LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Sette giorni di solitudine di Drazan Gunjaca
Drazan Gunjaca è scrittore dall’estro e dalle capacità non comuni.
Con questo suo nuovo romanzo dal titolo “Sette giorni di solitudine”, abbandona la tematica della guerra come aveva fatto in “Buona notte, amici”, per andare ad esplorare il sentimento d’amore, o meglio, lo sfaldamento e il fallimento di un rapporto uomo – donna.
S’insinua nell’animo del protagonista la solitudine, come tempesta sul mare.
Un libro di intense emozioni, scritto in maniera magistrale. Pagine che lasciano una traccia indelebile nell’anima del lettore.
Si acquisiscono così nuove esperienze, conoscenze nuove dei meandri del cuore.
“In ogni male c’è una briciola di bene”, scrive saggiamente l’autore. Un libro da leggere, per sentire, esplorare, capire.
Drazan Gunjaca ha grandi doti umanistiche – letterarie e storico – romanzesche. Il suo stile è sobrio e ineccepibile.

SETTE GIORNI DI SOLITUDINE
di Drazan Gunjaca

ICI – EDIZIONI DELL’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI NAPOLI – Collana La bellezza
2009, p. 145
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Prefazione di Srdja Orbanic

Il nuovo romanzo di Drazan Gunjaca, Sette giorni di solitudine, continua il percorso inaugurato con Buona notte, amici, che abbandona i soggetti di guerra per approdare a tematiche di nuovo significato. Ciò facendo, Gunjaca si rivela autore di spiccata sensibilità urbana caratterizzata da componenti intellettualistico-borghesi di quella cerchia sociale alla quale egli stesso appartiene. Ambedue i romanzi presentano in buona misura caratteristiche generazionali, per cui si potrebbe dire che Gunjaca si provi a tracimare nella letteratura l’immaginario collettivo e la sensibilità di una generazione (un po’) ‘persa’.
Le stesse connotazioni intellettualistico-borghesi, generazionali e urbane sono onnipresenti anche in questo romanzo breve in cui Gunjaca, attraversando un periodo di sette giorni, mostra lo sfaldamento e il fallimento d’un rapporto uomo-donna. Di proposito non parlo di ‘legame’, poiché l’autore nella propria riflessione va oltre i semplici dettami sociali sui rapporti che incorrono tra due persone di sesso differente scoprendovi delle dimensioni umane universali fondamentali che, prendendo corpo da un’istintiva attrazione sessuale, attraverso un’intesa intellettuale alla fine perveranno ad un’affinità spirituale. In questa sua riflessione, Gunjaca ha mantenuto tre caratteristiche fondamentali del suo percorso creativo d’autore: la sperimentazione, l’immediatezza, la sincerità.
Leggendo il romanzo di Gunjaca, il lettore non riesce a sottrarsi all’impressione che l’autore non stia scrivendo di vicende autobiografiche o quantomeno da lui vissute, analizzando le quali è pervenuto a strutture e modelli quasi archetipici del comportamento umano, ciò che gli permette di scriverne spogliandoli dell’ipocrisia sociale e degli strati accumulatisi in seguito ad una moltitudine di interpretazioni generata da ottiche diverse. Trattasi di una introspezione immediata nella situazione che ne precede l’’adattamento percettivo’ al contesto socioculturale. I fatti possiedono la scomoda caratteristica di non consentire alcuna mistificazione indotta da un’opinione personale, come Gunjaca sembra voler comunicare ai lettori, la loro ‘esistenza’ non è soggetta ai tentativi di singoli individui che vogliono modificarli nella propria coscienza. Questa mediazione diretta dei fatti – genuino punto di vista dell’autore – impone all’autore stesso il terzo principio dispositivo, la sincerità che lo riguarda in quanto intermediario epifanico della realtà, esente da manierismi e civetterie rispetto la finzione. E nonostante, come esige il soggettivismo moderno, tutto sia relativo, perlomeno l’etica umana è assoluta, ed è proprio alla luce di tale postulato che Gunjaca con il suo romanzo sancisce la visione mediatica del mondo: ogni persona costituisce un mondo a sé, ma allo stesso tempo ogni persona è anche parte del mondo in cui vive, di conseguenza la nostra etica, quella umana, è il prodotto del coordinamento armonico di cedesti due mondi e a tale proposito è compito dello scrittore esprimere con franchezza le proprie posizioni. Ed è proprio ciò che fa Gunjaca, radicalizzando con questo romanzo i suoi comportamenti compositivi. Visivamente scolpito, il contrappunto tra le componenti narrativo-riflessive e dialogiche del romanzo, a guardare bene, è in realtà il contrappunto tra il mondo interiore e quello esteriore dell’Io narrante da cui prende vita la vicenda del rapporto inter-soggettivo totalitario. Se l’amore è la caratteristica di tutti gli esseri, come ci mostra Gunjaca, allora la sua fine, la sua scomparsa, determinano la disgregazione dell’essere, dell’uomo in quanto tale senza distinzione di sesso, di età o di qualche altra caratteristica biologica.
Per tale ragione, il modo più semplice è quello di definire il romanzo di Gunjaca un romanzo femminista scritto da una mano maschile. E anche in ciò intravvedo chiaramente la ‘sovversività’ dell’autore in quanto il procedimento conta e gioca sullo sconcerto del lettore. Combinando il lato femminino e quello mascolino della sua personalità, Gunjaca crea una visuale ‘intersoggettiva’ d’autore, che gli permette di oltrepassare le solite barriere sessuali e di mettere a fuoco i rapporti interpersonali nel punto in cui due mondi interiori, siano essi simili o differenti, vengono a toccarsi. In quel dato punto nasce un mondo esteriore che con il suo divenire autonomo e tuttavia sempre razionale o quantomeno sensato, comprime e sgretola le propensioni istintive della gente.
Il risultato finale di un simile approccio di Gunjaca, è il persistente disorientamento del lettore che non riesce a comprendere fino in fondo se il ‘femminismo’ dell’autore sia reale oppure solo ironico distacco dalla realtà. Ebbene, in entrambi i casi per il lettore la sfida è rappresentata dal distacco, quel distacco che lo farà riflettere e ripensare ai propri rapporti con il prossimo, in particolare ai rapporti basati sull’intimità emozionale del proprio essere.
 


Giornata prima

M’ha lasciato. Finalmente. Finalmente solo. Letteralmente e metaforicamente. Solo che questa solitudine non assomiglia a quella da me immaginata durante le tante crisi di squilibrio… Mi riferisco a quella sorta di ‘solitudini’ che all’erompere delle frustrazioni che abbiamo accumulato scambiamo ingenuamente per libertà senza che prima ci si sia posti la domanda cosa sia la solitudine né cosa sia la libertà… Questa solitudine non ha nulla a che vedere con la tanto agognata ‘libertà’… Questa non è una solitudine tra virgolette e arriva a ondate sinusoidi discordi, come una tempesta sul mare. Dapprima scorgi in lontananza nuvole fosche, irose, alle quali non fai troppo caso per il semplice fatto che sono lontane. Almeno a prima vista. Vedi anche i fulmini squarciare l’orizzonte, si sente un toneggiare cupo, soffocato, ma tu, Dio solo sa per quale ragione, sei convinto che anche questa bufera girerà al largo dal tuo scoglio. Te la stai godendo in coperta d’una vecchia barca maltenuta che galleggia al largo su onde sonnacchiose mentre il tuo corpo seminudo assorbe i raggi del sole… E mentre stai sognando dimentico di tutto, all’improvviso ti sveglia un toneggiare assordante e già un fantasma nero e furente ti sovrasta e ti circonda da ogni lato infierendo senza pietà sulla barchetta che geme e sul tuo corpo gelato. Fuori di te, ti giri e rigiri tentando di scorgere attraverso una cortina buia, opaca e appiccicosa il porto tranquillo dal cui riparo hai sconsideratamente salpato, del tutto impreparato all’imprevedibile inferno…


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