L’intransigenza – I gialli del Dio perverso di Paolo Calabrò

L’intransigenza è l’atteggiamento di chi non è disposto a transigere. Considerato un pregio o un difetto, secondo che si associ all’idea di fermezza e rigore o piuttosto a quella di chiusura e intolleranza.
Con questo originale titolo si apre un noir molto originale che coinvolge il lettore dalla prima all’ultima pagina per la sua scorrevolezza e per la misteriosa e accattivante trama. Man mano che si va avanti nella lettura viene da domandarsi: come fare ad individuare un criminale che agisce con una sua logica consequenziale, dalla razionalità perfettamente calcolabile, ma a rovescio? A rendere ancora più allettante tutta la narrazione, appare tra le pagine anche il cubo di Rubik, con il suo enigma della croce bianca da fare allineando gli spigoli. Il giallo svela al suo interno un cristianesimo dominato dal “Dio perverso” con le azioni più ignobili, mentre la mentalità collettiva miete più vittime dei singoli moventi.  Il ritmo è serrato, la scrittura piacevole, lo stile inconfondibile. I locali della parrocchia di San Leopoldo, di proprietà comunale, sono stati devastati durante la notte. I fatti incuriosiscono il lettore che a questo punto vuol saperne di più, mentre l’attesa regna sovrana. Tutto si svolge a Puntammare, un piccolo paese del litorale casertano il cui sindaco che ha più a cuore la propria immagine che la giustizia, non è interessato a scoprire chi siano i colpevoli. L’importante per lui è che la giunta non sia invischiata in certi accadimenti. E come il Don Abbondio dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, non vuol saperne di brutte vicende e di cose che possono sconvolgere il proprio quotidiano vivere. Ma non la pensano allo stesso modo Nico Baselice, vigile urbano e Maurizio Auriemma, impiegato dell’ufficio tributi che si ritrovano a formare una squadra di investigatori privati conducendo un’indagine irregolare e anomala che rischia di coinvolgere i nomi più in vista della cittadina. Da qui prende vita un’originale noir che si dipana tra colpi di scena, intrighi e avvenimenti che si svolgono tra gli uffici del comune e le strade della costa. Non aggiungo oltre. La curiosità a questo punto cresce. Lascio al lettore la scoperta di queste avvincenti pagine che non danno tregua, non lasciano scampo e coinvolgono appassionatamente fino all’ultima pagina. Nicla Morletti

Anteprima del libro

mattina

A volte le circostanze ti portano a dire, a fare, a essere quello che non vorresti e che non avresti mai immaginato, in condizioni diverse. Ecco perché, quando poi vai al cinema e vedi film tipo quelli di Will Smith ti senti preso in giro, davanti a quei protagonisti neri, vessati e senza un soldo che alla fine se la cavano sempre – grazie alla sola forza della volontà – con un successo sfacciato e inverosimile. Le cose non stanno così e noi siamo ciò che vogliamo soltanto in minima parte e tutto il resto è condizionamento, la casualità dell’esser nati più belli o più brutti senza essercelo scelti, l’influenza di ciò che abbiamo intorno e che alla fine – o ripp’ o rapp’ – cerchiamo di mandar giù, facendocelo piacere.
Prendete me: Nico Baselice, 45 anni e qualche chilo in più, agente scelto del comando di polizia locale del comune di Puntammare, provincia di Caserta. In servizio da oltre vent’anni, da almeno quindici aspetto la promozione che mi è stata promessa e che non arriva mai: prima lo stop alle assunzioni, poi il patto di stabilità, poi il blocco delle progressioni di carriera, poi la spending review… non che me l’aspetti piovere dal cielo, so che la promozione va meritata col lavoro. Solo che pensavo di averlo già fatto con tutti quei turni straordinari gratis, la reperibilità ventiquattrore al giorno per l’intera settimana; mi sono perfino laureato in psicologia, qualche annetto fa, per “fare curriculum”. Ed eccomi qua: in un ufficio nel seminterrato del municipio, pieno di carte vecchie e così piccolo che se allarghi le braccia tocchi le pareti, con un lucernario costituito da una grata che fa entrare l’aria della strada, seduto a una scrivania che non è neanche solo mia. Condivido infatti la stanza con Maurizio Auriemma, collega arri-vato qui da Napoli appena prima dell’estate e che mi è stato da subito cordialmente antipatico. Un po’ perché è più giovane e ha un livello superiore al mio. Poi ha la vecchia laurea magistrale, mentre io ho solo la “breve”: prima che venisse lui valeva ancora qualcosa, ora sono tornato a essere una specie di diplomato. E poi è di Napoli. Ma detto questo, dopo tanti anni di illusioni e delusioni, mi accontento di starmene qui, al coperto d’inverno e fresco, anche se umido, d’estate. Potrei scendere in strada; ma visto che traffico a Puntammare non ce n’è, nessuno si accorge della differenza. Me ne sto seduto a risolvere il cubo di Rubik, la mia nuova occupazione, alla luce intermittente di un tubo al neon che andrebbe sostituito. Auriemma, come sempre, non c’è: lui è una specie di vampiro, non esce mai di casa prima che faccia buio e comincia a lavorare quando gli altri hanno già finito il loro turno. Il dirigente non fa una piega, pare che l’ufficio tributi non sia mai andato così bene come in questi ultimi mesi. Contento lui. Guardo le imponenti pile di bollettini ripartite e accatastate sulla scrivania, circondano il computer come in una sorta di assedio del vecchio millennio a quello nuovo; a momenti neanche il mio gomito c’entra più. Quando è arrivato non ci hanno pensato due volte a metterlo nella mia stanza. “Provvisoriamente” mi hanno detto. Altrettanto provvisoriamente mi hanno lasciato in questo sgabuzzino, con la plafoniera che lampeggia come l’insegna di una farmacia notturna. Se c’è una cosa che ho imparato dopo tutti questi anni di servizio nella pubblica amministrazione, è che non c’è niente di più definitivo di una cosa provvisoria. Fai una cosa un giorno senza pensarci, per buona volontà o per buon cuore, e ti rimane appiccicata addosso per tutta la carriera; hai voglia poi di dire che non ti compete e che sarebbe lavoro per qualcun altro, ti risponderanno: “Ma se l’hai sempre fatta tu!” Per cui, non resta che fare come le reclute al primo giorno di leva: “Che sai fare tu, spina?” “Niente, signor tenente!”
Il telefono suona all’improvviso. Da qualche tempo quaggiù ce un fracasso infernale, come di martello pneumatico, di trivella. Sento a fatica gli squilli: è Ferdinando Varriale, il dirigente del nostro settore. Non riesco a capire una parola di quello che mi dice, il rumore è troppo forte. Afferro in qualche modo «… nel mio ufficio» prima che chiuda. Accidenti, stavo per finire il primo strato del cubo. Dovrò pensarci dopo: prendo il rompicapo e corro al primo piano. Varriale non mi chiama mai. E allora delle due l’una: o ha sbagliato numero, o è successo qualcosa di veramente grave.

subito dopo

Puntammare è un paese di cinquemila anime; nel senso che per arrivare a questa cifra devi contare anche tutti quelli che sono morti dal medioevo a oggi. Una striscia di terra che in qualche modo comprende sia il mare sia la montagna, nonostante le dimensioni, la cui costa è schiacciata fra quelle di Mondragone e di Sessa Aurunca, tanto piccola che se in acqua tiri troppo forte devi andare a recuperare il pallone nel comune vicino. Comunque, noi puntammaresi siamo fieri di esserlo; l’affetto e l’abitudine fanno il resto, quelle quattro cose cui sei legato dall’infanzia – non importa che siano realmente significative o che abbiano un valore in sé – finiscono per diventare motivo d’orgoglio al quale, spontaneamente, viene poi dato il nome del paese natio. Ecco il motivo per cui noi puntammaresi siamo fieri di essere nati qui: per nessun motivo. Ed ecco perché siamo così diffidenti verso chi non è “dei nostri”: non è che ci sentiamo superiori, questo no, ma è come se sentissimo che, insomma, se non è di Puntammare… certamente gli manca qualcosa.
Salgo le scale a quattro a quattro, ripassando tutte le eventualità: ho dimenticato di timbrare il cartellino? Sono in arretrato con lo smaltimento delle ferie? Ho multato la macchina del dirigente senza accorgermene?
Al pianterreno il frastuono è assordante, non so i colleghi come facciano a lavorarci. C’è un viavai spropositato di operai in tuta, affaccendati a trasportare carriole, scalette e ogni tipo di materiale. Polvere dappertutto. Evito di chiedere informazioni a qualcuno di passaggio, tanto non riuscirei a sentire la risposta.
Arrivo al primo piano col fiatone, già fradicio di sudore. Vorrei bussare, ma perdo l’equilibrio e finisco di peso sulla porta, che si apre proiettandomi all’interno.
«Avanti» mi dice Varriale. Non sono neanche arrivato e già ho fatto la mia prima bella figura. Evito di scusarmi per non aver bussato, temo che sembrerei ancora di più un cretino. Cerco di apparire disinvolto:
«Mi ha chiamato, dottore?»
«Si sieda, Baselice – fa lui senza staccare gli occhi dal foglio su cui scrive alacremente. – Ché qui le ipotesi sono due: o l’ossigeno ha smesso di arrivarle al cervello, oppure cinque minuti fa ho parlato al telefono con sua sorella».
Resto di sasso, senza reagire. E lui continua:
«Certo che l’ho chiamata. Anche se è l’ultima cosa che avrei voluto fare».

***

Paolo Calabrò, laureato in Scienze dell’informazione e in Filosofia, gestisce dal 2009 il sito ufficiale del filosofo francese Maurice Bellet in italiano. Collabora con i mensili «Lo Straniero» e «Sapere» e con il bimestrale «Testimonianze» ed è redattore della rivista online «Filosofia e nuovi sentieri» e dei periodici locali «Il Caffè» di Caserta e «l’Altrapagina» di Città di Castello. Oltre al volume Le cose si toccano. Raimon Panikkar e le scienze moderne (Diabasis, 2011), ha pubblicato con Il Prato La verità cammina con noi. Introduzione alla filosofia e alla scienza dell’umano di Maurice Bellet (2014). È membro dell’associazione NapoliNoir. Questo è il suo primo romanzo.

***
L’intransigenza – I gialli del Dio perverso
di Paolo Calabrò
2015, 208 p., brossura
Il Prato
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1 commento

  1. Leggere l’inizio di questo libro mi ha incuriosito e adesso voglio sapere come si dipana la storia… lo saprò mai???

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