Morte di ghiaccio di Francesco Mundo

LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Interessante e accattivante quest’opera prima di Francesco Mundo. Un “giallo” che in un sapiente gioco di intrecci e alchimie tesse una storia dove domina sovrana la suspance.
Procedendo veloci nella lettura si accorge che l’autore non scrive solo per intima soddisfazione, ma per sviluppare il discorso intellettuale, impegnato a risolvere il dissidio tra disfacimento storico-temporale e martellante ansia razionale. Un autore valido, dalla penna delicata anche quando tratta di eventi drammatici, scavando nella psiche del personaggio e toccando problemi umani di interesse universale che, per la modernità del dinamismo espressivo e per l’ecletticità epigrammatica della creazione, si colloca così tra le voci più intonate della narrativa contemporanea.

MORTE DI GHIACCIO
di Francesco Mundo
Edizioni Lepisma – Collana Il calabrone
2008, pag. 120
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È difficile applicare un’etichetta ben precisa al romanzo “Morte di ghiaccio” di Francesco Mundo. E forse non è nemmeno necessario. “Morte di ghiaccio ” ha certamente le caratteristiche di un giallo, riuscendo a tenere col fiato sospeso il lettore fino all’ultima pagina in cui è svelato l’arcano di fondo ed è rivelata l’identità dell’autore del delitto con il quale si apre il racconto. Ma, con tutto il dovuto rispetto per questo nobile filone, da cui l’autore sembra innegabilmente affascinato ed ispirato, sarebbe ingeneroso limitarsi a classificare “Morte di ghiaccio” come un semplice giallo. Il romanzo, infatti, offre spunti di riflessione ed ha risvolti che non sono esclusivamente funzionali ad infittire il mistero, ma che spesso assurgono al rango di denuncia ed impegno sociali: l’irrisolta questione meridionale, la crescente diffusione di disturbi psichici legati ad una società sempre più alienante, il dramma della precarietà del lavoro e della vita per intere generazioni. Come dimenticare, infine, la descrizione, a tratti elegiaca, di sentimenti forti come l’amore e la nostalgia e di immagini e spaccati della terra natia, Montegiordano e l’Alto Jonio cosentino, substrato indelebile dell’anima dell’autore? È possibile che l’opera di un esordiente contenga tutto questo pur conservando un complessivo equilibrio? Ai lettori l’ardua sentenza.

Prefazione di Dante Maffia

Morte di ghiaccio è l’opera prima di un giovane ingegnere calabrese, Francesco Mundo, soltanto per caso nato a Taranto. È narrata in prima persona con lucidità e con coinvolgimento, con la semplicità di chi vuole trasmettere i dati di certi avvenimenti per chiarirne i risvolti prima a se stesso e poi agli altri. I particolari infatti sono detti con scansione che non lascia possibilità alle conseguenze e servono all’intreccio per dipanare una matassa intricata che la psiche adombra e percepisce come una inesorabile vicenda.
Si tratta di un giallo, ma molto diverso dai soliti, quindi non puro gioco di alchimie che creando suspense creano anche le tracce del mistero. Qui c’è il rigore di chi crede nei valori dell’uomo, nell’umano, nel sociale, e ne vuole trarre insegnamenti. Direi dunque che, per coniare un nuovo genere, Francesco Mundo ha scritto un “giallo sociale”, a suo modo impegnato.
Gli scenari sono quelli del paese di origine, Montegiordano, e i luoghi dunque sono riconoscibili. E basterebbe già questo per dare al romanzo una sua fisionomia, perché soltanto da poco l’Alto Ionio cosentino è assurto alla dignità letteraria in modo evidente. Infatti i giovani scrittori, tra cui Paolo Franzese, Domenico Monci, Roberto Farina, hanno nominato i luoghi e li hanno perfino descritti. In questo modo si finisce per creare una dignità dei paesi che diventano icone di un immaginario che finora è stato soltanto fonte di aneddoti e di riferimenti privati. Adesso finalmente uno scrittore fa muovere le sue emozioni in casa propria e ciò mi pare un riconoscimento importante, soprattutto perché la scrittura lievita meglio quando si parla di cose conosciute, di esperienze dirette, di sogni e di fantasie che si sono consumati sul proprio territorio.
Si potrebbe pensare che Mundo abbia organizzato questo romanzo come un giallo per entrare nel filone che in questi ultimi anni è alla moda. Io credo diversamente: egli infatti voleva stigmatizzare una crisi profonda sia personale sia generazionale e ha voluto farlo attraverso un genere che affascina. Se si fosse inoltrato indifferente a tutto il resto nei meandri del romanzo psicologico credo che i risultati sarebbero stati diversi, per lo meno l’andamento delle pagine avrebbe assunto un ritmo più pacato, più lento, meno piacevole e il messaggio sulla annosa e irrisolta questione meridionale e sulle crisi psicologiche dei giovani, sulla precarietà del lavoro e sulla mancanza di prospettive del Mezzogiorno non sarebbe arrivato con la forza d’urto con cui invece si pone in essere.
Che poi il libro per arrivare alla totale catarsi riproponga un finale alla Goethe o alla Foscolo non è espediente letterario, ma logica conclusione di un “viaggio” che non poteva avere altra sintesi per poter diventare lezione non solo estetica.
Francesco Mundo è ingegnere, ha dalla sua la secchezza espressiva, abituato com’è ad occuparsi di fatti tecnici, ha un linguaggio che si muove fuori dai canoni usuali, lontano dai vezzi (anche se ogni tanto si lascia andare a qualche aggettivazione che ricorda il romanzo della tradizione popolare) e ci pone immediatamente dentro gli avvenimenti, eliminando i fronzoli e gli eccessi descrittivi. L’ultimo secolo letterario ha molto ricevuto dalla presenza degli ingegneri (si pensi a Leonardo Sinisgalli e a Carlo Emilio Gadda, per fare soltanto due esempi) e in genere dei tecnici (i nomi potrebbero essere centinaia) e dunque accogliamo con piacere questa voce nuova che va a inserirsi nel coro nutrito già in atto.
Il lettore non farà fatica ad accorgersi dell’autenticità di questa voce, del soffio di delicatezza che aleggia in ogni capitolo. Alcune pagine hanno la freschezza di note musicali appena accennate, altre si muovono in equilibrio tra appunto di sceneggiatura e annotazione sociologica e antropologica. Comunque la lettura è piacevole e direi carezzevole, anche se si parla di tragici eventi. È piacevole perché Francesco ha saputo entrare nella psiche dei protagonisti e ne ha saputo trarre elementi narrativi probanti, così come ha saputo organizzare il discorso con fluidità.
Sono sicuro che ci saranno molti sviluppi futuri per il giovane ingegnere. Per ora godiamoci questo libro che parla di un’epoca, di una generazione, di luoghi a loro modo magici, e anche di dolori che però aprono al controcanto poetico e ci pongono nel lievito della crescita umana e sociale.

Prologo: La neve


1
Ho sempre amato la neve. La coltre bianca che copre la terra e sembra guarirne ogni male è tornata spesso nei miei sogni, ad addolcire le notti durante tutta la mia vita. Che delusione al risveglio!
Era bello l’inverno dalle mie parti tra la fine degli anni ’70 e la metà degli ’80.
Da dicembre a marzo, non c’era sera in cui non guardassi le previsioni meteorologiche in televisione, sperando che quella stellina bianca apparisse proprio lì, sull’Appennino meridionale, ai confini tra Calabria e Basilicata, a ridosso del quale vivevo con i miei genitori e mio fratello minore.
Capii ben presto che delle previsioni non ci si poteva fidare ciecamente, per cui non mi restava che coricarmi con la speranza di un dolce e bianco risveglio.
Al mattino, durante quel quarto d’ora che intercorreva tra la sveglia e la discesa dal letto, cercavo di capire dai rumori esterni – o meglio dalla loro assenza – se nella notte avesse nevicato: era buon segno se non passavano macchine; tuttavia, dato il basso livello di traffico che caratterizzava il paese, specie a quell’ora, quello non era un indicatore decisivo.
Ecco allora che mi fiondavo alla finestra ed alzavo la tapparella lentamente, quanto bastava per scorgere un pezzo di strada, verificando così se il mio desiderio si fosse avverato oppure, come sovente accadeva, se avrei dovuto rimandare la festa.
Spesso le speranze erano disattese, ma molte volte il sogno si avverava. Si dava così inizio alla festa bianca.
Dopo aver fatto il giro delle finestre e dei balconi di casa per vedere il bianco dono da tutte le possibili angolazioni, facevo una gustosa e nutriente colazione – due fette di pane abbrustolito al fuoco (a fellaruscia), condite con abbondanti olio e sale – e via sulla neve, imbottito come uno dei robot che tanto andavano di moda in televisione in quegli anni di guerra fredda.
Incontravo gli amici del vicinato per una pallonata di riscaldamento. E poi via per tutto il paese, a sprofondare, a scivolare, a cadere, a sudare e gioire alla vista dei fiocchi che continuavano a venir giù.
Non era insolito che dalle tegole sporgenti dei tetti, soprattutto quando la temperatura era molto rigida, pendessero dei veri e propri ghiaccioli (i cannlir), che staccavo con le mani e succhiavo per dissetarmi. L’eccitazione, i movimenti e gli sforzi che facevo per muovermi sulle strade coperte provocavano un surriscaldamento corporeo ed una sete che nemmeno in agosto avvertivo.
Tornavo a casa bagnato fradicio, stanco ma felice ed impaziente di uscire di nuovo, malgrado i malumori di mia madre.
Dolcissima era poi la sera: quasi sempre il cattivo tempo danneggiava il sistema di distribuzione dell’energia elettrica, perciò trascorrevamo diverse ore a lume di candela o con l’antica lampada a petrolio, all’uopo riesumata dal magazzino, che riempiva l’aria di un odore di cui hanno ancora ricordo le mie narici.
A letto presto, con la speranza del bis il giorno seguente. Il sonno pian piano mi conquistava, man mano che l’eccitazione cedeva il passo alla stanchezza.

2
Tanti i ricordi di quelle giornate bianche: la scuola chiusa, la visita mattutina ai nonni ed il sorbetto all’arancia o al caffè con la neve raccolta sul balcone di casa, nel punto più protetto dalle contaminazioni.
La pausa da neve durava in genere due o tre giorni e già al secondo giorno mezzi di fortuna – in genere trattori cingolati – liberavano le strade per rendere possibile il transito.
Contro di essi io e gli altri ragazzi inveivamo invano perché stavano distruggendo il nostro sogno.
Tornavamo così a scuola e, immancabile, arrivava il tema sul fenomeno meteorologico appena passato.
Ah, l’ipocrisia dei temi! Tutti i ragazzi capivano che, per ottenere una buona valutazione del proprio “elaborato” – così si chiamava allora -, non dovevano scrivere ciò che sentivano davvero, ma quel che intuivano fosse consono al pensiero del docente su un determinato argomento.
“La neve è bella e porta tanta felicità a noi ragazzi, ma crea anche dei problemi perché blocca le strade, fa andare via la luce, ecc.”, doveva suonare più o meno così una delle frasi del mio ipocrita elaborato, mentre in realtà avevo una voglia matta di scrivere: “Amo la neve e tutte le sue conseguenze. Si fottano le strade, le macchine che non possono circolare e la corrente elettrica che va via! Tanto qui il progresso e lo sviluppo non ci sono mai stati e forse mai ci saranno, e non certo a causa della neve. Vorrei che nevicasse tre giorni e tre notti ininterrottamente, che la scuola fosse sommersa e chiusa fino a maggio!”
Penso che nessun insegnante, nemmeno John Keating (al secolo Robin Williams), il professore illuminato ed alternativo de “L’attimo fuggente”, avrebbe apprezzato il pathos di queste parole, che sarebbero state semplicemente liquidate come immature, edonistiche e, a loro modo, eversive.

3
Odiavo chi sporcava la neve, ma quel giorno era il mio sangue a farlo.
A 35 anni stavo morendo, ma, nonostante la violenza di quella mano assassina, ero sereno, certo di non rimpiangere questo mondo.
Mi dispiaceva soprattutto per i miei genitori.
Ma il tempo, chissà, e il pensiero di sapermi finalmente in pace li avrebbero consolati.
Lo sentivo, il torpore della morte stava prendendo il sopravvento e poco dopo esalai l’ultimo respiro.

4
“Poveraccio! È stato trafitto alla gola con un’arma da punta” mormorò il maresciallo.
“Maresciallo, non capisco. Nessuna traccia dell’arma del delitto e nessuna orma sulla neve”, questo il rapporto conciso dell’appuntato dopo una sommaria analisi della scena del crimine e dell’area circostante.
“L’assassino è fuggito con l’arma, magari disfacendosene in un altro luogo, ed il bel tempo degli ultimi giorni, sciogliendo gran parte della neve, ha cancellato ogni traccia della sua presenza e del suo percorso, il che ci complica maledettamente la vita” spiegò orgoglioso la sua tesi il maresciallo che, proseguendo il suo discorso, disse:
“Ragazzi, avvisiamo i familiari del ritrovamento; entro 12 ore voglio l’arma del delitto ed entro 24 il bastardo che ha ammazzato quest’uomo, o almeno delle idee ben precise.”
In tarda serata, quando la voce si era ormai sparsa per il paese, il maresciallo ricevette una telefonata: “Buonasera. Mi chiamo Gianni e sono un amico della vittima. Avrei un’importante testimonianza da fare.”.

Francesco Mundo, è nato a Taranto nel 1973 da genitori calabresi. In Calabria infatti ha frequentato il liceo scientifico (Trebisacce) e si è laureato in Ingegneria per l’ambiente e il territorio all’Unical di Cosenza. Ha coltivato da sempre la letteratura. Questo è il suo primo libro. Vive e lavora a Roma.

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