domenica, 5 Febbraio 2023
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Querelle di Piero Buscemi

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Querelle di Piero Buscemi

Querelle di Piero Buscemi, nuova edizione italiana curata da ZeroBook

Querelle di Piero Buscemi, memorie dal sogno di una generazione

“Un racconto lungo a carattere autobiografico, un memoriale per fermare il desiderio di fuga: storia di Piero e amici, giovani inquieti e dibattuti tra l’esistenza e il vuoto, tra desiderio e disamore, ricordi che si snodano con un disincanto feroce, per slittamento e sovrapposizione temporale. I luoghi scorrevoli dell’attraversamento (dal Regno Unito a Roma, da Messina alla costa ionica) offrono indizi di questa insofferenza, ma è la scrittura (nervosa, a scatti, come lampo fotografico) codice e affresco di spaesamento: in una sorta di “libertà vigilata” il pensiero vaga, misura del vagabondaggio kerouachiano che talvolta si illude di riscoprire l’esistenza”.
(Dalla recensione di Querelle di Piero Buscemi curata da Maria Gabriella Canfarelli)

Romanzo, autobiografia, memoriale o, piuttosto, poema? Lo stile caratteristico di Piero Buscemi, fatto di proposizioni ardite, acrobatiche, estreme, espressioni che sono vere e proprie invenzioni, stati dell’universo concettuale e sentimentale dell’autore che si stratificano in ogni affermazione e definizione. Come emblemi, simboli, specchi ideologici. Ogni fatto, descrizione, situazione reca la cifra, il contrassegno di una meditata valutazione: tanto che si potrebbe dire che Buscemi scrive giudicando e pensando, come in un nervoso irresistibile flusso di coscienza. Frasi e interi periodi si susseguono a ritmo sostenuto e incalzante: non lasciano scampo al lettore che è continuamente alle prese con immagini fortemente evocative, folgoranti metafore dove la parola da prosa si tramuta in poesia. Sorprendente potente scrittura che non lascia indifferenti. È una bella sfida che merita di essere accettata.
Robert, Manuale di Mari

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PRIMO CAPITOLO

Dovremmo fermarci un giorno. Tutti, con le nostre idee diverse, e guardarci negli occhi. Dovremmo comprendere le nostre luci e le nostre notti, i nostri pensieri e le nostre follie, i nostri desideri e le nostre paure. Dovremmo maneggiare con cura la saggezza, disposti a offrirla a chi ce la richiede, senza che qualcuno dalla tomba ci annunci che dalla sua parte si sta meglio. Dovremmo tacere con la voglia d’eventualità che sia per l’ultima volta, obbedienti esecutori, figli illegittimi dei nostri istinti. Un giorno, dovremmo. Solo fermarci.

Lo avrei fatto da qualche tempo, se non avessi riflettuto troppo a lungo su versi opachi per essere nascosti. Se non li avessi trasformati nella solita canzone che sottrae l’anima, esaltandola in un memoriale di ritorno nostalgico. La solita, implosa nelle mancate reazioni a catena, nella penombra che tinge i giorni. Cantata o stonata per calmare la mia veemenza e la presunzione che il mondo continuava ad avercela con me. Mi sarei sentito più coerente se avessi mandato tutto a fanculo, anche cose che una volta ostentavano un valore diverso. Avevo allontanato definitivamente anche quest’altro pensiero e le persone che mi erano state vicine. Provavo nausea continuando a sprecare ulteriori parole. Nemmeno il tempo riusciva più a ritmarmi il suo passaggio e, di tanto in tanto potevo fingere di non accorgermene, anche quando ero costretto a farlo.

Anche in quei momenti riservati e particolari, quando ho improvvisato una scelta di vita imbarazzata, rimanevo un oratore solista contemplativo. Seduto sulle scale che conducono a una casa sconosciuta, io masochista, aspettavo che estranei mi dicessero di andarmene. Solo quando mi sono trovato su un treno che mi stava portando al mio paese, ho riscoperto la mia esistenza. Il tempo con la sua spada a doppio taglio, con il quale avevo consumato pigramente le mie giornate meditando sui testi universitari nel mio destino di studente in cerca di una posizione, dimenticando quelli che erano rimasti al prossimo appello d’esame. L’esame lo saltai. Mi ero presentato una mattina, preparato e arrogante a provocare il custode, che più annoiato che irritato, continuava a ripetere che quel giorno non c’era l’esame di inglese. Lo frecciai ironicamente senza trascurare il suo addome gonfio ma ben nascosto – almeno ci aveva provato – in pantaloni di velluto a coste. Marrone stitichezza. Due taglie sotto misura. La cerniera che esaltava la sua mascolinità come a un tentativo di fuga da Alcatraz. Quella ristrettezza che gli modellava il ventre, quella che gli prometteva che un giorno sarebbe stato idoneo per entrare a far parte del coro eunuco del Conservatorio di Messina.

Così mi sono ritrovato sul treno espresso 581 che viaggiava da Roma Termini all’ispirato territorio della Sicilia con i miei ricordi espressi in inglese e a volte scandinave che prendevano il sole nude, riflesse nel vuoto della mia sonnolenza. Dieci ore mi separavano dal mio ritorno a casa e non avevo voglia di ascoltare la voce pollanca della donna seduta di fronte a me per tutto il viaggio. Salita anche a Roma. Lei e le sue sei valigie. Più una amica che continuava a tormentare me e gli altri viaggiatori. I problemi con i bagagli avevano richiesto tempo. Si lamentava, alzando il tono della voce, dell’egoismo e dell’indifferenza di chi si prende cura solo del proprio benessere. Concluse dicendo che la latitanza del marito le stava impedendo di farsi due risate. ‘N gopp’ a sto cazzo. Sentenziò il ragazzo di Agropoli seduto vicino alla finestra, continuando a leggere il suo giornale.

La signora dalla ammaliante pelle scura accanto a me aveva chiuso gli occhi per un po’. Il calabrese alla mia destra mormorò: “Focu ranni, si sta purannu I cirivedda” disapprovando le prostranti lamentele della chicken’s friend. Fissai il quadrante dell’orologio, vagai in piena libertà nelle dodici ore precedenti. Ore di eterno distacco. Protagonista intangibile del mio vagabondaggio. Nelle mie orecchie gli auricolari musicali che irradiavano Snowy White lungo i marciapiedi di Eastbourne troppo lindi per soffermarsi. Vivace città nell’East Sussex. Gran Bretagna.

Sarà stata questa mia incurante nostalgia che le due calunniatrici concentrarono le loro conversazioni su argomenti più istruttivi. Altre martellate sulle palle. Crociere, cure termali, ristrutturazioni di ville milionarie e figli di papà che non volevano trombare per garantire le generazioni future. Un quarto d’ora dopo la partenza ufficiale, la voce di una ragazza che veniva dal corridoio addolcì l’aria, chiedendo se ci fosse un posto libero. Potevo solo offrirle il mio. Entrò con una valigia e i genitori. “Minchia, mi futtìu”. Fu il mio primo pensiero. La sicurezza di suo padre che strattonò in perfetta par condicio quelli che rivendicavamo fossero i nostri fardelli da viaggio, trovando in breve tempo lo spazio necessario per soddisfare le esigenze della figlia, ci lascò per qualche istante la dubbia ardua sentenza. Il bacio di raccomandazione svanì l’arcano. Restò la madre che sibilante le pronunciò alcune parole denunciatrici all’orecchio, angolandoci con lo sguardo. Infine svanì anche lei. Campo libero. La sbirciai con curiosità. Muovendo lentamente il collo la potei vedere meglio. Bellezza romana, velluto abbronzato, occhi scuri pungenti. Immaginai le osservazioni dei miei amici “ben accoglienti”, a pancia sotto. Occhiali a specchio che nascondono fantasie cocenti. Raffreddate nei volteggi dalle selezioni naturali. Palpebre semichiuse in preziosa castità. Approfittai della sindrome messicana per anatomizzarla ulteriormente.

Bedda bbuona, zzuccarata, pacchiuna. Risvegliai in me l’animale non troppo nascosto, stimolato dai suoi tratti mediterranei. Agropoli si spinse più avanti. Continuava a fare le solite domande a cui lei rispondeva abilmente, con sorrisi stanchi ma educati. Non si accorse – finse – della prostrazione della ragazza. Continuò a scodinzolare davanti all’osso che avrebbe voluto spolpare. Arcobaleno impacciato, sciolse gli occhi su quel terreno emotivamente arido, soddisfacendo parzialmente il loro bisogno di condivisione. Soffocai l’ironia della scena costruendo pensieri insensati di falsa perspicacia femminile che non riuscirono a leggere geroglifici eccitati. Lei, nella sua falsa ingenuità, esplose in personaggi pirandelliani appagati dalla ricerca. Studentessa universitaria errante. In viaggio verso la tranquillità mentale che l’aspettava in Calabria. Finì per invertire i ruoli quando, attratta dalla mia conversazione che avevo iniziato con la signora bruna, abbandonò il ragazzo campano sulla spiaggia di Agropoli, seppellendo le parole monotone. Oratore itinerante. Montai sul piedistallo, conoscendo i rischi oggettivi di una rovina improvvisata. Sottomesso dalle domande pertinenti, tirai fuori Kerouac dalla mia sgualcita borsa rossa e centellinando raccontai di episodi incandescenti non adatti a lobi eccessivamente sensibili. Mi concentrai. Tentai di fare un monologo sull’argomento anticipando le domande attese, ma la fluttuazione delle labbra romane nella vana ricerca di umido rinfrescante, deragliò la mia logorrea. Avvertii uno sguardo delirante in attesa di segnali incoraggianti, agognanti ma educatamente scacciati, soffocato dall’eco delle continue esortazioni della madre. Come un’ammiratrice soddisfatta di fronte al suo idolo, esitando la richiesta non ripetibile, finisce per condensare una banale combinazione di penna e foto ricordo, mi chiese la mia personale impressione sulla monarchia britannica. Ammutolii per alcuni istanti. Poi, alzando la voce di parecchi decibel, per rispettare la forma anatomica, più meritevole del suo contenuto intellettuale, risposi che non avevo avuto il tempo di formarmi un’opinione. L’incidente culturale non mi impedì di invitarla ad andarci l’anno successivo. Un “magari” di clausura forzata interruppe il tema anglosassone. Prelevò astutamente il suo testo universitario, mostrando intenzionalmente il titolo “The Domestic Animal and Man”, facendoci soffrire per i suoi studi di medicina veterinaria. Del suo trasferimento a Perugia e della sua passione selvaggia che l’aveva spinta a non mollare.

Agropoli, sbattuto dai venti degli atenei, convinto di essere in torpore coinvolto in una battuta di caccia sui monti Peloritani, grazie alle cinguettii vertiginosi della tragedia romana, brillò l’atmosfera con un sincero “… az”. Mi voltai cercando conforto in qualche ora di sonno per evitare gli spietati applausi del pubblico.
(Estratto da Querelle di Piero Buscemi)

Querelle
di Piero Buscemi
Editore: ‎ZeroBook (24 ottobre 2021)
Copertina flessibile: ‎116 pagine

Piero Buscemi
Piero Buscemi

Piero Buscemi è nato a Torino nel 1965. Redattore del periodico online www.girodivite.it, ha pubblicato: “Passato, presente e futuro” (1998), “Ossidiana” (2001, 2013), “Apologia di pensiero” (2001), “Querelle” (2004, 2021), L’isola dei cani (2008, 2016), “Cucunci” (2011), “Le ombre del mare” (2017), Enne (2020), “Di diritto e Di rovescio” (2022). Ha curato l’antologia di poesie Accanto ad un bicchiere di vino (2016); e le antologie di articoli di vari autori pubblicati su Girodivite: Parole rubate (2017), Celluloide (2017). Per il volume di poesie Iridea di Alice Molino (ZeroBook, 2019) ha contribuito con una scelta di suggestioni fotografiche. Vincitore di diversi premi letterari, alcuni suoi racconti e poesie sono contenuti in alcune antologie nazionali.

10 Commenti

  1. Ho una figlia adolescente, quindi capisco benissimo le difficoltà di un adulto nel comprendere e cercare di capire i propri figli/e e cosa il loro pensiero racchiuda.
    Le autobiografie… Un grande aiuto a chi vive queste esperienze e fatti al di fuori

  2. Mi piace molto lo stile di questa anteprima, cattura subito il lettore in uno stile nuovo e contemporaneo. Mi piacerebbe poterne approfondire la lettura.

  3. Amo molto questo genere letterario, un po’ racconto di vita, un po’ flusso di coscienza.Credo che ognuno di noi possa riconoscersi nei racconti della gioventù, nei sogni e nelle delusioni , nei viaggi e nei ritorni.Spero proprio di avere l’opportunità di leggerlo.

  4. Bellissima anteprima; la saggezza, la gioventù, il tempo… tematiche profonde e mai scontate che fanno riflettere su ogni tempo e momento della nostra vita, spero di poter approfondire questa lettura.

  5. Che meravigliosa anteprima! Mi ha così tanto coinvolto che avrei continuato ancora e ancora curiosa di conoscere ed approfondire pensieri e sentimenti del protagonista. E mi piacerebbe molto poter continuare a leggerlo, ovviamente.

  6. La gioventu’, il modo di vivere di questi nostri giovani che si aspettano tanto dalla vita, la loro ricerca di essere se’ stessi , i loro dubbi, mi fanno ritornare indietro nel tempo .Spero di poter approfondire la lettura di questo autore tanto irrequieto e preparato.

  7. Sono stata favorevolmente colpita dal registro linguistico che offre l’anteprima.
    L’inquietudine traspare fra le righe e fa presagire un contenuto da gustare dall’inizio alla fine.
    Sarei felice di poterne approfondire la lettura.

  8. Lo stile espressivo ricorda i flussi di coscienza di Kerouac, la sperimentazione narrativa dell’autore americano. Desiderei, se possibile, avere una copia di questo libro, per completarne la lettura, e recensirlo.

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