Sinestesi, grida e silenzi di Emma Mazzuca

E’ forte il pensiero di Emma Mazzuca. Intenso l’insieme delle sensazioni. Della poesia. Un lirismo autentico dal profondo contenuto umanistico, dove domina l’amore indissolubilmente legato alle fasi del tempo e alla bellezza della natura, mentre “il vento lambisce lontane memorie e giunge la notte a sfiorare il volto con le dita di una stella”. Versi che incantano nel loro fluire armonioso, di grande impatto emotivo non disgiunto da una forte volontà di donare e ricevere amore.
Tutto viene elaborato nella fucina del sentire profondo, attraverso esperienze di vita vissuta che lievitano in fondo all’animo dell’autrice, per poi divenire armonia di versi in un’eleganza di stile molto efficace. Nicla Morletti

SINESTESI. Grida e silenzi
di Emma Mazzuca
Bastogi Editrice Italiana
Collana Il liocorno. Poeti del Novecento
2008, 90 p.
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Prefazione di Giuseppe Napolitano

UN’ANIMA A NUDO
A volte, per introdurre alla lettura di un’opera letteraria, prima ancora che del testo conviene parlare del paratesto, di quegli elementi cioè che sceglie per presentare la sua opera l’autore stesso o chi per lui (più sono importanti però quanto più esprimono le intenzioni dell’autore: titolo e dediche eventuali, note biografiche e disegno o foto in copertina)…
Raramente un esergo è parso così indovinato come quello scelto da Emma per aprire il suo libro: la provocatoria dichiarazione di Teresa Montt può benissimo attribuirsi a lei stessa; Emma pure può dire che in questa sua raccolta di versi c’è “il mio diario” e può sentirsi e rivelarsi “donna ignuda contro il mondo”… Peraltro, ma non è detto in senso riduttivo, espressioni simili potrebbe dirle qualunque poeta – eppure non tutti le dicono, per falso pudore (o non a tutti sarebbe concesso dirle, per onestà). Un poeta onesto, dunque, e autorizzato ad esserlo: tale è in questa sua prova Emma Mazzuca.
Anche il titolo – appena contraddetto nell’ossimoro del sottotitolo – è una esplicita dichiarazione di intenti: qui si coglie di un’esistenza la sua interezza, qui si offre di un esistere quotidiano la sintesi (l’anima nuda e silenziosa e il corpo stesso nel grido del suo dolore). Qui un poeta esprime il suo composito sentire che si compone di opposte sensazioni e sensi e sentimenti messi in gioco tutti insieme a formare, e a dire, un tutto non più divisibile.
Il dettato di Emma, anche se ancora si avverte una qualche sua durezza – pur in certa misura voluta, per il valore non consolatorio che ella attribuisce alla parola – va facendosi adulto e responsabile; si apre il ventaglio tematico e si affina e precisa la tecnica. Il lavoro dell’artista è evidente, malgrado una apparente scioltezza nei testi meglio riusciti. Sinestesi è una raccolta di 53 testi, in tre sezioni molto disuguali (la prima da sola ne contiene 41). Molto varia anche la versificazione e la lunghezza dei componimenti. E certamente l’esigenza interiore a guidare la penna, più che una qualche volontà metrica o sistematica.
La poesia è un dono che si regala: è un dono privato che l’autrice rende pubblico partecipando al lettore la conquista di una dimensione nuova. “Reinvento chi sono – ma non come sono”: così dice e si propone, annullando la maschera di circostanza e inverandosi in una “dolce apologia per un’altra vita” – tentativo di radicale superamento di abitudini schemi convenzioni (che sono il “male di vivere”) e di apertura fiduciosa a nuove misure esistenziali. Della quale appunto, in buona parte, le sue poesie sono testimonianza.
Leggiamo ad esempio la terza del libro. Non è un testo facile e forse il titolo allude proprio alla complessità tematica e formale di questo “Caleidoscopio” che è la vita nel mondo. Qui ci sono “moscerini in festa/ da clown vestiti”; ci sono “false Ultime Cene”; ci sono farfalle vittime di “cornacchie beffarde” e ci sono ardite vicinanze lessicali (“gaie zattere” e “alberi affannati”). C’è una vasta e avviluppante costruzione retorica (“può una farfalla nella tessuta ragnatela/ prigioniera da cornacchie beffarde/ che della primavera il canto spengono salvarsi?”); c’è il sapiente gioco allitterante di un verso come “rotola in rigagnoli di fango un fanciullo” e la coraggiosa metafora di un altro verso: “inghiotte l’anima l’ostia della grazia”.
Un testo esemplare per comprendere come lavora Emma Mazzuca. Che a volte sembra non preoccuparsi del senso, dell’immediatezza di una comprensione che pure la avvicinerebbe al lettore; e preferisce allora solleticarlo e sollecitarlo, adulandone le abilità interpretative, o lasciandolo annichilito, ma è la vita (“brulicante commedia”) che è così, indecifrabile a volte. Poiché “pedine siamo di una scacchiera/ che la vita usa per giocare”: come non pensare agli astragali di Asclepiade, ai dadi di Mallarmé?
Si potrebbe fare un altro esercizio di approccio, uno di quelli che vanno anche di moda in quest’epoca di critica telematica… le ricorrenze delle parole, l’uso delle parole preferite nei contesti diversi. Le parole più ricorrenti sembrano essere “dolore”, “anima”, “silenzio”, “nudo” e “parola” (a volte “sdegnata/ nella pietà del giorno/ si raccoglie la parola accorta”, e diventa poi “parola di pietra” – e poi “parole/ congetture/ ardue sintesi”). Ricorrente è pure il gusto della costruzione lessicale piuttosto ardita nei nessi e nelle significazioni: (“sovrana la mente origami di stelle costruisce”). Improvvisi endecasillabi si accendono nel tessuto non sempre fluido, anzi franto, generalmente, in versi brevi o sincopati. Aperture semantiche illuminano spesso dolorose riflessioni e compiaciuta oscurità, nelle quali è il rifugio di un’anima.
Necessario è darsi e farsi luce, “luce promessa” e “spiragli della mente”, quando “il vivere è riflessa percezione” e si avverte quasi l’eco di una realtà doppia, di una vita altra cui tendere alla ricerca di una “fede che ancora brucia”. Eppure “ogni altrove non è che questa riva”: ci si illude, per sollevare, alleviare, lenire, per riuscire a camminare ancora dopo l’ennesima caduta, ci si illude che sia possibile trovare “nel vortice del tempo” nuovi “spazi” in cui sostare. Ma ogni rincorsa si rivela inutile! “Il baratro dell’illusione” si rivela insormontabile. Altre albe non sono possibili.
E se “inatteso giunge lo schiaffo della vita” bisogna reagire, cercando le parole per definire percorsi nuovi ai quali affidare il riscatto di un’anima ferita. Il rapido, a volte convulso fluire delle sensazioni emozioni suggestioni diviene flusso verbale che penetra permea pervade — basta lasciarsi prendere nei sensi, accettando anche di farsi sballottare un po’ dal dinamismo irrefrenabile delle immagini e delle riflessioni: l’autrice chiama a sciogliere i grumi d’ombra dell’esistenza annodati nelle sue parole.
Alternanze di ritmo e preziosismi lessicali sono spesso mezzi espressivi necessari a porre sulla giusta via il lettore (a volte un piglio letterario veste di morbida eleganza i temi più duri, schiude aperture semantiche e stabilisce sintonie impensate).
Un gruppo di liriche, da “Nel cielo” a “La giostra dell’anima”, pur senza togliere credito all’insieme della silloge, ne costituisce il nucleo fondante, per la densità e l’armonia di temi e forme. Altri testi importanti sono nel finale, come “Sinestesi”, che dà il titolo alla raccolta, e “Le parole”, fondamentale per cogliere all’essenza la nuda verità dolente e il dramma espressivo dell’autrice (“non le parole cambiano il destino!” tra i versi più pregnanti del libro intero): non c’è compiacimento e neppure debolezza, ma “al crocevia del rimpianto” è necessario “dare un senso al mio presente”, almeno fingere di essere capace. E tra rimpianto e finzione eroica fa capolino l’inevitabile fantasma di Leopardi, nume anche inconsapevole di chiunque voglia fare i conti con la propria esistenza, vincere la paura del poi, che è possibile se accettiamo di “trascendere i dubbi”, superare l’inerzia della speranza.
A chiusura di questo libro, infatti, c’è una leopardiana “Metamorfosi” (densa peraltro di altre riconoscibili ascendenze letterarie: lo specchio, l’Universo rovesciato, l’infinito silenzio, il trenino…): una strada all’orizzonte è il sogno di tutti. L’augurio di trovare la propria strada è il più gradito, specie per chi brancola nei dubbi del presente e volentieri trova compagni al duolo. Ma l’epigrafe finale, più ancora di questo significativo testo non a caso posto al termine del viaggio, potrebbe essere la strofa conclusiva di una poesia, “L’altro pianeta”, che è quasi a metà libro: “pianeta di poesia/ ad una piega d’anima/ sospeso/ dal nulla crei/ nel tuo restare immoto/ all’ardua intenzione la risposta”.
Siano sufficienti queste note introduttive alla Sinestesi di Emma Mazzuca. Il lettore attento se ne servirà appena, prima di addentrarsi nel percorso di avvicinamento al cuore nudo che l’autrice offre di sé; gli altri, più superficiali, saranno comunque invogliati a curiosare. Tutti potranno poi liberamente interpretare e chiosare, come succede con un libro di poesie; a tutti infine sarà lecito sfiorare, toccare, cogliere quel che traspare trapela trasuda trabocca da una messe poetica – e umana – così ricca di umori e di amore.

Postfazione di Orazio Tognozzi

Godere intensamente di tutto ciò che è buono e bello, ed accorgersi che… “la bruciante rosa”… colta in una sera, al mattino è divenuta un pugno di sabbia.
Lasciarsi e ritrovarsi, abbandonarsi sopra il filo dell’abisso e trattenersi prima di cadere.
Creatura fragile e tetragona, nel proprio percorso vitale, Emma deve difendersi dalle trame di chi non sa dare un senso alla vita, e allontanare i gridi di “cornacchie beffarde” che insistono a volare d’intorno, insidiandole la libertà del silenzio che guarisce e il sorgere del canto che rinnova… “può una farfalla nella tessuta ragnatela prigioniera/ da cornacchie beffarde/ che della primavera il canto spengono/salvarsi?”…
La salvezza: un percorso tenace di ascesi e liberazione.
…”la mia anima via via ho spogliato/ dalle pesanti catene della vita/ per renderla più chiara/ attraverso la piaga dei tormenti”…
È il dolore, che sospinge l’anima alla ricerca del vero e del bene. In un viaggio nel quale si attraversano deserti, oltre di cui, si trova, dentro una crepa della roccia, o in un breve prato prossimo a una sorgente di emozioni, o lungo i fianchi di un quieto stagno di amicizia… “un fiore/ sospeso fra giunchi di silenzi”… dono prezioso e provvisorio. Non appena è colto, irrompe un rumore di mare dove vibra, forte e incancellabile, la voce del passato… “quel passato ora… / Anima è divenuto/ ed io ne sono preda”…
La morte di un sogno, ha reso deserta l’esistenza. Dopo delusioni e lunghi inganni, il ricordo ora rivela un dono di luce… “prendesti di me/ l’azzurro/ di un giorno d’estate”…
E dall’interno dell’io, come acqua che tracima da una falda pura e profonda, riaffiora la voglia di vivere, di ricominciare. Essa è un prato che rifiorisce a primavera, e, nel momento della fioritura, non ha memoria del brucello invernale o del secco dell’estate. Attraverso il silenzio di voli solitari, la farfalla, scorge, se non una possibile meta, una strada da iniziare a percorrere con fiducia… “nel silenzio/ che ingorga la mia scena / scorgere all’orizzonte / la mia strada”…
Dopo aver tutto pensato, trovato e sofferto, ecco, al fondo di ogni ricordo, e prima di ogni speranza, all’interno di ogni esperienza, si rivela il mistero: l’amore.
“Se l’amore incontri o di averlo incontrato credi/ come vena al sangue, acqua alla fonte/ …inconsumata una volontà nuova/ e un riaffluire di sogni t’investirà/ quasi la felicità”.
L’anima continua a volare oltre l’amore di carne… “infinite angosce d’orgasmi”…, lasciando senza respiro la mente e il corpo che cercano di seguirla.
…”Aspra fu la salita… I fuoco era il sangue nelle vene/ e il respiro serrato nella gola”…
Amare, è vivere. Che altro? Questa, è Emma Mazzuca. Unica come poetessa. Vera come persona.

Commento di Giulio Panzani

C’è un particolare effetto “figurativo”, nella poesia di Emma, che si traduce in immagini di profondo significato e in cromie che conferiscono ad ogni lirica un senso che va oltre l’intenzione stessa delle parole per addentrarsi in esse come su un percorso d’ inganni e di contestuali promesse, fra il rimpianto di ciò che è stato e la percezione, fatta propria per lo più nei silenzi, di una nuova opportunità, di speranze e di sogni scanditi sui ritmi vorticosi di una dimensione esistenziale che non è disposta ad alcun cedimento.
Emma Mazzuca tesse, letteralmente, trame di parole che dissotterrano fantasmi della memoria per trasformarli in totem di un’idealità fatta di carne e d’anima, di passioni intense e talvolta travolgenti ma, anche, di una purezza sconcertante, nel lieve susseguirsi di albe e di tramonti che raffigurano il ciclo esistenziale delle emozioni alla quale l’autrice non rinuncia al di là d’ogni lacerazione della coscienza.
Come dire, cioè, che Emma esiste, nel medesimo tempo, dentro e fuori di sé, nel riflesso di sensazioni cui il sogno impedisce di perdersi e che l’ordito lessicale ricostruisce, a propria misura, fra coni d’ombre e lampeggiamenti di luce, in un risultato comunque seducente e intricato d’allusioni e da un incalzante desiderio di esistere.

Dalle prime pagine

 

Sensazioni

Vivo a margine di sensazioni
sull’orlo della volontà
che non concede spazi a giochi del destino
ho semplicemente amato
spiato angoli di vento
per librare il cuore oltre cancelli di perplessità
senza voltar lo sguardo
seguendo percezioni come volo d’uccelli

ho assimilato virtù ed egoismo
alla ricerca d’un fluttuante mondo
un’oasi dove regole e intemperanze
all’unisono non lacerassero un corpo
abbandonato a complice piacere

nudo dolore
da perdere decenza d’umana sofferenza!
– non celebro la morte
dallo sfatto sudario personifico assenze
l’oscuro interno esplode di violento azzurro
– silenzio vigilante
poco a poco il mare ingoia grumi
caldo sangue si scioglie
il seducente odore è un giorno di vita!

Anima

Vacillano a volte le certezze
come il dolore di vivere senza vita
nel silenzio
pietoso miraggio
a stento la contesa si nasconde

tanto vasta è la volontà
che d’irrealtà concede il senso
i dubbi smentisce
e nel tutto avverso
dimora l’anima il fiore disfatto

Caleidoscopio

Al severo richiamo del maestro
schiocca il tempo la tagliente frusta
(verde brivido nella polvere)
docili tigri premurosi babbuini
cavalli di dame adorni
in spoglia circostanza d’impotenza
su gaie zattere di alberi affannati
verso l’altra sponda del silenzio s’avviano

tra crepe di luce della luna e musica da giostra
folla di moscerini in festa
da clown vestiti
il volto in maschere di raso
il digiuno appaga e il pasto consuma
di false Ultime Cene

fugge dal cielo di gesso lo spettro di smeraldo
tra frastuono e polvere guizza
il serpente del giudizio
dalle pieghe del ruvido sipario l’eco s’ode
del tutto del nulla

può una farfalla nella tessuta ragnatela
prigioniera da cornacchie beffarde
che della primavera il canto spengono salvarsi?

rotola in rigagnoli di fango un fanciullo
cadono gridando “è presto”
man mano che muoiono le foglie
senza supporre inganni
inghiotte l’anima l’ostia della grazia
– tragico evento o fulgida conquista?

oltre la polvere oltre il breve indugio
oltre il galoppare dell’intuito
quando rivela il sole lo squarcio di un giardino
senza correggere crepe o della mente gli orli
in cerca di una prova
attende Ella l’aprirsi di una porta

***

Emma Mazzuca, originaria di Cosenza, vive e lavora a Latina. Scrive per vivere interamente le sue emozioni e trasferirle nella rappresentazione poetica attraverso la quale impara a sublimarle e possederle compiendo così un percorso di elevazione.
Vincitrice di prestigiosi concorsi, quali “Poeti dell’Adda”, “Maria Scarcella Padovano”, “Città di Melegnano”, “Le Nuvole-Peter Russell”, “Città di Bari”, “Premio Mare: dall’emozione all’immagine” e in numerosi altri classificatasi nelle prime posizioni, le sue opere sono pubblicate su Riviste specializzate, Agende letterarie, Blog di poesia e in diverse Antologie di Concorsi Letterari.
Ha pubblicato nel dicembre 2004 la silloge “Sentire e Vivere” con la Casa Editrice MONTEDIT, collana I Gigli, nel 2008 la silloge “Sinestesi, grida e silenzi” con Bastogi e nel 2011 la silloge “La voce che resta” sempre con Bastogi.

Emma Mazzuca

Emma Mazzuca, originaria di Cosenza, risiede a Latina. Terminata l’attività lavorativa svolta in Confindustria, decide di  concretizzare la sua grande passione per la scrittura, sensibilmente orientata verso la poesia e nutrita  fin dalla giovane età. In breve tempo ottiene lodevoli consensi; vince prestigiosi concorsi e in numerosi altri si classifica nelle prime posizioni. Le sue opere sono pubblicate su Riviste specializzate, Agende letterarie, Blog di poesia e in diverse Antologie di Concorsi Letterari.
Nel dicembre 2004 pubblica la silloge poetica “Sentire e Vivere” con la Casa Editrice MONTEDIT collana I Gigli.
Nel novembre 2008 pubblica la silloge poetica “Sinestèsi” (grida e silenzi) con la Casa Editrice BASTOGI collana Il Liocorno.
Nell’aprile 2011 pubblica la silloge poetica “La voce che resta” con la Casa Editrice BASTOGI collana Il Liocorno.
Nel marzo 2014 pubblica la silloge poetica “Quando il cielo si inclina” con la Casa Editrice BASTOGI Libri collana La Ricerca poetica.
Nel maggio 2016 pubblica la silloge poetica “Caos” con la Casa Editrice BASTOGILibri collana La Ricerca poetica.

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