LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Scetticheggiando vado
Libreria di Manuale di MariUna
raccolta di poesie davvero piacevole, briosa e allo stesso tempo
intensa, "in giochi di rima e giochi d’intelletto".
Piero S. Costa scava nella natura dell’io, nei
più profondi anfratti dell’anima. Poi osserva il mondo
esterno, quel suo muoversi, quel mutare, quel suo divenire. E nasce la
poesia. Ritmo  e musicalità si fondono al pensiero
dell’istante: "E quando a primavera e sole e stelle / ti
rifanno, dell’erba tenera zolla / e traslucida l’aria
dell’azzurro / e l’onda di ruscelli chioccolòsa e
chiara…".
Suoni onomatopeici si alternano a rime, a dotti pensieri, a profondi
sentimenti che affiorano alla superficie dell’anima: “E
quando sento dolorar amore, / e lacrime son, di “splendor
amare”, / brulla tristezza a carteggiar va cuore, / con dito
d’osso, e più di quanto pare…". E così P. S. Costa “Scetticheggiando va "donando melodie".


SCETTICHEGGIANDO VADO
di Piero S. Costa
Edizioni Helicon
2007, pag. 80
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Le ramificazioni di un linguaggio

"Giochi di rima e gioco d’intelletto": certo, con un endecasillabo (tratto dalla poesia Polemica mens,
posta nella zona iniziale della silloge – e ciò è
significativo, come il titolo) il poeta può anche pensare – o
farci credere – di avere elegantemente sintetizzato il carattere
primario dei propri versi; tuttavia, la funzione della rima, in questo
autore, si vincola all’intelletto con una così peculiare
variegazione di toni da indurre a identificare nel connubio non un fine
ma un presupposto, una base progettuale per una poetica, non un
risultato.
Ho avuto spesso occasione di scrivere circa l’opera di Piero S. Costa,
e credo di essermi immerso nell’esplorazione dei suoi panneggi testuali
quel tanto che mi ha poi consentito di suggerire e firmare, se non
esaustive indicazioni, almeno alcune spero attendibili chiavi di
lettura. Questo, però, ha esaurito solo in parte l’esigenza
insita in tale particolarissima formula di comunicazione: non basta
avere ravvisato, ad esempio, la geniale calibratura (e la funzione
dinamica) di quel corto circuito temporale connesso ai tipici teoremi
allusivi di un linguaggio granitico, per poter dire di aver penetrato
il diaframma dietro il quale si annida e si esprime una scrittura colta
e complessa, ruvida e lirica, ostica e invitante, disincantata e, quasi
segretamente, trepida e febbrile. È solo quando si ha in mano
una nuova raccolta, che ci si accorge di quanto questi versi riescano a
incidere e lacerare il tessuto letterario, unitamente a quello emotivo,
di una decisa, personale e inimitabile cognizione del ‘concetto-poesia’.
La poesia, per S. Costa, è l’agone espressivo del verso
estremizzato di fronte ai sempre più estesi confini creati nel
proprio codice dalla parola stessa, legata a quell’esponenziale di
speculante esistente tra l’evidenza del ritmo esplicativo e la
dilagazione semantica della materia lessicale.
Non si può pensare a Piero S. Costa come a un poeta ‘di
mestiere’, come a colui che possiede il dono del verso naturalizzato al
pensiero. C’è un lavoro di scavo (soprattutto introspettivo)
all’interno della sostanza contenutistica, e la formalizzazione
dell’enunciato lo chiede e vi si riflette, provocando un tipo di
‘canto’ pregnante nell’attualità dell’istanza ma nello stesso
tempo archetipico e sbalzato dal tema, dove il corsivo, l’innesto
dialettale, la motivazione del conio e finanche l’interpunzione e il
segno tipografico assumono quasi la valenza di un cifrario. Inoltre (e
infatti), sottesa alla strofe, alla conduzione del tema, alla metrica e
alla cesura c’è l’insistita ricostruzione di una
classicità polverizzata, decalcificata, a cui l’autore mette
mano con la minuziosa mistica del restauratore e l’arte dell’inventore,
tra loro assimilate in reciproci travasi etici.
Non è difficile riconoscere ‘il gioco delle parti’ – ispirative
e dialettiche – e le sue strategie nella poesia di S. Costa,
finché si tratta di percorrere testi emblematici e già
disponibili alla metafora e al suo sviluppo in allegoria, come Levò Rudels, d’amor, eterno canto
(proiettato, oltre il personaggio-perno, in un Medioevo oggi di sicuro
controcorrente, ossia passionalmente riflessivo, non convenzionalmente
illustrativo), o L’orma, tuttor, d’un cavalier crociato
(visualizzato in prospettive storiche e morali baluginanti sulla
contemporaneità); ripeto, non è difficile, sempre che si
riesca a scalarne il versante intenzionale e non si nutrano pregiudizi
nei confronti del meccanismo analogico connaturato per assunto al
linguaggio della poesia. Difficile – e, comunque, di una
difficoltà compenetrata a un fascino innegabile – è
seguire le medesime tracce, ritrovare le identiche orme di quei libri
in quelli in cui pulsa l’arteria dell’umoralità odierna e senza
filtri, con le sue mitologie, le sue abrasioni ideologiche, le sue
cadute e i suoi atti di fede, come in questa per ora ultima opera di
Costa, Scetticheggiando vado, coacervo luminoso e intrigante d’ironia e di dramma, di commedia e di tragedia, di accenti talvolta persino accorati (E donne non conobbi generose, giusto per marcare quegli ‘accenti’ con una citazione) e di olimpico distacco.
Non è un’opera riassuntiva sullo scetticismo, questo, né
sulle domande relative al se sia necessario o meno guardare negli occhi
ora la vanità e ora la consolazione e poi tirare le somme: S.
Costa non vuole (non è da lui) riassumersi riassumendo un itinerario
poetico, e neppure vuole consolidare e condensare in una silloge
un’acquisita saggezza: il poeta si rimette sempre in gioco, deve farlo,
lo sa, accetta la partita. Forse, oltre all’oggettivo valore
letterario, la sorpresa del volume consiste e risiede nel suo
vistosamente aprirsi, porte e finestre, senza renitenze, a ulteriori
diramazioni di sé, ad altri versi, ad altre essenziali indagini
mirate a conoscere il peso e l’immanenza di un Io-poetico che sappia
ancora accogliere e riflettere dalla dimensione atemporale della parola
le sbigottite illusioni e gli spiragli di luce di un Io collettivo.
Rodolfo Tommasi

Dalle "Scetticheggiando vado" di Piero S. Costa


E DONNE NON CONOBBI GENEROSE

Per me, d’odi e d’amor, soltanto scrivo
quando la luna, rossa la criniera o viola,
sul cuor, rasposi cigli, mi strascina
e l’infinito, che essa raffigura presso,

mi percuote la mens con echi lunghi
che mi sembrano scoppi ripetuti e grevi
e già sentiti quando fu l’infanzia,
dagli astri, frantumata a gioco… a riso…

Per me, d’odi e d’amor, soltanto scrivo
pur se a donne cortesi, d’un allor, ripenso
(che fu mai, per me, quella gentilezza loro)

quando nel tempo fossi che teneri cuori
si ràdican tra sensi a modellar fantasmi
che "veri" pensi e, poi, vecchiezza smembra.

Per me, d’odi e d’amor, soltanto scrivo
quando – vecchio che sono – la tristezza scava,
per riscaldar sue ossa, in calcinati ieri.

Piero S. Costa
nasce a Torino nel 1940. Ex insegnante di Storia e Filosofìa
risiede a None (To). Con le Edizioni Cultura e Società (Torino)
ha pubblicato i volumi Autoterapia (1996) e, nella scabra lingua
piemontese, Arcòrd d’ën tèmp dësblà (1999); E, ‘n sia fin, soma ‘n cros (2002); nel 2003, con Alzani Editore (Pinerolo) ha dato alle stampe Diario d’Azalais; l’anno successivo, per le Edizioni Helicon è uscito il volume di poesie Levò Rudels, d’amor, eterno canto, nel 2005, per le stesse edizioni, pubblica L’orma "tuttor" d’un cavalier crociato (poemetto) e Piccolo cabotaggio e nel 2006, sempre per la Helicon, escono Dialogo con l’elusiva scrittura e Transiti d’esistenti.

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