Soffio di vento di Giampaolo Merciai

LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Ecco un libro per chi ama le leggende e i misteri che aleggiano attorno ai castelli. “Soffio di vento. Storie e misteri del castello di Lucchio” è una “semplice e strana storia d’amore”, una vicenda che vede intrecciarsi due periodi storici apparentemente lontani e esotericamente parlando, molto vicini: il XV e il XXI secolo.
Una storia di dame e fantasmi. I misteri del castello di Lucchio. Briganti, cavalieri neri, castellani, il buio della notte. E fiori bellissimi: “i fiori della vita”.
Al lettore la scoperta di queste pagine meravigliose, di misteri e incantamenti.
Un libro che racchiude sapientemente storia e antropologia, esoterismo  e filosofia.
E poi c’è la realtà, la fantasia. L’amore.

SOFFIO DI VENTO. STORIE E MISTERI DEL CASTELLO DI LUCCHIO

di Giampaolo Merciai
Masso delle Fate – Collana Impronte
2007, pag. 270
Prefazione di Alessandro Tonarelli

“Un romanzo da leggere come una semplice e strana storia d’Amore”. Con la ‘a’ maiuscola. Così l’autore definisce questa sua prima fatica narrativa, dopo tanti successi riscossi con le proprie poesie.
Giampaolo Merciai è e rimane comunque un poeta. E quando un poeta si da alla narrativa non abdica certo (fortunatamente) alle proprie peculiarità.
“Soffio di Vento” racconta una storia che vede intrecciarsi e intersecarsi trame appartenenti a due periodi storici vicendevolmente assai lontani: il XV e il XXI secolo, costituendo appunto una storia. E la storia, come era solito affermare Tiziano Terzani, esiste solo se qualcuno la racconta.
Una storia che, in questo caso, grazie alla fantasia assembla reminiscenze ed emozioni che si credevano perdute, esattamente come la ‘Recherque’ e le ‘madaleins’ di Proust.
Il racconto si suddivide in tre distinte fasi, rispettivamente narrativa, storico-descrittiva ed esoterica, tutte dipinte con grande scioltezza e altrettanta capacità di sintesi, in omaggio al concetto di Giosuè Carducci secondo cui “chi usa quindici parole quando ne basterebbero dieci è capace di qualunque misfatto”. Merciai utilizza invece parametri di essenzialità descrittiva, intrigando e appassionando il lettore.
Dal punto di vista degli scenari in cui il suo racconto si articola, l’Autore, che è originario di Prato ma ha da tempo eletto la Montagna Pistoiese quale propria ‘patria’ (nel senso etimologico di ‘cerchia affettiva’), propone due realtà geografiche limitrofe: appunto Appennino Pistoiese e parte settentrionale della Lucchesia, quella di Lucchio, Limano e del Ponte del Diavolo, o della Maddalena che dir si voglia. Accostando esoterico e vita reale, rispettivamente connotabili in Giaffa di Calabria – cavaliere e soldato di ventura vissuto nel XV secolo proprio a Lucchio – ed Elena Ferrari, ragazza dei giorni odierni che mai avrebbe pensato di trovarsi a camminare per le stradine che si inerpicano sotto al castello del borgo montano dove eredita una casa in cui, secoli prima, aveva vissuto appunto Giaffa di Calabria con la sua giovane moglie. Ed è appunto lo spirito di Giaffa di Calabria, che si manifesterà ad Elena in modi assai inquietanti.
E un racconto ricco di riferimenti -e descrizioni- incentrati su concretezza storica e logica nonché su arcane suggestioni, questo intrigante “Soffio di Vento” pubblicato da una casa editrice il cui nome – Mosso dette Fate – sembra scelto apposta per essere in sintonia con le vicende che lo caratterizzano.
Un libro, questo, destinato certamente a rimanere anche in futuro di grande attualità, in quanto scritto da un poeta. “E un poeta – come sottolinea Roberto Carifi – non è mai sufficientemente morto, perché lo si possa coniugare al passato”.
La dovizia di particolari, così come la sensibilità e la disponibilità all’aiuto reciproco che caratterizzano le popolazioni appenniniche, rappresentano nel racconto un ‘vento amico’ che connota forse la chiave interpretativa del motivo che ha indotto Giampaolo Merciai a scegliere questi luoghi per viverci. Come del resto nei bellissimi fiori che abbondano presso il castello di Lucchio sono configurabili i ‘fiori della vita’.
Ho volutamente evidenziato, in questa nota introduttiva, elementi che in qualche modo prescindono dall’articolarsi del racconto in quanto quello è giusto lasciarlo alla interpretazione personale del lettore. Come accade per opere d’arte alle quali ogni spettatore da significati diversi. Tutti inequivocabilmente giusti.
“Un romanzo da leggersi come una semplice e strana storia d’Amore”: così Merciai, come dicevamo, definisce questo suo primo impegno narrativo. Certo è che chi raccoglierà l’invito dell’Autore, accingendosi dunque a leggere “Soffio di Vento” come una storia d’amore – o meglio, d’Amore – avrà più di una sorpresa. Scoprendo che il libro contiene invece storia e antropologia culturale, filosofia ed esoterismo, sociologia e logica, fantasia e rigore descrittivo. Comunque l’Amore, quello per gli ambienti e la gente che li abita, ne rimane una costante non secondaria.
Buona lettura, dunque.

Dalla Parte Prima

I
Elena si svegliò all’improvviso. Era ancora notte. Dalle finestre non filtrava la benché minima luce. Cristina dormiva nell’altra stanza e il silenzio era interrotto a tratti solo dal leggero ronzio del frigorifero che in cucina stava facendo il verso a una mosca. Si meravigliò. Non le accadeva spesso di svegliarsi durante la notte ma quella era la seconda volta in una settimana.
“Niente è per sempre” pensò: sua figlia avrebbe ripreso a parlare! Era solo questione di tempo. Cercò di non pensarci. Accese la piccola lampada che teneva sul comodino, si mise a sedere appoggiando la schiena alla spalliera del letto e aprì il libro nel punto esatto in cui l’aveva lasciato la sera prima. Una foto di Cristina faceva da segnalibro. Lesse alcune pagine di “Mentre la mia piccola dorme” di Mary Higgins Clark e, quando sentì gli occhi chiudersi di nuovo, si girò dalla parte opposta del letto e si addormentò.

II
Aprì leggermente le persiane e uno spicchio di luna calante, ancora ben visibile, le diede il buongiorno in un ciclo senza nuvole. Anche quella sarebbe stata una calda giornata di fine primavera. In strada, alcuni passanti frettolosi e le prime massaie intente a fare la spesa si muovevano in uno scenario ormai conosciuto.
Come tutte le mattine, Elena si era alzata presto e, come tutte le mattine, si apprestava a preparare la colazione: caffè, latte, pane, burro e marmellata; quelle buone marmellate fatte in casa, dal vero sapore di frutta, comprate alcune settimane prima durante quel fine settimana passato in un agriturismo sulle colline vicino a Orvieto.
Erano stati tre giorni bellissimi, trascorsi nel verde della campagna, respirando la primavera che sbocciava e camminando in quelle strade sterrate che ricordavano i vecchi tempi. A contatto con la natura, avevano approfittato di quel sole di maggio e avevano goduto della cucina che la proprietaria offriva giornalmente ai propri clienti.
Era un vecchio casolare contadino dell’8OO, completamente ristrutturato in stile rustico che però non aveva modificato la suggestiva struttura architettonica né la campagna che la circondava. Si ergeva su una collinetta immersa nel verde e nella quiete e dalla quale si scorgeva il borgo medievale sottostante che si poteva raggiungere a piedi in pochi minuti. Tutto intorno era silenzio, rotto solo di tanto in tanto dal richiamo di qualche animale nei boschi vicini.
Il casolare era diviso in quattro appartamenti: due sul lato destro e due sul lato sinistro. Quelli al piano superiore erano più grandi e potevano ospitare fino a sei persone, quelli al piano terra, invece, erano per un massimo di quattro. Per l’arredamento era stato usato molto legno. Era stato ristrutturato da poco e, quindi, era tutto nuovo. I mobili erano ben assimilati con infissi, pavimenti e soffitti. Il legno, poi, dava una maggiore atmosfera all’ambiente e lo rendeva molto accogliente.
Fuori, c’era un bellissimo giardino con tanti fiori, un piccolo parco giochi e una piscina molto soleggiata che poteva riempire le giornate di chi non voleva addentrarsi in passeggiate a piedi o a cavallo e intendeva solo riposare o passare qualche giorno lontano dalla città e dallo stress di tutti i giorni.
Al centro dell’edificio, al piano terra, c’erano tre grandi stanze: 1.1 prima adibita a cucina, dove la proprietaria si dilettava nel proporre piatti tipici della cucina umbra; la seconda destinata a luogo di incontri e di lettura per le giornate di pioggia; e la terza, la più grande, usata come sala da pranzo per gli ospiti.
Elena ci era andata con Gloria e suo marito Enrico, i loro due figli e, naturalmente, con Cristina. Erano stati tre giorni sereni. Si orano goduti il sole e il profumo della campagna nel mese di maggio. Le giornate erano state calde e l’aria pulita. I bambini avevano giocato sia in giardino che in piscina e lei aveva allontanato per qualche ora quell’ansia di incertezza che le dava il problema di sua figlia. Anche Cristina era stata bene. Aveva corso nei campi e colto dei fiori. Aveva provato per la prima volta l’emozione di andare a cavallo e aveva fatto il bagno in piscina con i due ‘cuginetti’.
Sulla via del ritorno avevano visitato una piccola fattoria di un amico di Enrico, situata nei pressi di Pienza, dove avevano acquistato del buon vino e del formaggio locale.
Mentre Elena preparava la colazione, Cristina stava ancora dormendo e lei cercava di non fare troppo rumore per non svegliarla. Dopotutto erano solo le otto ed era sabato: non c’era scuola, poteva lasciarla dormire ancora.
Per Elena la colazione era un rito. Non amava le merendine confezionate e già pronte. Non le erano mai piaciute da bambina e non voleva farle mangiare a sua figlia. Preparava tutte le mattine latte, caffè e pane abbrustolito. Per sé caffè buono e per Cristina caffè d’orzo perché le avevano insegnato che ai bambini il caffè vero non si doveva dare e così avevano inventato il caffè d’orzo. Mentre il pane abbrustoliva, alcune briciole cadevano nel fondo del tostapane e si sentiva per tutta la casa quel buon odore di pane bruciato fino a quando le briciole, a poco a poco, si consumavano. E poi, quando il pane era ben abbrustolito e la bambina era seduta a t:i vola, ci spargeva sopra un bel pezzetto di burro bianco che al contatto col pane ancora caldo si scioglieva e diventava di un colore giallo da sembrare olio, ma col buon sapore del burro. E infine, un bel cucchiaio di marmellata: di albicocche, di fragole, di more o di ciliegie, quella preferita da Cristina, ma tutte, col sapore di fattoria. Stava ancora sorseggiando il suo caffè quando suonò il campanello.
Quando le cose devono accadere, accadono. Non si possono tenere legate a un albero. Arrivano quando meno te le aspetti.

***

Giampaolo Merciai, è nato a Prato nel 1944. Oggi vive a San Marcello, principale centro turistico della montagna pistoiese. Ha pubblicato: Parole in libertà (in proprio, 2002); Cercavo un luogo dove posare le parole (Ibiskos Editrice, 2004); Una stanza con quarantaquattro finestre (Montedit, 2005); II Calamaio (Book Editore, 2006); Come era bianca la neve nel febbraio millenovecentoquarantaquattro (Montedit, 2007).

1 commento

  1. Leggende? Misteri? Castelli? Presente! Tutti elementi che mi hanno sempre affascinata. L’anteprima è davvero sensazionale, sono talmente stata trasportata nella storia che vorrei saperne di più, spero pertanto di poter ricevere copia del libro.

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