venerdì, Luglio 10, 2020
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Pane per l’anima di Anna Laura Cittadino

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LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Pane per l'anima
Pane per l’anima sono i sentimenti puri, le certezze d’amore, le belle parole. Pane per l’anima sono queste dolci e profonde pagine per chi si appresta a leggerle ed ha nostalgia nel cuore.
Un racconto di vita vissuta toccante, coinvolgente, che suscita emozione. A tratti si rasenta la commozione nel leggere questo libro. Un evento sconvolgente, in questo caso la morte del padre, fa ripercorrere all’autrice tutta la sua vita. Ogni ricordo riaffiora alla memoria e viene tracciato sulla carta con l’inchiostro del cuore.
Scrive l’autrice, quasi un sommesso dialogo con il padre: “Ho provato a tornare indietro negli anni e a vestire con i miei pensieri il giorno in cui sei venuto al mondo… una di quelle giornate pazze di marzo, fredde e bizzarre che, se ti affacci sul davanzale, vedi le primule ricoperte di ghiaccio…”
Un libro della memoria molto commovente, che tocca le corde dell’anima.

PANE PER L’ANIMA
di Anna Laura Cittadino
Pellegrini Editore
2008, 94 p.
Per ordinare il libro clicca qui
Presentazione di Antonietta Cozza

Il racconto si muove tra i fili del ricordo in un oscillare continuo della memoria che fa perdere volutamente il tempo al lettore. E, del resto, la memoria non ha i tempi della sequenzialità cronologica perché, quando è il cuore a dettare i ritmi, allora le ore, i giorni, gli anni si smozzicano e si attorcigliano in un’unica matassa. Che è quella dell’amore che la narratrice di questa storia tesse intorno ad un unico grande “fuso”: il ricordo di un padre così buono da essere costantemente paragonato al pane che lui stesso creava con le sue mani sapienti. E il ricordo, dunque, si fa narrazione e le storie, che sono tasselli di piccole vicende quotidiane, scivolano, lentamente, in una sorta di dialogo che l’autrice intesse con il padre nel tentativo di dargli corpo attraverso la scrittura che è indelebile e che “vince di mille secoli il silenzio”. E poi il dialogo si fa, inevitabilmente, soliloquio perché questo grande dolce padre non c’è più e resta sulla pagina il dolore di una figlia che non si dà pace a fronte di una tragedia che poteva essere evitata. Perché, dietro i ricordi di un padre onesto lavoratore e uomo di grandi valori, c’è anche la rabbia per quello che si può definire un ennesimo caso di cattiva sanità che, in Calabria, non è isolato né isolabile. E che porta un uomo alla morte tra l’indifferenza e l’inettitudine.
La narrazione, dunque, si spezza in due tronconi: i momenti affettuosi e il dolore per una perdita insensata. La prima parte è costellata dalle immagini (veri e propri frames cinematografici) intense di una famiglia che gravita tutta attorno alla sapienzialità paterna per poi cadere nel baratro di una vertigine senza via d’uscita. In mezzo la figlia che racconta, racconta, racconta. E in questo raccontare trova, infine, un senso. Perché, proprio la parola, ha un potere salvifico superiore a quello di qualsiasi medicamento o balsamo medicinale. La parola è trapano, è scavo interiore, è luce, è vita. E l’autrice lo sa. Ha scoperto che scrivere è il “pane dell’anima”. In tal modo, solo in tal modo, il padre resterà per sempre, eternato dalla pagina, avvolto dalla ragnatela delle parole. E chiunque si accosterà a queste pagine non potrà non amare un uomo “buono come il pane”.

Dalle prime pagine

Ognuno di noi conosce un modo speciale per parlare a se stessi, per raccontarsi e riflettere su quanta vita ci passa tra le mani, e quanta non riusciamo a cogliere e ci sfugge tra le dita come sabbia.
Ho cercato rifugio nei ricordi quasi fossero nascondiglio e fuoco che brucia e riscalda in una caverna di ghiaccio che fonde tutto. E alla fine quando sai che non ce ne saranno altri da vivere e da condividere, il freddo lo senti ancor di più, ti penetra nelle ossa e ti attanaglia il cuore.
Basterebbe un abbraccio muto, basterebbe dar vita a quei ricordi e lasciare che prendono forma e consistenza, fino a farli divenire presenza fisica che scalda, che tocchi, che vivi.
I ricordi sono i grandi dischi della vita che girano, di tutti i colori possibili ed immaginabili, sui quali la luce si sposta di continuo danzando.
Con il passare del tempo diventa più facile riconoscere colori e suoni e sapere con certezza cosa vivevi e cosa significava quello che sentivi.
L’età non conta a quaranta come ad ottanta, si ha bisogno del pane dei ricordi per saziare i morsi dell’anima.Otto marzo 1937Si dovrebbe sempre scrutare il cielo prima di percorrere un cammino, col tempo ho imparato che il più delle volte è lì che si possono trovare i consigli sulle strade da prendere o quelle da lasciare.
Non si dice forse che il buongiorno si vede dal mattino?
Molte volte in questi anni mi sono chiesta come fosse il cielo il giorno in cui sei venuto al mondo tu.
Forse, era uno di quei giorni in cui il sole si alternava con le nuvole, né pioggia, né sole.
Immagino questo perché, in fondo, anche la tua vita è stata così, costellata da un alternarsi di nuvole e sole, mai completamente serena, mai completamente cupa.
Ho provato a tornare indietro negli anni e a vestire con i miei pensieri il giorno in cui sei venuto al mondo.
Doveva essere una di quelle giornate pazze di marzo, fredde e bizzarre che, se ti affacci fuori sul davanzale, vedi le primule ricoperte di ghiaccio e ti chiedi: “Ma com’è che non hanno freddo e resistono a tanto gelo?”.
Forza della natura, avresti detto tu.
Forza della natura anche il tuo modo di venire al mondo, nel periodo in cui la povertà era la sola certezza della vita in un periodo di guerra, e sono sicura che sei venuto al mondo urlando e sorridendo allo stesso tempo. Sì, non poteva essere altrimenti.
La nonna mi raccontava che, già dai primi anni, avevi un carattere forte e deciso, non amavi le regole né le convenzioni, uno spirito libero e ribelle al punto tale che preferivi camminare scalzo invece di alzarti il primo e indossare le sole scarpe che trovavi.
Caspita, papà, ma come facevi ad andare scalzo per le sterpaglie o in mezzo alla neve? Io al solo pensiero rabbrividisco, eppure tu ci riuscivi benissimo e camminavi con una disinvoltura tale da far invidia (oggi) ai più bravi modelli del prèt-à porter.
Amavi correre per i campi, arrampicarti sugli alberi come le scimmie e poi saltare venendo giù anche a parecchi metri d’altezza.
Erano i tuoi giochi, senza pretese, anche perché cosa c’era da pretendere in quegli anni se non la sola voglia di essere padroni della propria età e della propria spensieratezza.
Poi venne il tempo di andare a scuola. Non il classico giorno di scuola dove si va tutti impauriti con il grembiulino inamidato e il fiocco che copre anche metà del mento tanto è enorme e sta dritto dritto in orizzontale in modo che la maestra quando ti vedeva poteva dire: “Ma che bel fiocco!” E tu, per non deluderla, rimanevi con la testa dritta che pareva anch’essa inamidata nell’amido di riso, e accennavi ad un timido sorriso, che sembrava inamidato anche quello.
No, tu a scuola ci andasti vestito come sempre e faccio fatica ad immaginarti con un paio di scarpe ai piedi; sono certa che ci andasti scalzo e vestito con il tuo sorriso e la tua esuberanza, ma il tuo sorriso anche da bambino conquistava tutti, la tua esuberanza un po’ meno, anzi il più delle volte irritavi le persone.
Com’è che ti chiamavano per il tuo modo d’essere irrequieto? Musolino? Sì, Musolino, come il brigante che in quell’epoca da noi faceva parlare più di Mussolini.
Certo che ne hai combinate delle belle, quando andavi a scuola, oggi saresti passato alle cronache come il leader dei bulli e avresti fatto il giro dei telegiornali di mezzo mondo.
Come cambiano i tempi! ! !
Ricordo che mi raccontasti che, un pomeriggio, mentre andavi a scuola, per caso avevi trovato una biscia, di quelle lunghe e scure che vivono nei fiumi dalle nostre parti, tu l’avevi trovata sul margine un po’ intontita, e avevi pensato di accartocciarla in un foglio e poi legarla in cima con un piccolo spago e darla alla maestra quando ti chiedeva un foglio per accendere la lanterna a scuola.
Immagino già il tuo sorriso al pensiero di quello che sarebbe accaduto: anche quando lo raccontavi a noi sorridevi già prima di iniziare.
Cosa successe? Ah sì, entrasti a scuola con la biscia avvolta nel foglio tenendola dritta in modo che non si muovesse e scappasse, poi l’hai sistemata sotto il banco ed hai aspettato che facesse buio e, quando la maestra chiese un foglio per accendere la lanterna, eccoti pronto a darle il tuo. La maestra lo prese, l’accese ed ecco che la biscia sentendo il calore del fuoco, iniziò a dimenarsi e a schizzare fuori tra urla e terrore e tu hai dovuto correre ai ripari per non essere massacrato di botte.
Ma ciò che oggi fa ridere me al ricordo di quell’episodio è la tua risata contagiosa che, ancora oggi, mi pare di sentire.
Era il tempo della seconda guerra mondiale e il nonno, cioè tuo padre, dovette partire per la guerra.
Non so che ricordi hai conservato di quegli anni anche perché eri molto piccolo, ma posso dirti cosa ricordo io dai tuoi racconti.
Mi raccontavi sempre che il nonno fu fatto prigioniero in Africa e vi rimase per sette lunghissimi anni.
La situazione era difficile, la nonna, per proteggervi dai tedeschi, vi portò in un rifugio in Sila, ma non mi hai mai saputo dire precisamente per quando tempo siete rimasti in montagna prima di far ritorno a casa.
La guerra, la povertà, la fame, il non avere un padre accanto ha fatto sì che tu andassi a lavorare piccolissimo nei campi e così provvedevi anche ai tuoi fratelli.
La fatica, il lavoro duro però non ti hanno mai tolto la tua voglia d’allegria, di divertirti e scherzare.

Il Profilo di Anna Laura Cittadino nella Galleria degli Autori.

1 commento

  1. Una sola parola:commovente. Il monologo della protagonista ad un padre che non può più risponderle ma che per lei é ancora vivo,é nei ricordi, nei racconti é nel suo cuore per sempre.
    Grazie per l’anteprima

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