L’uomo che rincorreva l’arcobaleno di Nino Casalino

L’arcobaleno è una magia del cielo, dell’aria, del sole. È il grande arco luminoso composto dai sette colori dell’iride. Seducente fenomeno di rifrazione e riflessione dei raggi solari incidenti su miriadi di gocce d’acqua sospese nell’aria dopo un temporale, segna la fine della tempesta ed è diffusamente considerato simbolo di speranza e pace. L’arcobaleno ha segnato momenti speciali della mia vita e sempre mi ha meravigliato questo arco di tenui colori, quasi come se la mano invisibile di Dio avesse spennellato la volta celeste con le tinte più belle per dare un tocco di dolcezza e magia alla nostra esistenza di esseri umani. Sono rimasta subito colpita dunque dal titolo di questo bellissimo libro: “L’uomo che rincorreva l’arcobaleno.”
Dice l’autore Nino Casalino: “Nelle pagine ho cercato di colorare con le parole profumate di lavanda i luoghi dove io ho voluto per qualche mese esiliarmi dopo il fatale seppur logico stacco dai miei colori compagni fedeli nel bene e nel male di una vita. Luogo dolcissimo la Provenza dove il Petrarca meditava sul suo amore per Laura. Fra quelle care fresche e dolci acque restai anch’io a riflettere su quello che avevo lasciato e su quello che mi restava da fare.” Un libro della memoria, scritto amabilmente, la cui lettura è piacevole e struggente. Spiega ancora l’autore: “Di quei ricordi non restano che vaghe folate colorate di luci, figure e suoni e, dentro di esse, un bambino.” Pura poesia nella narrazione fluida e accattivante, velata di quel nostalgico velo di malinconia che la rende densa di pathos e forte attrattiva. Nino Casalino, già imprenditore di un lanificio di cui ha curato lo stile e il disegno di tessuti esclusivi, è stato consulente di moda per i più importanti lanifici nel mondo e famoso design con la serie delle “Panchine sognanti”. La sua scrittura è soffice e morbida, seducente e calda proprio come la lana e racchiude in sé tutti i colori dell’arcobaleno. L’autore ha ricevuto il Premio Cesare Pavese nel 2011. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Verso l’altra sponda

Era il mio primo giorno di scuola, e per la prima volta la sensazione di restare solo, di andare incontro a qualcosa di ignoto, senza la vicinanza di mia madre, alla cui gonna in quel momento stavo aggrappato, mi impauriva profondamente. Privo del suo tangibile e rassicurante conforto, a cui ero abituato ogni giorno, mi sentivo perso, disorientato e senza volontà.
In quei grandi corridoi, con finestre sproporzionate da cui entrava una luce accecante che mi coglieva impreparato, compresi che mia madre da lì a breve avrebbe dovuto abbandonarmi, affidandomi a qualcuno che non conoscevo: la maestra, un nome che da solo m’incuteva un profondo timore. Giorni prima, mi ero assopito sul divano, e mi si era presentata in sogno l’immagine di una donna con lo sguardo severo, dai capelli irti, arruffati, del colore della paglia, e dagli occhi sporgenti e fosforescenti, con un solo grande dente e un ghigno diabolico.
Oggi riandando a quel sogno definirei, attingendo alla mitologia greca, la donna che mi era apparsa una delle tre Furie vendicatrici. Forse proprio come la mia prossima maestra.
Di lì a poco sarei stato solo davanti a lei; solo senza le mani di mia madre, dal sentor d’arancia bruciacchiata dalla stufa, su cui era stata posta per profumar la cucina, ma anche mani che in quel momento sapevano cogliere le mie lacrime dolcemente, nell’accarezzarmi il viso bagnato, mentre la sua voce, soffocata anch’essa dall’emozione, l’avrei sentita allontanarsi da me inesorabilmente. Di lei percepivo appena un respiro corto, affannoso e un incoraggiamento soffice e sussurrato che pareva venir da lontano.
Di quel momento ricordo l’odor del mosto che si spargeva nell’aula uscendo dai cortili, dalle case prossime alla scuola, dove un torchio malvagio pigiava senza pietà grappoli ancor luminosi di brina, strappati dalle viti violentate. Quell’onda profumata si diffondeva ovunque, fino a sciogliersi dentro una fitta nebbia scesa improvvisamente, anticipando l’autunno.
Quell’odore che avvolgeva uomini e cose, che attutiva i vaghi rumori altalenanti di persone strepitanti in strada – ombre che vagavano senza senso – pareva volermi isolare anche da mia madre. Mentre ero sulla porta che dava all’interno della scuola, in attesa d’entrare, giunse un gruppo di uomini in bicicletta, forse una ventina, allegramente vocianti, che mi furono perciò di qualche conforto. Entrarono in un piccolo lanificio, che conoscevo per il rumore perpetuo proveniente dall’interno di macchine sferraglianti, macchine che, anni dopo, mi avrebbero accompagnato, umili e fedeli, ogni giorno. Invidiai quegli uomini liberi che stavano per entrare allegramente in quel cortile dove ognuno di loro avrebbe preso il proprio posto in un lungo salone grigiastro, alla propria macchina, mentre io invece sarei stato ancora prigioniero della mano forte di mia madre.
Per un attimo pensai anch’io di fuggire con loro e nascondermi in quel capannone ma, come se mia madre l’avesse inteso, sentii la sua mano stringermi ancora di più.
Solo i rumori di quei carri oberati d’uve e le grida di quella gente mi stavano in quel momento accompagnando, laddove un coro disadorno e concitato di bambini e di madri mi trasmetteva ancor più timore. Forse qualche bambino s’era staccato dalle mani della madre e stava correndo a casa, forse altri si rotolavano a terra, impauriti anch’essi.
Inesorabilmente invece stavo andando verso la porta scura dell’aula, ormai già aperta, che m’avrebbe ingoiato senza speranza. Spinto da quell’onda scalpitante, persi la mano di mia madre ma ne ritrovai subito un’altra che, un po’ meno dolcemente, m’accompagnò al banco, al mio banco, dove sarei rimasto solo e abbandonato senza che nessuno cogliesse le mie lacrime.
Mentre stavo guardandomi attorno, ma soprattutto ponendo attenzione alla porta, aspettando di vedere mia madre, un soffio forte di odor di mosto mi raggiunse e ancor mi pare di portarlo appresso.
Quell’odore era entrato anche nella cartella di rigido cartone rossiccio, quando l’avevo aperta per estrarre la scatola di matite colorate che mi era stata regalata il Natale precedente e di cui andavo orgoglioso. Ancora oggi, quando mi ritrovo con problemi seri, mi piace aprire quella cartella, accarezzandola come per cercare sollievo e conforto e ancora mi pare di sentir quell’odore.
Oltre al ricordo delle mani calde e trepidanti, porto con me, di quel primo giorno di scuola, un’angosciante immagine: quella di un grande fazzoletto giallo, di quelli che si usavano una volta, del color della minestra di zucca, di cui ogni tanto, sebbene controvoglia, mi dovevo cibare. Quel fazzoletto giallo che mia madre, rimasta sulla soglia, sventolava ogni momento per rincuorarmi offrendomi così, con la sua presenza, il suo conforto… quel fazzoletto, ormai bagnato di lacrime, che premeva sulla bocca, copriva buona parte del viso, da cui sporgevano appena due grandi occhi attoniti e lucidi. Il suo strofinare quel grande cencio giallo, che le scendeva fin sotto il mento, pareva lo sventolio di una bandiera in segno di resa e di sconfitta.
Quel colore che ancora mi appare adesso, del sentor di scherno, nei momenti di sconforto, mi ricorda le foglie gialle dei vecchi aceri, le prime a cadere in autunno, a segnare il tempo della lusinga che l’inverno pone. Quel giallo rappresenta per me come un presagio di sventura e, quando in certi casi mi appare, penso all’antico augure che aveva colto e interpretato i voli sinistrorsi come portatori di sciagure.

***
L’uomo che rincorreva l’arcobaleno
di Nino Casalino
2012, 156 p., brossura
Fausto Lupetti Editore

Nino Casalino

Nino Casalino, imprenditore fino ad alcuni anni fa di un piccolo lanificio di cui cura lo stile e il disegno di tessuti esclusivi. Poi è stato consulente di moda per importanti lanifici nel mondo. Ha pubblicato con Fausto Lupetti il libro “La moda e la ragione”. Indirizza le sue attività creative nel design con la serie delle “Panchine sognanti” dai colori e dalle forme particolari amici fedeli della sua vita professionale. Riprende a coltivare la sua passione per la letteratura e la poesia, vince con l’opera “Impietoso il mare” il Premio Cesare Pavese per la poesia nel 2011. Vive tra Biella e Mentone. Ma dice di lui che non finisce cosi.

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6 Commenti

  1. Amo gli arcobalenti e leggendo questo brano è stato come vederne tutti i colori. Emozionante, intenso, riflessivo. Davvero interessante! Spero di poter leggere tutto illibro!

  2. Il suo libro evoca anche a me bei ricordi di quando in campagna dopo il temporale improvvisamente tutto si apre e all’orizzonte arrivano come per magia colori che ci fanno pensare che dopo tutto possa essere bello come nella vita dopo la tristezza può arrivare il sereno.

  3. Nino Casalino descrive il suo primo giorno di scuola piu’ come un temporale che un arcobaleno. E’ il meteo della vita, sempre pronto ad acquazzoni che infradiciano il nostro animo. Al quale, si, puo’ succedere l’ arcobaleno; ovvero una speranza e un conforto che ci permettono di andare avanti; e anche di tessere meravigliose stoffe per ingentilire le nostre persone, al cospetto di un’ emozione che si chiama eleganza. Se l’ autore vorra’ donarmi una copia del racconto, spero, poi, di regalargli una recensione dai ” sette colori “.

  4. LETTURA SCORREVOLE E COLORATA DI SENSAZIONI ED EMOZIONI SCRITTE CON SEMPLICITA’ ED INTENSITA’, DA LEGGERE CON CALMA E SERENITA’.

  5. si legge che è un piacere ,fluido semplice ma nello stesso tempo pieno di emozioni e sensazioni.
    Complimenti
    Barbara

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