Qualcosa che il fiume non travolge di Giorgio Bianchi

C’è qualcosa di magico in questo libro, che sa di miracoloso. Un messaggio per gli uomini che va oltre i confini della materia e, se si vuole, del destino. Il tutto è racchiuso nel titolo, tra l’altro bellissimo e perfetto: “Qualcosa che il fiume non travolge”.
Giorgio Bianchi narra di una della alluvioni più terribili che si siano verificate nella storia. Ed è quella del Polesine, quando nel 1951 fu sommerso dalle acque del Po che trascinarono via nel loro impeto edifici, uomini e animali. Paura, terrore, angoscia. Desiderio di sopravvivenza e consapevolezza imminente di quanto sia preziosa la vita e dell’urgenza di mettersi in salvo. Queste le forti emozioni di un gruppo di persone che riesce a trovare salvezza in un fabbricato più solido degli altri, lassù dove le acque non potevano arrivare. E così, in un piccolo spazio, unica oasi di salvezza, si trovano a contatto uomini e donne tra loro sconosciuti. Imparano a dialogare tra sé, si fanno coraggio, si aiutano, si conoscono: tante storie diverse e pur importanti, tante sensazioni e difficili prove da superare che uniscono. Il dolore, la sofferenza, la paura sono sentimenti negativi, ma rendono più umani. E queste persone, scampate ad una morte crudele, divengono amiche. Un’amicizia che durerà nel tempo, anche dopo che il fiume sarà rientrato negli argini e la tempesta passata. Ecco il grande messaggio che l’autore invia ai suoi lettori: quando tutto sembra perduto e la morte con la sua falce sta per mietere vittime, qualcosa di più forte, come il desiderio di vivere e la forza della solidarietà e dell’amicizia, possono salvarci, perché c’è veramente qualcosa di grande e infinito in esse, “qualcosa che il fiume non travolge.” Un libro bellissimo, scritto in maniera esemplare che, pagina dopo pagina, accresce il desiderio di saperne di più. Consiglio vivamente la lettura a tutti. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Desolazione. Fango e detriti. Gli uccelli vivono più in basso dei pesci.

«Che disgrazia! Non si vede che acqua. Anche molti tetti ormai sono sommersi. I contadini hanno perso tutto. Hanno lavorato una vita e il fiume si è preso ogni cosa in pochi giorni».
Il ristorante, ormai chiuso da diversi giorni, era allagato e l’acqua aveva sommerso il piano terreno e sembrava volesse salire ancora.
La donna era affacciata alla finestra del primo piano e guardava la distesa limacciosa che si estendeva a perdita d’occhio. Il paesaggio aveva perso tutta la sua mutevole bellezza e i suoi colori.
L’acqua trasportava pigramente detriti di ogni genere e rispecchiava il cielo grigio che contribuiva a dare un tocco di tristezza e di desolazione a tutto.
Non si sentiva altro rumore oltre a quello provocato dallo sciacquio ritmico e monotono, accompagnato a tratti da rapidi cinguettìi di uccelli in cerca di appoggi, sempre più rari e meno affidabili.
Qualche raggio di sole incerto che a volte faceva la sua timida ricomparsa non sortiva altro effetto che aggravare l’aspetto spettrale di tutte le cose.
«Per fortuna» osservò il marito «abitiamo quassù. Il ristorante è più in alto del paese di pochi metri, ma è bastato perché fosse allagato solo il piano terra. Purché la situazione non si aggravi, altrimenti può diventare preoccupante anche per noi. Da questo punto di vista per ora possiamo dirci fortunati».
«Chiamaci fortunati! Alfredo, non ti ricordi che avevamo appena comprato tutte le riserve per l’autunno? E la stagione migliore per il ristorante. La gente ha meno lavoro e viene più volentieri a cena. Poi speravamo anche in alcuni matrimoni. E un periodo dell’anno buono per i matrimoni».
«Sì, e poi venivano le feste. Non è stata un’annata buona questa speravamo di rifarci prima della fine dell’anno e invece…».
«Siamo a metà novembre, per Natale dovrebbe essere tutto finito». «Sì, Emma, per Natale avrà finito di piovere, almeno speriamo, ma non sarà finita l’emergenza. Quando il Po si ritirerà, lascerà un metro di fango e di detriti. La situazione si normalizzerà dopo mesi. E la gente non avrà voglia di andare al ristorante. Avrà ben altro da fare». «La radio ha detto che sono già iniziati i soccorsi. È impegnato anche l’esercito».
«Per ora i soccorsi sono per le migliaia di persone in difficoltà. A riparare i danni ci si penserà dopo e occorrerà molto tempo».
«Abbiamo comprato anche più del necessario, lo l’avevo temuto. Adesso tutto quello che avevamo in cantina è andato perso».
«Non proprio tutto. Qualche confezione è impermeabile, poi lo scatolame è ancora buono. Ma chi viene a mangiare al ristorante in queste condizioni? A qualcuno non sono rimasti che gli occhi per piangere. Dovremo comunque buttare molta roba. È un peccato ma rispetto a quello che è successo ad altri, è ancora poco»,
«Roba da buttare e nessun ricavo. Quest’anno finirà male il bilancio».
«Fortunatamente non abbiamo fatto le assunzioni che c’eravamo ripromessi. Avevamo fatto solo una proposta al barista e a un cameriere, ma non avevamo ancora concluso niente. Adesso poi chissà dove saranno finiti. Sembravano bravi ragazzi, erano proprio le persone adatte per noi, ma in queste condizioni come faremmo a programmare assunzioni?».
«È un anno proprio disgraziato. Forse è il peggiore in senso assoluto». «Speriamo che sia solo per quest’anno» disse Alfredo «ma potrebbe anche essere la fine del ristorante».
«Forse la vedi troppo brutta. Dovrà ben finire quest’alluvione. Ci vorrà tempo, ma poi la situazione tornerà come prima».
«Può darsi. Ma questo disastro cambierà le cose per sempre. Anche la geografia della zona verrà modificata. Il nostro ristorante era in una zona di passaggio, facile da raggiungere. Quando si dovrà ricostruire, non è detto che invece di questa strada non ne sarà aperta un’altra. Ci troveremmo isolati. Poi la gente che viveva qui ci cono¬sceva, erano contenti del ristorante. Adesso tutti sono scappati. Ritorneranno o verranno persone nuove che neppure ci conoscono. Dovremmo ricominciare da capo, senza clientela fissa. Ed è quella che ci garantisce gli incassi».
«Se è così, il nostro ristorante sarà destinato a chiudere».
«Speriamo di no; però non è solo questa stagione a essere compromessa. Le conseguenze possono essere peggiori. Mi spiacerebbe perché ho dedicato tutta la vita a quest’attività. L’ho fatto anche perché i nostri figli trovassero una fonte sicura di sostentamento, se decidessero di continuare l’attività. Mio padre me l’ha lasciato ben avviato e sul letto di morte mi ha detto “abbi cura di tua madre e abbi cura del ristorante”. E la stessa raccomandazione che avrei fatto io a Ludovico e Luca. Adesso, non so. Si fa tanto, si fanno programmi… e improvvisamente il Po si prende tutto. Per ora ha lasciato i muri, ma non è detto…».
«Pensi che ci sia pericolo anche per il fabbricato? Lo dici per spaventarmi?».
«Non credo sia necessario spaventarti. Lo sei già abbastanza. Credo che i muri tengano, almeno lo spero. Mio padre aveva costruito il primo piano. Quando l’ho rialzato, ho fatto rinforzare le fondamenta. Non ci dovrebbero essere rischi ma, sai, l’acqua può penetrare nel cemento, se riesce ad aprire una falla, il muro diventa pericolante. Non credo che ci siano pericoli immediati ma non si può escludere niente».
«Sono scappati tutti. Non pensi che sia prudente anche per noi pensare di andarcene?».
«Non so. Comunque avremmo dovuto pensarci prima. Adesso non saprei proprio come fare.
L’acqua fuori di qui è alta qualche metro». «Avremmo dovuto pensare di mettere al sicuro i
bambini».
«Dove? Non abbiamo parenti o amici che possano ospitarli. Ormai non abbiamo altra scelta che restare qua, almeno siamo al riparo e, per ora, all’asciutto».
«Sì, è vero, ci poteva andar peggio. Chissà quanta gente si trova in situazioni peggiori. Noi abbiamo perso un po’ di vettovaglie. Qualcuno magari ha perso tutto».
Intanto aveva ripreso a piovere. Una pioggerellina fine che non aggravava la posizione già precaria delle acque che erano esondate, ma aumentava le preoccupazioni.
Era più di un mese che pioveva, ma la situazione non era dovuta solo alle piogge locali, che pure erano state continue e insistenti, ma a quelle che erano cadute copiose a monte nel bacino del grande fiume. Dalla finestra mentre il buio sembrava dovere congiungere il cielo all’acqua, si vedevano ormai solo i tetti delle case più alte. Le costruzioni a un solo piano erano completamente sommerse. Alcune vecchie case erano state travolte dalla corrente del fiume. Fortunatamente erano state abbandonate per tempo.
«Chi è fuggito» disse Alfredo «tornando, non troverà più la sua casa». Emma pulì con uno straccio il vetro della finestra, per vedere meglio fuori, ma non migliorò molto la situazione. Il vetro avrebbe dovuto essere asciugato all’esterno.
«D’estate» continuò Alfredo «sono i vari affluenti che vengono dalle Alpi a creare pericoli, se il disgelo è troppo rapido. In questa stagione sono invece gli affluenti di destra i più minacciosi. Ma se piove continuamente a destra e a sinistra come ha piovuto negli ultimi tempi, tutto va a finire nel Po e gli argini non tengono più». «Io non ho mai visto un disastro di queste proporzioni. Sì, ci sono state inondazioni. Altroché. Mi ricordo che da piccola un anno abbiamo dovuto lasciare la casa. Siamo stati fuori una notte e il giorno dopo la situazione è tornata normale. Altre volte l’acqua è venuta fuori, ma senza fare danni».
«D’altra parte siamo nel Polesine. Sciagure simili sono sempre incombenti. Il letto del fiume è più alto del terreno. Nelle posizioni migliori i campi sono al livello di magra. Non si dice forse che da noi gli uccelli vivono più in basso dei pesci?».
«Non c’è proprio niente da fare, per porre rimedio a queste disgrazie ricorrenti?».
«Non lo so. Certo che ogni volta che succede, dicono sempre che si deve provvedere, ma poi provvedimenti decisivi non se ne prendono mai. Anche questa volta faranno promesse, poi quando le acque si ritireranno, le dimenticheranno in fretta».
«Intanto la gente va via e la maggior parte per non tornare più». «Come dar loro torto? Il rischio qui non manca mai, né d’estate, né in autunno».
«Mamma, ho fame» si sentì dire dall’interno la voce di un ragazzo.
«Sì, Luca, vengo» rispose la donna staccandosi dalla finestra.
«Dov’è Ludovico?».
«E di sopra in camera che gioca con i lego».
«Sì, Emma, prepara da mangiare» aggiunse il marito. «Roba ne abbiamo fin troppa. Quella almeno non ci manca. Fortunatamente i bambini non si preoccupano troppo e quando è l’ora hanno fame. Meglio così».
Alfredo si staccò dalla finestra e andò a sedersi su una delle numerose sedie sparse nel vasto salone. Era un uomo che mostrava di avere passato di poco la quarantina. I capelli erano già grigi e gli conferivano un aspetto distinto e professionale. Sembrava più anziano della moglie, una donna ancora piacente e ben curata; aveva i capelli castani raccolti in uno chignon dietro la nuca. Vestiva con sobrietà una gonna scura e un maglioncino a colori vivaci.
Si avviò sveltamente verso la cucina per preparare la cena.
«Chiama Ludovico. Digli di scendere».

***
Qualcosa che il fiume non travolge
di Giorgio Bianchi
Pietro Macchione Editore, 2013 – pag. 261

Giorgio Bianchi

E’ nato a Varese nel 1938 e risiede a Casciago (Va). È laureato in Economia e Commercio. Ha ricoperto per diversi anni le cariche di direttore finanziario e di amministratore, dapprima presso una società industriale multinazionale e in seguito per un gruppo di società di servizi, quotato in borsa.
Ha insegnato Diritto commerciale, Revisione aziendale e Risk management, presso l’Università Cattolica di Cremona e l’Università Cattolica di Piacenza.
Ha pubblicato una ventina di volumi, di contenuto professionale (economia e diritto). Opere di narrativa pubblicate: “La voce”, 2011, premiato con diploma di merito al Concorso Internazionale Alberoandronico e Menzione d’onore al Concorso Il Golfo; “Sul nostro campo piove”, 2011; “L’eremita”, 2012, premiato con menzione di merito al Concorso Insieme nel Mondo; premio qualità al Concorso letterario internazionale Montefiore; “Ha ragione il filosofo”, 2012, premiato con diploma di merito al Concorso Alberoandronico; “I prati della mucca pazza”, 2012; “Da Caporetto al Piave”, 2013.

Guarda tutti gli articoli

7 Commenti

  1. Bellissimo questo libro, seppure non l’abbia ancora letto. Il titolo mi aveva incuriosito e felicemente sorpreso. Poi, ho letto le prime pagine pubblicate nel sito ed ho sorriso. Da quasi un anno faccio volontariato in un Istituto dove vengono accolte persone con disabilità di ogni genere, molte delle quali gravi. In quel piccolo mondo, frequentato quasi sempre dai famigliari e dagli operatori, ho respirato il vero senso della vita. Questo libro ha richiamato alla mia memoria gli istanti che ho vissuto e che vivo in mezzo a quella gente meravigliosa, che lotta ogni giorno con il sorriso sul viso e la felicità nel cuore, che ha ancora la forza di rialzarsi nonostante tutto. E quando sembra che non ci sia più un motivo valido per vivere, quando perfino il sole con i suoi raggi non riesce a “riscaldare” l’anima, ecco una voce echeggiare dal fondo della disperazione, una voce che invita a non mollare ma a stringere forte quel barlume di speranza che ancora ci avvolge. Quella voce, l’ho ritrovata in questo libro, e seppure non sia facile nella vita, reagire come i protagonisti del racconto, è dolce farsi avvolgere dalla sensazione che il libro evoca: “desiderare di vivere” ci salva. Nulla può allora “travolgerci” se in noi, deteniamo il dono del viverci. Grazie all’autore e complimenti per questo “tocco dell’anima”.
    Vorrei ricevere una copia , grazie .

  2. Bellissimo questo libro, seppure non l’abbia ancora letto. Il titolo mi aveva incuriosito e felicemente sorpreso. Poi, ho letto le prime pagine pubblicate nel sito ed ho sorriso. Da quasi un anno faccio volontariato in un Istituto dove vengono accolte persone con disabilità di ogni genere, molte delle quali gravi. In quel piccolo mondo, frequentato quasi sempre dai famigliari e dagli operatori, ho respirato il vero senso della vita. Questo libro ha richiamato alla mia memoria gli istanti che ho vissuto e che vivo in mezzo a quella gente meravigliosa, che lotta ogni giorno con il sorriso sul viso e la felicità nel cuore, che ha ancora la forza di rialzarsi nonostante tutto. E quando sembra che non ci sia più un motivo valido per vivere, quando perfino il sole con i suoi raggi non riesce a “riscaldare” l’anima, ecco una voce echeggiare dal fondo della disperazione, una voce che invita a non mollare ma a stringere forte quel barlume di speranza che ancora ci avvolge. Quella voce, l’ho ritrovata in questo libro, e seppure non sia facile nella vita, reagire come i protagonisti del racconto, è dolce farsi avvolgere dalla sensazione che il libro evoca: “desiderare di vivere” ci salva. Nulla può allora “travolgerci” se in noi, deteniamo il dono del viverci. Grazie all’autore e complimenti per questo “tocco dell’anima”. Simona

  3. Chi è fuori da certe situazioni non può capire sino in fondo il vero sconforto ,perciò leggendo questo libro si può cercare di capire meglio gli stati d’animo che una persona può provare in certi momenti,e magari apprezzare di più quello che si possiede sia materiale che affettivo.

    Barbara

  4. nelle sue parole ho colto disperazione per la perdita e per le promesse non mantenute, rassegnazione per l’ineluttabilità degli eventi naturali ma, soprattutto, la forza, il coraggio della gente sana, abituata a rimboccarsi le maniche e andare avanti, sempre e che il fiume, amato e odiato, non può travolgere

  5. Qui il romanzo si fa’ Storia
    per affrescare la memoria
    di un evento si datato
    ma ancor da molti ricordato.
    Il Polesine, ah, la Bassa infelice,
    della natura traditrice,
    che nell’ alluvion tutto cancella,
    ma non la speranza, almeno quella,
    virtu’ per tutti cardinale,
    alla fede e speranza eguale.
    Infatti dopo la tragedia,
    non vissero gli uomini nell’ inedia,
    ma raddoppiando il loro impegno,
    perfezionato dall’ ingegno,
    ricostruiron non solo i muri,
    ma – senza ecceder in scongiuri –
    pure l’ armonia della societa’,
    migliorandola in qualita’.
    Onore a Giorgio per avercelo rammentato;
    e ai lettori diciam che va meditato.

    Gaetano

  6. Chi si trova in queste situazioni deve essere terribile vedere andare in fumo i sacrifici di una vita.
    Ma c’è una cosa che il fiume non potrà mai travolgere “LA SPERANZA” .
    la speranza di farcela, la speranza di sopravvivere, la speranza dell’inizio di una nuova vita quando la tragedia sarà passata.
    Ed è nella speranza che che Alfredo la moglie ed i loro figli vedono il loro futuro.

    Complimenti Sig. Bianchi

    Maria Luisa Seghi

  7. Di questo libro mi ha colpito già il titolo che già sembra dire tutto…. Poi, leggendo il resto ne ho colto il senso: è quando tutto è perduto e vivi un grande dolore che trovi la forza di rialzarti e ricominciare e stranamente tiri fuori una forza che non pensavi di possedere e pensi che al mondo ci sono altri che stanno peggio di te!
    Come dice Alfredo alla moglie, quando vede fuori l’acqua che esonda e invade il piano terra del suo ristorante: “ci poteva andar peggio. Chissà quanta gente si trova in situazioni peggiori”.
    L’autore riesce a descrivere con semplicità e delicatezza lo sconforto che può assalire le persone che vivono simili tragedie, ma riesce anche a lanciare un forte messaggio verso le istituzioni e il mondo politico che si presenta nel momento terribile con tante promesse che poi saranno puntualmente non mantenute!
    Tanti complimenti all’autore per questo bel libro!

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

 Metti la spunta se vuoi ricevere un avviso ogni volta che c'è un commento.

- Aggiungi una immagine -