Salvatore Nogara, nasce a Licata nel 1960. Fin da bambino mostra un forte interesse verso l’ambiente circostante e tutte le sue componenti. Tutto l’interessa, tutto lo stupisce, come le favole per bambini, i racconti, i fumetti, l’arte, la musica. Nel 1971 prosegue i suoi studi presso il convento dei Carmelitani, a Palermo, dove resterà fino al 1974. Qui coltiverà la sua passione per la letteratura e l’arte. Nel luglio del 1976, realizza i suoi primi racconti: “La storia di Andrea” e “La valigia”. Nel settembre 1976, interrompe gli studi ed emigra in Belgio. Qui si iscrive a dei corsi d’arte e fotografia, senza tralasciare la letteratura. Rientrato in Italia, nel 1978, si dedica all’arte, alla poesia e alla scrittura di racconti e poesie. Nell’agosto del 1980 emigra prima in Germania e poi in Francia nel 1986. La sua ricca esperienza umana e spirituale, acquisita errando qua e là per l’Europa, gli permetterà di elaborare un testo ben strutturato, ricco di contenuti e vicino alla realtà.

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8 Commenti

  1. A Licata, raccontata con grande capacità descrittiva, quasi fotografica, a Licata che pur essendo io modicana, non ho avuto occasione di conoscere, bagnata dalle acque del Mare Nostrum che proprio in questo periodo è teatro di tragedie e di approdi di esuli fuggiti da fame e guerre, si svolge questa storia che già mi avvince come i grandi occhi del piccolo Elìa.
    Il nome ci accomuna, un accento ci divide, ma il mio cuore è già preso da questo strano bambino sopravvissuto con la severa mamma ad una brutta gestosi e che sarà, credo, il filo conduttore di questo romanzo che si preannuncia molto interessante e ricco di umanità e poesia!

    • È con grande sorpresa e stupore che scopro questo pregevole e affettuoso commento, inviato proprio da Èlia. Come asserisci anche tu, il nome del protagonista: Elìa, vi accomuna, anche se l’accento vi divide, ma il significato è il medesimo: “Dio (Yahweh) è il mio Signore”.
      Licata e Modica sono due città consorelle, appartenenti alla stessa terra e legate dalla stessa storia. Modica, oltre ad essere una città ricca di bellezza e di cultura, è anche la città natale del grande Salvatore Quasimodo. Leggendo il tuo commento, cara Èlia, devo dire che hai colto proprio nel segno. Elìa è il filo conduttore di questo romanzo, un romanzo che racconta la nostra terra, il nostro mare, un racconto colmo di suspense, ricco di personaggi, di storie, di intrighi e di colpi di scena, lasceranno senza fiato il lettore fino all’ultima pagina. Ma, come giustamente intuisci anche tu, è un testo rigurgitante di umanità, di sentimento e di poesia. Se vuoi conoscere più in profondità il contenuto del romanzo, puoi andare sul mio blog: nogara.fr dove potrai leggere i primi tre capitoli del mio libro. Un grande grazie, Èlia, per il tuo pregevole e gentile commento, che apprezzo veramente e che tengo in considerazione.
      Salvatore Nogara

  2. mi piacerebbe leggerlo il libro. deve essere una storia commovente. l’autore parla della sicilia una terra che non ho mai conosciuto; con posti meravigliosi, ma anche con molti probblemi…. non vorrei aggiungere altro, perchè il tema è delicato.

    • Grazie katia, per il tuo commento. Si, la Sicilia è una terra piena di sole, ricca di fascino e di storia. È anche un grande serbatoio di idee, di risorse e potenzialità. Purtroppo in passato alcune entità grette e malavitose hanno frenato e inibito questo slancio intraprendente e generoso di tanti siciliani onesti e pieni di buona volontà. Per questo motivo tanti figli di questa terra sono stati costretti ad abbandonarla, per cercare migliori condizioni di vita al nord o all’estero. Il romanzo esplora e mette in luce tutte queste tematiche, portandole all’attenzione del lettore. Si, come dici tu, il tema è delicato, ma quanto appassionante e pieno di vita! Se vuoi andare più lontano sulla lettura del romanzo, puoi andare sul mio blog: nogara.fr dove potrai leggere ben tre capitoli del mio libro e farti un’idea più precisa riguardo al contenuto. Ti ringrazio, Katia, per il tuo gentile commento, che apprezzo e che tengo in considerazione.
      Salvatore nogara

  3. Un incipit che descrive la Sicilia, la nostra bella terra, amata e odiata al tempo stesso.. una terra ricca di fascino, di storia, di tradizioni e soprattutto di cultura, che ha dato e continua a fare tanto a coloro che vengono in Sicilia, e soprattutto alla sua popolazione.. ma al tempo stesso odiata perché potrebbe dare molto di più, ma dalla quale molti sono costretti ad andare via per realizzare i propri sogni..
    e questo inizio descrive proprio com’era la Sicilia idi quegli anni, in cui c’era molto più riverenza nei confronti dei genitori e dei parenti o semplicemente dei conoscenti.. tutte cose che oggi stanno svanendo..
    da queste poche righe, mi ha colpito molto la descrizione molto semplice ed esauriente della mia terra.. sembrano le storie che mi raccontava mio nonno.. le storie di guerra e della vita di quegli anni..
    mi piacerebbe leggere tutto il romanzo per carpire come evolverà questo rapporto di amore odio fra suocera e nuora..

    • Il tuo pensiero, Maddy, è molto significativo e appropriato, e manifesta particolare sensibilità e amore per la nostra storia e per la nostra bella terra, cosa piuttosto rara di questi tempi. Si, la Sicilia è una terra davvero suggestiva e ammaliante, ricca di storia e di cultura, ma, come suggerisci nel tuo commento, è una terra a volte ingrata e odiata. Odiata perché qualche volta preda di entità malavitose o di approfittatori e gente senza scrupoli. È una terra depredata, che obbliga qualche volta i suoi figli ad emigrare per trovare altrove migliori condizioni di vita. Nonostante tutto, la Sicilia è stata per tanto tempo invidiata e corteggiata nel mondo, per aver saputo trasmettere alla società quei sani e solidi valori cristiani, propri della famiglia. Tutte cose, come suggerisci giustamente anche tu, che stanno svanendo. In questo romanzo, è un po’ il mare, da buon testimone di fatti e leggende, che introduce e narra questa storia appassionante, nella quale potrai ritrovare i contenuti che stiamo trattando. Il racconto sviluppa e ripropone in tutta la loro ampiezza e profondità quei principi e modelli di vita universali che veramente hanno dato un significato e un senso più profondo alla nostra esistenza. Grazie Maddy, per il tuo pregevole commento, che apprezzo e che tengo in considerazione.
      Salvatore nogara

  4. Liberaci, o Signore, dalla miseria –
    ed era un’ invocazione seria –
    quella che gli abitanti di Licata
    scandivano a voce alzata.
    E il mare faceva da memoria,
    per raccontare la Storia
    degli eroi consumati dall’ oblio,
    ricordati solo dal buon Dio.
    E qui appare Giuseppina,
    una donna sulla quarantina,
    essicata dalla suocera e dalla vita,
    dalla speranza ormai finita.
    E parte allora la trama,
    che Nogara bene ricama,
    per dispiegar una novella intrigante,
    da goder oggi, all’ istante.

    Gaetano

    • Sono semplicemente e felicemente stupito per questa splendida poesia di Gaetano, che coglie in modo così calzante e suggestivo il senso più profondo e autentico del mio libro. Sono pochi versi, ma quanto significativi ed esaurienti, che illustrano sapientemente le prime sequenze di una storia ricca di avvenimenti, di stravolgimenti e di profonde e autentiche emozioni. Le mie più sincere felicitazioni a te, Gaetano, per il tuo talento, e un grande grazie per il tuo bel commento.
      Salvatore Nogara

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