La recensione di Nicla Morletti

Roma, non fare la stupida! - Valentina Martini
“Roma, non fare la stupida!”
. Potrebbe sembrare il titolo di una canzone, invece, in questo caso, è il titolo di un originale libro inedito. Per l’esattezza di un diario. E Roma non è qui la “Prima città del mondo”, ma il nome della protagonista. Sì, dell’io narrante che, in occasione dell’avvenuta consegna del computer nuovo, si accinge a scrivere un diario spassoso, quanto mai originale. Ad ispirare la scrittrice è la stessa casa in cui abita: un’antica villetta dove hanno vissuto più generazioni, ricca di un passato melanconico e nostalgico, nonché di una cantina di ragnatele e topolini.
E così l’autrice, catturata da una persuadente ispirazione, batte veloce sui tasti. E nasce il diario. Nasce la storia: “Mi chiamo Roma. Mi è stato dato questo nome eterno poiché sono stata concepita nella Caput Mundi… Mia mamma si trovava lì per fare un provino o un film. Incontrò mio padre in una discoteca e, siccome da cosa nasce cosa, si sono amati per una settimana. Lui era uno studente scozzese e si era appena laureato in Letteratura Italiana. Quando ha preso l’aereo per tornare a Perth, mamma ha scoperto di essere incinta…”. La storia si fa alquanto interessante, mi dico, mentre continuo a leggere mangiando una mela. Roma, nella sua casa dove aleggia profumo di lavanda, ha un gatto che si chiama Travaglio, dai gusti particolari: ama il polpo bollito. Poi, all’improvviso, Roma si confessa e scrive: “Ah, ultima cosa. Sono un lupo mannaro…”
Un diario originale, accattivante. Una scrittura snella e moderna. Al lettore, all’editore, la chiave per aprire una porta alla scoperta di cose nuove. Molto nuove…”.
Nella copertina creata da Manuale di Mari: Crayons, Letter Blocks, Apple and Books di Eric Kamp.

ROMA, NON FARE LA STUPIDA!
di Valentina Martini

Inedito – Narrativa
2009
Editori interessati alla lettura integrale e alla pubblicazione del libro possono richiedere un contatto con l’autore. 

Dal libro

26 settembre 2008
Oggi mi è stato consegnato il computer nuovo e ho deciso di inaugurarlo con una sorta di diario elettronico, perché ormai, scrivere a mano è diventato uno sforzo troppo estenuante per una generazione di gatti di marmo come la mia.
L’idea del diario mi è stata forse suggerita dalla casa in cui abito. E’ una villetta che appartiene alla mia stramba famiglia da generazioni, antica, vissuta, logora in alcune parti, con un’ampia cantina ricca di ragnatele e topolini (le ragnatele si formano anche in casa, ma succede che mi ricordi di toglierle). La sua aura vetusta condiziona i miei pensieri e mi rende  melanconica e nostalgica di un passato che non ho mai vissuto, ma che mi è stato raccontato centinaia di volte dal nonno, tramandato di generazione in generazione da tempi remotissimi. Rivedo la casa ringiovanita, ricca e accogliente; con caminetti accesi e profumo di torba; ospiti di vario genere che la affollano; cucine calorose e caotiche; stanze da letto leggermente fredde con odore di lavanda. Il mio passato mi rende un po’ particolare e vagamente eccentrica anche nel vestire, infatti molto spesso frugo nei bauli in cantina e trovo degli abiti vecchi che sanno di naftalina, ma che indossati mi regalano un senso di appartenenza assoluta. Sono passati cinque anni dalla morte del nonno e, senza di lui, mi sento più sola che mai in una realtà che sfugge così tanto da quella a cui ero avvezza. Sono l’ultima della mia famiglia, infatti.
Comunque, per tornare al punto, questa casa mi ha sussurrato più volte di fare come i miei antenati e scrivere il racconto della mia vita. Così oggi, munita di schermo e tastiera (sarò anche fuori moda, ma certe comodità non me le faccio mancare…), mi accingo al compito consigliatomi dalla mia originale dinastia.
Mi chiamo Roma. Mi è stato dato questo nome eterno perché sono stata concepita nella caput mundi e sono nata il 21 aprile, ma nel 1977, non nel 753 a.C. Mia mamma si trovava lì per fare un servizio fotografico o un provino per un film, ora non ricordo bene. Incontrò mio padre in una discoteca e, siccome da cosa nasce cosa, si sono amati per una settimana. Lui era uno studente scozzese e si era appena laureato in Letteratura Italiana. Quando ha preso l’aereo per tornare a Perth, mamma ha scoperto di essere incinta. Non si è scomposta minimamente ricevuta la notizia della lieta novella. Decine di donne Zanni (questo è il mio cognome) hanno cresciuto figli da sole, la cosa non ci ha mai spaventato. Mamma poi è morta in un incidente, ma non ho voglia di discuterne ora.
Quindi mi ha cresciuto il nonno Candido: mi ha mandato alle elementari (noi l’asilo non lo frequentiamo), alle medie, al Liceo Classico ed infine mi ha spronato ad iscrivermi alla facoltà di Scienze Politiche. Non so perché abbiamo fatto questa scelta. Io preferivo Veterinaria, ma mi sarei dovuta trasferire a Pisa o giù di lì e non ho osato. Non sarei  stata in grado di lasciare il nonno né di cavarmela da sola. Questo era quello che pensavo a diciannove anni. Forse avevo ragione, forse no. Scienze Politiche era la scelta meno complicata, ma si è rivelata essere anche la più errata. Non mi sono ancora laureata. Così, alla morte del nonno, ho aperto un negozio per animali. Io li adoro. La mia bottega mi da molte soddisfazioni e nei momenti liberi cerco di studiare e portare a termine la mia odissea universitaria.
Come ho già detto vivo sola, in questa grande casa, che si trova in una delegazione di Genova: Pegli. Di questa cittadina ipocrita e deliziosa conosco ogni anfratto, ogni pietra, ogni piastrella. Mi piace vivere qui, anche se alle volte mi sento un po’ soffocare. I paesi piccoli sono ricettacoli di germi di malignità e polvere d’ignoranza, ma non potrei immaginare di stare in un altro posto. Questa è la mia casa, da secoli.
Ho fatto un errore, non vivo proprio sola, ma con Travaglio, il mio bel gatto. Potrebbe offendersi, anzi lo farebbe sicuramente, se non lo menzionassi.
Fisicamente sono… normale (cosa vorrà dire, poi, normale, non l’ho ben capito. Non sono né brutta né bella, ecco). Sono abbastanza alta, ho i capelli mossi color castano- rossiccio, gli occhi scuri, la pelle chiara e ho un sacco di nei. Direi che è tutto.
Ah, ultima cosa. Sono un lupo mannaro.
27 settembre 2008
Ieri sera Travaglio ha fatto tante scene perché gli bollissi un polpo e glielo dessi da mangiare, che mi sono dedicata completamente al procedimento nauseante della cottura del suddetto cefalopode. Non disdegno una bella insalata di mare, ma l’odore emanato dalla sua preparazione mi disgusta. E Travaglio lo sa bene. Ma non se ne fa un cruccio, il felino approfittatore. Mi guarda con i suoi grandi occhi azzurri, con aria esasperata dalla mia debolezza, e se ne va in salotto, a farsi le unghie sulle poltrone di broccato blu.
Mi ero fermata al punto in cui dicevo di essere un lupo mannaro. Ora, se mai qualcuno leggerà questo diario, a questo punto si farà una sana, grassa risata. Non sono matta. Quella della licantropia è una caratteristica genetica ereditaria della mia famiglia che risale alla notte dei tempi. Non si sa precisamente il come e il perché di questo fatto. Si racconta di una maledizione da parte di una strega verso un mio avo che le aveva spezzato il cuore; di un insolito amore tra una mia bis-bis-bis (avete capito, una mia antenata di secoli fa… se vado avanti coi bis mi addormento anch’io) e un lupo molto prestante (…);o di un morso di un altro della nostra specie… insomma, non è chiaro. Ma è così. Ogni generazione porta i segni di questo dono speciale.
Se qualcuno crederà alla mia storia, ora sarà terrorizzato nel leggere le parole di un’ammazzacristiani. Tranquillizzatevi. Noi, da tempo, non facciamo nulla di male. Da quando il soldato Alberto Zanni, durante la Prima Guerra Mondiale, in un impeto di patriottismo ha dilaniato una ventina dei nemici in una notte di bufera ed è stato poi fucilato dai suoi stessi compagni, impazziti per la paura, noi non cacciamo più. Non attacchiamo né animali, né persone. Non mangiamo nemmeno carne, per non farci venire la tentazione. Alle volte, proprio raramente, mi sopraggiunge la voglia di assaggiare la guanciotta o il polpaccio di qualcuno, magari se questo qualcuno è piuttosto pingue. Ma ricaccio la mia bestialità indietro, disgustata dalla mia condotta istintiva e degradante (questa è una frasetta che mi ripeteva sempre il nonno quand’ero bambina, per imprimere bene nella mia testa da canide quanto io sarei potuta essere schifosa).
Bisogna anche sfatare dei miti assurdi.
Primo: la luna piena. Io mi trasformo in lupo quando voglio, giorno e notte, luna o no. Quando c’è il plenilunio sono solo un po’ più forte. Tutto qui. E anche irritabile. Capita che in un momento di particolare eccitazione mi spunti qualche sintomo caratteristico della mia mannarità, ma è un effetto indesiderato che non posso frenare.
Secondo: le pallottole d’argento. Bubbole. Per ammazzarmi basta una bastonata in testa, una mazzata ben assestata, una caduta da un’altezza ragionevole, una schioppettata qualunque. Sono un lupo, non un essere di un altro  mondo.
Terzo: scordatevi la forza mostruosa, i balzi di dieci metri, la bava argentata alla bocca e gli occhi fluorescenti alla mastino dei Buskerville. Ho le capacità dei lupi, tutto qui. Corro, salto, ululo e sbavo (soprattutto di notte sul cuscino), ma tutto nella media di quelli della mia razza. Niente di fantasmagorico!
Quarto: per trasformarmi non soffro come se mi stessero trapassando con mille lame incendiate, non faccio a pezzetti i miei abiti e non mi contorco come se avessi le convulsioni. Mi levo i vestiti, li getto sul letto o su una sedia, rimango come mamma mi ha fatto e mi modello. Una cosa naturale, senza strilli isterici, versi agonizzanti e ossa deformate che spuntano qua e là.
Quinto: mi trasformo non per una forza oscura incontrollabile, ma perché se non lo facessi avrei dei fortissimi dolori alle ossa e alla pancia. Funziona così, non è colpa mia. Posso benissimo rimanere umana se voglio o devo. Ma perché soffrire quando due o tre ore di ferinità al giorno mi regalano la serenità?
E poi non potrei mai rinunciare ad essere lupo, almeno per un po’: l’udito sopraffino che mi permette di godere di ogni singolo suono della natura; l’olfatto sviluppato che mi fa inebriare di erba bagnata e gelsomini in fiore (mi fa inebriare anche di altri olezzi e questo è meno piacevole!); la vista acuta che mi permette di scorgere ogni pericolo: tutti benefici gratis. Ed essendo genovese, se non devo metterci del mio, è tutto grasso che cola!
Ecco, queste sono le mie caratteristiche da lupo. Oltretutto, come lupo, faccio anche un po’ ridere, sembro più un cane. Non ho la fisicità dei miei fratelli che mostrano alla televisione, la loro fierezza, quello sguardo ipnotico. Assomiglio molto al lupo della “Spada nella Roccia”, quello che, affamato,  segue Semola e Merlino tentando di farsene uno spuntino leccornioso. Logicamente gliene succedono di cotte e di crude e non ottiene nulla. Ecco io sono molto simile a lui. Un po’ spelacchiata, con delle zampette magre ed ossute che spingono all’infuori, un muso allungato e due occhioni scuri che sembrano quelli di una tartaruga di mare. Non sono certo l’emblema della bellezza o del fascino ferino; sono un grosso cane rinsecchito. Per cui, se in giro vedete un animale con queste caratteristiche, beh, non spaventatevi, potrei essere io od uno dei miei discendenti (se mai ne avrò). E ricordate la nostra regola ferrea: “Tocca gli umani e avrai guai immani”. Sembra un proverbio del calendario di Frate Indovino, ma è molto convincente.

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