Solo una madre finta – Storia di un'adozione di Daniela Biancotto

Nella vita, certe volte, può capitare che anche il più grande atto d’amore nei confronti di una persona, in questo caso di una bambina adottata, possa portare a conseguenze terribilmente dolorose. L’autrice, ovverosia la madre adottiva, ci narra una storia toccante e vera, un percorso pieno di difficoltà, descritto egregiamente e schiettamente in queste toccanti pagine dense di pathos di cui consiglio la lettura perché il messaggio che ne deriva possa giungere a tutti, soprattutto alle mamme. Il titolo narra tutto: “Solo una madre finta –  Storia di un’adozione”. Due coniugi, per coronare il loro sogno d’amore, adottano una bambina. Pensano ad un futuro roseo, adesso possono riversare tutto il loro affetto su questa ragazzina di nome Bianca. Candore, purezza, bellezza, questi i pensieri dei coniugi nei confronti della nuova creatura entrata all’improvviso a portare il sole nella loro vita. Ma Bianca si rivela tutto l’opposto e, crescendo, incomincia a nutrire un odio feroce nei confronti della madre adottiva creando in lei angoscia e frustrazione fino alle lacrime più amare. La ragazzina si rivela incapace di accettare l’affetto che i nuovi genitori cercano di darle per svariati motivi: un passato turbolento, l’erroneo indottrinamento di una suora, l’incapacità di psicologi e assistenti sociali di fornire un adeguato sostegno al nascente nucleo familiare. Scrive l’autrice: “Spero che la mia esperienza possa essere di aiuto agli aspiranti genitori per capire se veramente se la sentono di mettere a repentaglio la loro serenità, il loro rapporto di coppia, tutto il loro futuro per amore di un essere umano.” Un libro toccante, coinvolgente, travolgente, scritto con autenticità, con profondità di sentimenti. Commovente la dedica iniziale: “A mia figlia con tutto l’amore di una madre vera”.
“L’amore può condurci all’inferno o in paradiso, comunque ci porta sempre in qualche luogo” scrive Paulo Coelho, consiglio la lettura di questo libro a tutti per scoprire dove può portare il cuore. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Desiderio di adottare

È domenica, mio marito è in montagna e penso a Bianca che nei giorni festivi degli anni scorsi usciva alle dodici e mezza sbattendo la porta e urlando come al solito: “Faccio come voglio e tu non mi comandi”. Sapeva che non era educato andare a casa delle amiche nell’ora di pranzo, ma lo faceva ugualmente, perché lei non mi ha mai né ascoltata né, forse, amata.
Ho pulito la casa, ho portato i cani a passeggio e sono triste, molto triste, da alcuni mesi, però, non piango più perché ho esaurito tutte le lacrime, anche se non ancora tutte le mie speranze.
Bianca ha quasi diciotto anni ed è mia figlia adottiva. Mi ha odiata a morte e, a volte, ha urlato che desiderava morissi. Quando viveva ancora con me ed entrava in cucina, mi sentivo attanagliare da un’angoscia tremenda perché sapevo già che mi avrebbe provocata e sarebbe stata contenta solo se mi avesse vista stare male. Capivo che non avrei dovuto reagire alle sue provocazioni, che non serviva a nulla farla ragionare, ma a volte non ci riuscivo proprio e urlavo, cosa che le faceva estremamente piacere. Più ero arrabbiata, più lei era contenta. Per dirla con parole sue, io per lei sono sempre solo stata la serva “stronza” che le deve tutto ed alla quale lei non deve nulla. In casa non faceva niente, impartiva continuamente ordini, non si alzava dal tavolo a prender ciò che voleva; se avevamo ospiti, la si sentiva sbraitare: “Voglio il cetriolo, passami subito l’acqua, che schifo”, ecc. Mentre io servivo i parenti, mio marito stava al suo completo servizio, come sempre, anche perché ormai sapevamo che cercare di responsabilizzarla o di educarla sarebbe stato del tutto inutile. Se minacciavo di punirla, mi beffeggiava dicendo: “Oh, oh, che paura mi fai!”.
A partire dalla prima superiore aveva iniziato a marinare di continuo la scuola; la sera si faceva firmare la giustificazione da mio marito che sbraitava, ma che, come sempre, non aveva il coraggio di infliggerle una punizione. Io, ormai da tempo, avevo gettato la spugna e speravo crescesse in fretta. Ora abita per conto suo, a spese nostre.
Ultimamente, poi, mi sento anche un po’ in colpa perché penso sempre più spesso a come sarebbe piacevole la mia vita se non avessi deciso di adottarla. Mi pare, altresì, di essere colpevole dell’infelicità mia e di mio marito Paolo. Mia figlia (usare, questo termine mi è sempre stato difficile) è una ragazzina che non mi somiglia, non ha assimilato nessuno dei miei valori, disprezza me e tutto ciò in cui credo e nel corso degli anni mi ha praticamente fatta impazzire. Non esiterei, però, a donarle, se potesse esserle utile, la mia stessa vita. Mi lega a lei un amore profondo come l’abisso, doloroso come la morte.
Ma come sono giunta all’idea dell’adozione?
Mi sono sposata trent’anni fa, a soli ventidue anni. Ero una ragazza solare, ottimista, ambiziosa e con tanta buona volontà. Mi svegliavo alle quattro e trenta per studiare fino alle sette (ero infatti iscritta a Pedagogia, l’unica facoltà che mi dava la possibilità di non frequentare le lezioni a Tresto), poi mi preparavo per andare a insegnare in una scuola privata tutto il giorno e alle diciassette tornavo a casa e mi dedicavo alla cucina o alla pulizia. Mio marito lavorava in una scuola professionale e, con molta calma, ogni tanto sosteneva un esame alla facoltà di Ingegneria. Andavamo sufficientemente d’accordo, pur essendo molto diversi. Io sono schietta, molto attiva e un po’ agitata; lui è preciso, tanto intelligente, permaloso e nervoso. Solo dopo alcuni anni avrei capito che per il bene di entrambi è meglio pensare a lungo prima di parlare ed evitare le confidenze.
Non desideravo allora avere bambini miei, sia per mancanza di tempo, sia perché non ero ancora consapevole di amarli immensamente.
Credo che il coraggio di adottare Bianca mi sia venuto pensando alla mia prima classe e ai miei particolari scolari.
Lavoravo in una scuola parificata gestita da suore che era semplicemente stupenda. Noi insegnanti ci eravamo specializzate lì in Ortofrenica (l’equivalente dell’attuale corso abilitante SIS per il sostegno). Nell’Istituto vi erano cinque sezioni con alunni normodotati e tante altre con bambini diversamente abili. Al mattino ogni classe lavorava per proprio conto, salvo il momento iniziale dell’accoglienza in cui tutti avevano la possibilità di esprimere le emozioni o di raccontare un loro vissuto. Di pomeriggio i ragazzi si ritrovavano insieme nei laboratori di cucito, creta, falegnameria, dattilografia, pittura, musica e danza. Sovente erano organizzati spettacoli e feste e posso assicurarvi che tutti i ragazzini diversamente abili erano aiutati e rispettati dai coetanei. In questa scuola meravigliosa vi erano sempre a disposizione di noi insegnanti uno psicologo, una pedagogista e tante suore in pensione pronte ad aiutarci o semplicemente a darci un consiglio. Non mancavano ovviamente la logopedista e la psicomotricista. Vi erano giochi educativi adatti a tutte le età e una ricca biblioteca per noi e per i bambini. Ogni venerdì si tenevano corsi di aggiornamento o momenti di confronto con i colleghi e lo psicologo. Quando la scuola è stata chiusa e sono andata a insegnare nelle statali, mi sembrava di essere stata proiettata nel Medioevo e a lungo ho rimpianto tutto il materiale e la consulenza che in passato avevo avuto e che semplicemente davo per scontati.
Appena le suore mi avevano assegnato la prima classe elementare composta da dodici alunni normodotati e da due lievemente ritardati, ero rimasta dispiaciuta, perché avrei preferito continuare ad avere con la mia collega la classe speciale composta da sei bambini gravemente disabili. Non avevo mai insegnato a nessuno a leggere e a scrivere ed ero molto preoccupata. Per fortuna avevo appena sostenuto all’Università un esame di didattica sul metodo di scrittura “Deva”, dal nome del suo idea-tore, avevo acquistato i suoi libri e avevo dei contatti con alcune insegnanti che l’avevano già utilizzato. In classe poi, essendoci due ragazzi con lieve ritardo mentale non frequentanti i corsi speciali, lavorava con me un’insegnante di sostegno, Luciana, che, oltre ad essere molto disponibile, aveva già esperienza. Ricordo ancora con ilarità il mio primo giorno di lavoro: avevo indossato il classico e fuori moda grembiule blu delle maestre, sicura d’incutere così rispetto negli alunni. Non avevo mancato di recuperare dei vecchi occhiali con la montatura di un triste colore grigio.
I bambini non ci fecero caso, ma i genitori sì, tanto è vero che la mamma dell’alunno Roberto, che ancora adesso mi telefona per Natale, non manca mai di dirmi: “Ti ricordi come ti eri conciata il primo giorno di scuola? Proprio tu che avevi sempre voglia di schedare e di sdrammatizzare i problemi!…”. Dopo le doverose presentazioni, presa dalla smania di lavorare, iniziai a far analizzare la parola NOI all’interno della frase NOI A SCUOLA emersa dalla discussione con i fanciulli. I bambini scrissero, giocarono al puzzle con le lettere della frase e dei loro nomi preparati il giorno precedente con Luciana. Penso di essere stata molto fortunata a lavorare con lei, perché negli anni durante i quali sono stata sia insegnante curricolare che di sostegno, pur interagendo serenamente con tutti, non ho più incontrato una collega che avesse la mia stessa linea educativa e didattica e che addirittura intuisse i miei desideri.
Da subito notammo che una bambina non voleva assolutamente scrivere né partecipare alle attività. A turno le proponemmo alcuni lavori e giochi con le vocali, ma la sua risposta era sempre: “Non voio”.
Alla sera ci informammo su di lei da una suora in pensione, la quale ci riferì che l’alunna Carla era stata bocciata l’anno precedente e malgrado tutte le proposte di lavoro non voleva assolutamente scrivere o star seduta. A turno le insegnanti di sostegno la trattenevano con giochi o passeggiate nel cortile della scuola. La bambina soffriva terribilmente per la mancanza del padre, che si trovava in prigione e per l’allontanamento della sorella maggiore, in affidamento temporaneo presso un’altra famiglia. Chiesi pertanto un colloquio con lo psicologo, che mi consigliò di rassicurarla facendole esplorare l’edificio scolastico e di farla sentire accettata e amata. Il consiglio del caro don Duilio era di vedere il positivo in ogni fanciullo, che doveva sentirsi prima amato incondizionatamente e poi valorizzato nei lavori svolti. Ma come valorizzare Carla che non faceva nulla? Dopo alcune notti insonni giunsi alla conclusione di obbligarla a scrivere e poi subito lodarla per il lavoro svolto. Ne parlai con Luciana che si offrì di sostenermi.

***
Solo una madre finta – Storia di un’adozione
di Daniela Biancotto
2014, 188 p., brossura
Gruppo Albatros Il Filo

Daniela Biancotto

Daniela Biancotto è nata nel 1962 e lavora con molta passione da 32 anni come insegnante di sostegno in Piemonte. È diventata una “mamma di cuore” dal 2001, anno in cui ha adottato la piccola Bianca. Questa è la sua prima esperienza letteraria.

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15 Commenti

  1. Sono mamma di un cucciolo di un anno e queste tematiche mi colpiscono, mi affascinano e mi coinvolgono.
    Mi piacerebbe sapere come prosegue.
    Adoro le storie di mamme
    Complimenti

  2. Molte volte il rapporto tra genitori e figli non è per niente semplice e naturale, se poi si tratta di adozione, tutto si complica, come in questo caso con Bianca. Leggere queste prime righe, fa molto riflettere e pensare. Mi piacerebbe leggerlo per intero, e magari, passarlo ad una mia amica che ha da poco intrapreso questo difficile percorso di adozione.

  3. Storia toccante ed infinitamente vera: anche io sono una “mamma di cuore” e sebbene mi ritenga molto fortunata ad avere una bella storia con mio figlio, condivido le pene e talvolta l’angoscia che si prova nel cercare di costruire un rapporto profondo con i nostri bambini. Mi piacerebbe leggere il libro!

  4. È sicuramente un argomento delicato e mi piacerebbe leggere tutta la storia, in modo tale da poter capire le emozioni della protagonista e di tante altre persone che ci sono accanto. Già dall’incipit sembra una storia che a suo modo sa essere appassionante. È bello cogliere l’amore nel dramma di alcune situazioni. Spero di poterlo leggere per intero.

  5. già dalle prime righe queste poche frasi mi hanno coinvolto subito…spesso pensiamo che l’adozione sia un percorso facile ma spesso non è cosi…e mi piarebbe davvero tanto sapere se alla fine madre e figlia hanno avuto un punto d’incontro…

  6. Davvero un storia toccante commovente reale. Davvero mi piacere leggerlo! L’adozione è un atto d’amore ma non così semplice e scontato, mi farebbe piacere leggere questa testimonianza…

  7. Sicuramente bello e toccante….un tema, quello dell’adozione, che mi tocca particolarmente…. Vorrei poter leggere tutto il ilbro, ne sarei onorata e infinitamente grata.

  8. Un libro ricco di pathos e di vita vera. Un’esperienza così difficile come l’adozione raccontata come supporto ed aiuto verso tutti quelli che pensano che l’adozione sia un percorso semplice o che hanno intenzione di adottare bambini in futuro.
    Mi piacerebbe leggere questo libro per capire meglio il rapporto tra adottanti ed adottata ma non le storie che si leggono nei libri di diritto o psicologia ma una storia che racconta un pezzo di vita vera.
    Spero di avere la possibilità di leggere il libro.

  9. Sin dalle prime battute ho avuto un nodo alla gola. È sicuramente una storia d’amore non corrisposto, un amore di una mamma “finta” che ha compiuto il gesto d’amore più grande, scegliere di dare amore a una figlia non biologica, ma aimè non corrisposta….mi piacerebbe trovare sotto l’albero il seguito della storia.

  10. Questo libro tratta un tema che mi tocca da vicino suscitando in me le emozioni più recondite. Sarei onorata se potessi leggere il seguito, grazie!

  11. Il libro racconta i problemi, le ansie, le delusioni, i drammi che viviamo noi donne. In modo conciso e chiaro é narrata la vita di una donna , di una figlia, di una moglie, di una Donna che si batte, che soffre e non demorde mai. Lei preferisce rischiare pur di non vivere di rimorsi, ma, ahimè, dovrà lottare contro tutti e tutto. Trovo meraviglioso il racconto della mamma-maestra, molto delicata la descrizione dei piccoli e problematici alunni. E un crescendo di difficoltà che via via la madre per scelta si trova a dover fronteggiare ora in modo delicato, ora in modo determinato, a volte anche un po folle, ma si sa la vita è proprio così

  12. Chi intende leggere questo racconto vero e struggente deve assolutamente prepararsi a piangere. Io ho pianto dall’inizio alla fine, ho sofferto con lautrice che raccontando le vicende in modo chiaro, essenziale mi ha introdotta nel suo mondo fatto di delusione, di angosce, di amarezza, di amicizia vera. Ho trovato bella la descrizione della vita della scuola. Anche io come madre ho trovato insegnanti capaci e buone come la professoressa Clara ed altre grette e meschine come un’altra insegnante della piccola Bianca. E molto ben delineata e delicata la descrizione degli alunni della scrittrice, della vita nella scuola privata. Risulta palpabile l’amore della scrittrice verso i suoi alunni ed il suo lavoro, grazie al quale riesce a sopravvivere alle miserie della sua vita

  13. La storia molto toccante di una madre che racconta l’adozione della sua unica figlia. Il testo è risultato molto scorrevole (dettaglio abbastanza importante dal mio punto di vista), mai noioso . La lettura risulta molto piacevole nonostante i contenuti assai “impegnativi”. Tratta una bellissima storia d’ amore di una “madre di cuore” (come si definisce l’autrice), con tanti dubbi ma anche con tante speranze. Parla dei problemi prima e dopo l’adozione, dei momenti di crisi e da uno spunto a chi sta per intraprendere la strada dell’adozione, su come affrontarla (o come non affrontarla) Lo consiglio vivamente . L’ho letto, anzi DIVORATO, in soli 2 giorni. Bello e toccante. A tratti, mi ricorda le storie vere che leggo sempre sulla rivista Intimità. Stesso genere di scrittura e storie di vita quotidiana

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