Sono nato nel mese dei morti di Luigi Bartalini

“Sono nato nel mese dei morti” scritto egregiamente dal sociologo Luigi Bartalini, è un romanzo di formazione. Il tema trattato è quello della memoria che si insinua limpida e chiara nella mente dell’autore, trovando poi concretezza in pagine scritte con grande capacità di analisi e di scavo psicologico dei personaggi. Lo stile è fluido, moderno, scorrevole nella stesura del testo ricco di emozioni e sensazioni che coinvolge molto il lettore. I ricordi divengono così materia viva e vera, tanto da dare nuova vita a vicende, personaggi, luoghi, paesaggi, sapori e odori del passato. L’autore racconta del lungo apprendistato alla vita a partire da “quel laboratorio della sopravvivenza che sono i vicoli della Napoli prima della guerra” fino al collegio. Commovente è il legame con la madre, donna forte e volitiva che va a prendere il bambino la domenica per portarlo con sé lungo strade affollate di soldati e motociclette, dato che siamo in tempo di guerra. La seconda parte è ambientata negli anni sessanta quando il protagonista rievocherà il passato durante le feste natalizie ed esordendo così: “Sono nato nel mese dei morti”, cioè Novembre. Luigi Bartalini è uno scrittore che sa sapientemente fondere fatti e situazioni, personaggi e cose. Egli si mostra sensibile ad ogni eco di sentimento, ad ogni ricordo che bussa incessantemente alla porta del cuore. Ascolta ogni colloquio con i misteri conclusivi della vita. Il suo narrare si snoda lungo i tracciati dell’esistenza e dei paesaggi contemplati con attenzione, rimbalzando sull’umanità, sulle memorie del passato, concentrandosi sulle vibrazioni dell’anima che si stemperano nelle ragioni rintracciabili del cuore in un delicatissimo sfumare di segni, messaggi e in una limpida dialettica narrativa. Un libro molto bello alla scoperta dell’io e della propria essenza in una dimensione molto umana che tocca e commuove. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Da 18 Settembre 1938. Domenica

Come sei bella mamma oggi. Lo penso ma non riesco a dirtelo.
Mi hai svegliato presto, molto prima del solito, e non ho potuto restare lì, nel letto, a guardarti mentre ti prepari per andare al lavoro in quel bell’albergo vicino al mare, dove tutti i giorni vanno e vengono tanti signori e donne eleganti con i loro bauli e cappelliere.
Me ne parli sempre, mamma, degli ospiti dell’albergo, delle loro frenesie, della velocità con cui passano da un’occupazione all’altra, delle barche a vela che li aspettano per portarli sul mare del golfo e farli rientrare bruciati dal sole e scompigliati dal vento, o dei motoscafi con cui vanno fino a Capri o Ischia, per scoprire quanto è bella la nostra città, come si affaccia sul mare, come lo guarda e lo respira, una bella donna che lo ammira dalla finestra. E io ti ascolto, incantato, e cerco di immaginare i loro vestiti, quei cappotti caldi ed eleganti, le scarpe lucide degli uomini e i guanti delle donne che li accompagnano e quei profumi e i fiori sempre freschi all’ingresso e nelle camere.
Eppure, mamma, quando ne parli io sento che non li invidi, che preferisci stare con me, nella nostra piccola casa, in questa strada stretta dove il sole non entra mai se non ai piani più alti; mi racconti guardandomi negli occhi e io so che sei tutta per me e che non dovrò mai dividerti, neanche con mio padre.
Stamattina mi hai preparato il latte nella mia ciotola bianca e ci hai messo tanto zucchero; mi hai abbrustolito il pane per spalmarci il burro, anche i biscotti con la granella di nocciole, altri me li hai dati in un sacchetto da portare con me e mi hai detto: «Andiamo a conoscere i tuoi nuovi amici e la casa dove starai per un po’».
Mamma, ma io ho già una casa! Neppure questo sono riuscito a dirlo.
Anche stamattina mio padre non c’era. Mi hai preso per mano, hai chiuso la porta e siamo andati verso il mare, hai detto che volevi farmi fare un ritratto, una fotografia.
Già una volta abbiamo fatto una fotografia al mare, me la mostri qualche volta e ridi perché ho la faccia imbronciata e il costume tirato su fino alla pancia e allora mi prendi in giro e ridi, ridi tanto e fai le fossette e allora non mi dispiace essere preso in giro perché ti vedo allegra e mi sembri felice, troppe volte ti osservo e so che sei triste e che pensi ad altro, alla tua famiglia, al nonno che non conosco e che vive lontano da qui e che tu non vedi da tanti anni.
«Dobbiamo sbrigarci» dicevi stamattina, e mi hai vestito con gli occhi lucidi e un po’ rossi, ho pensato che non avevi dormito bene o che eri raffreddata, evitavi di guardarmi dritto negli occhi, ma non ho capito, forse eri in ritardo per il lavoro; mi hai vestito con un abitino nuovo, come non li metto mai, è strano, perché è quasi come una divisa, sì, anzi, «È un’uniforme – mi dicevi. – Il mio piccolo marinaretto».
Ho una blusa e dei pantaloni alla zuava, e anche il cappellino, da marinaio, tutto blu, le scarpe no, sono le mie, quelle non sono nuove, e ora andiamo veloci per strada e mi tiri un po’ per farmi andare più in fretta, e man mano che proseguiamo non sono più contento del latte zuccherato e del pane e burro e neanche dei biscotti con la granella che ora nel sacchetto mi pesano e mi opprimono.
Perché devo portarli, non posso mangiarne quando torniamo a casa?, perché torniamo a casa, vero?
Il fotografo ha i baffi neri e le unghie sono sporche, mi infastidisce quando mi passa una mano sui capelli e la fronte, dopo avermi sollevato il berretto, per sistemarmi prima dello scatto. Perché, mamma, glielo fai fare, mi hai sempre riavviato tu i capelli, guardi altrove, sei distratta, girata verso il mare.
«Signora siamo pronti, prendete la mano del bambino e guardate verso di me».
Non ho riso, non volevo farmi questa foto e non hai riso neanche tu, hai pagato e abbiamo ripreso a camminare, mio padre non c’è, vorrei chiederti dove andiamo ma non ci riesco, cerco di fare un po’ di resistenza ma mi tiri al tuo fianco, al tuo passo.
Dove andiamo?
Torniamo verso le strade strette, dove viviamo, dove c’è casa nostra, allora mi sento più tranquillo, sì andiamo proprio verso casa.
Ma, mamma, sei distratta stamattina, quella è la nostra strada, hai dimenticato di prenderla, ci stiamo allontanando, non faccio in tempo a dirtelo, attraversiamo altre due stradine prima di avviarci in una terza che non ho mai visto, che non ricordo, c’è un palazzo alto, giallo, l’ingresso è in questo largo nel quale ci troviamo ora.
Alzo la testa, qui c’è sole, il palazzo ha tante finestre e un portone alto e scuro, in un lato c’è una porta attraverso la quale mi conduci un po’ incerta. Dentro, il pavimento è di marmo, è chiaro e vedo un giardino alla mia destra attraverso una vetrata, al centro un pozzo, ma non c’è nessuno a giocarci.
Ci viene incontro una signora tutta vestita di nero e con la testa coperta con della stoffa con un orlo bianco, mi dici che si chiama suora, ma è un nome strano che non ho mai sentito, ma poi capisco che il nome è un altro e che “suora” forse è come un mestiere.
Ci ha condotti verso una piccola stanza alla nostra sinistra, una porta a due battenti di legno scuro e vetri, dentro un piccolo scrittoio con una poltroncina e due sedie di legno davanti, di fronte una libreria e una foto incorniciata di una signora con gli occhiali tondi e vestita come questa. Anche lei si chiamerà “suora”.
Mamma prima di sederci mi dici di baciare la mano alla signora e di chiamarla madre, e io non capisco, non sei tu mia madre? perché devo dirlo a lei, ma anche questo lo penso soltanto e così bacio quelle dita bianche con un odore come di fiori che mi punge un po’ nel naso.
La signora-suora-madre si siede e così noi, mi guarda e poi guarda mamma e le dice di stare tranquilla, che ha fatto la scelta giusta e che io mi troverò benissimo lì con loro e con gli altri bambini, inizierò la scuola elementare e giocherò e lei potrà vedermi tutte le domeniche.
Sento come un ronzio nelle orecchie, non capisco se queste cose riguardano proprio me, se è la mia mamma la persona che sta ascoltando e che risponde: «Sì, madre le cose del bambino le ho portate ieri, come mi è stato raccomandato, le maglie, le mutande e i due pigiami, la divisa l’ha già indossata, anche la cartella con i quaderni e il pennino e certo le matite, verrò domenica sicuro».
Ascolto la mamma dire queste cose come se non parlasse di me, nel contempo penso che di certo sono caduto in acqua e sto affondando e ora annegherò, mi sento stringere la gola e il cuore fa un tuffo; si alzano, io resto accasciato nella sedia e guardo ora mamma e ora l’altra madre, lei ora mi sorride e mamma mi fa cenno di alzarmi, la suora mi tende la mano e mi dice di accompagnare la mamma che ora deve andare, che poi insieme conosceremo le altre sorelle, – deve essere una famiglia numerosa, – e quelli che d’ora in poi saranno i miei compagni.
Andiamo verso la porta dalla quale pochi minuti prima siamo entrati, io e mamma, la suora mi dice di salutarla, mamma per tutto il tempo non mi ha guardato me ne accorgo solo ora, si gira verso di me abbassandosi sulle ginocchia, mi guarda e ha gli occhi lucidi e cerca di dirmi qualcosa ma le esce una specie di lamento e poi: «Ci vediamo domenica».
Si gira verso il portoncino e con un passo è fuori e cammina, senza girarsi, sulla strada, pochi attimi e la suora mi allontana e già non sorride, mi conduce adesso lungo un corridoio sulla destra che fiancheggia il giardino e le vetrate, andiamo svelti, senza parlare, guardo a terra e cerco di contare le piastrelle di cotto mentre proseguiamo sulla sinistra sempre costeggiando il giardino e poi in fondo arriviamo a una porta, la suora la apre e in un cortile ci sono molti bambini tutti vestiti come me, corrono, si spingono, alcuni si azzuffano, c’è un gran chiasso e il sole che entra dentro e illumina dappertutto, stringo gli occhi e cerco di capire, quella confusione e tutte quelle voci mi fanno girare la testa, mi lascia la mano e mi dice di unirmi a loro.
Non tutti i bambini hanno la mia età, ci sono anche ragazzi più grandi e senza divisa, alcuni parlano tra loro in un angolo del cortile e uno fuma una mezza sigaretta, qualcuno mi guarda distrattamente, resto fermo e poi lentamente, gli occhi fissi sul vociare, mi metto in un angolo, lì vicino, a destra e aspetto, poi capisco che mia madre è andata via.

***
Sono nato nel mese dei morti
di Luigi Bartalini
2013, 160 p., brossura
Kairòs
Ordina questo libro

Luigi Bartalini

Luigi Bartalini, sociologo, è nato a Napoli nel 1963, dove vive, dopo aver girato a lungo l’Italia per motivi professionali.
Già Dirigente d’Azienda e Past-President di Manageritalia in Campania, si occupa da alcuni anni di consulenza strategica per il Middle e Top Management, in particolare nell’ambito dell’Organizzazione e delle Risorse Umane.
Nel 2008 ha pubblicato con MEF-L’Autore Libri Firenze, la raccolta di racconti Il filo dei pensieri.
Con Sono nato nel mese dei morti è al primo romanzo.

Guarda tutti gli articoli

6 Commenti

  1. Bellissimo il brano qui citato. Mi ha coinvolta totalmente. Mi ha appassionata e commossa. Spero di poter leggere il libro per intero!

  2. Dalla traccia sembra interessante e mi piacerebbe leggere anche il resto e sapere la fine. Spero di poterlo leggere tutto…

  3. Solo leggendo l’anteprima ne sono stata conquistata. Sono ancora vivi in me i racconti di mio nonno nato e cresciuto a Napoli ai tempi della guerra, mi hanno sempre affascinata ed incuriosita ed ora questo libro mi ha evocato quei giorni passati ad ascoltarlo. Più leggevo e più mi lasciavo trasportare dalla fantasia e per un attimo è stato come essere presente alla scena. Complimenti all’autore!!!

  4. “come sei bella mamma oggi ma non riesco a dirtelo” ..quante le parole che non si riescono a dire, ad esprimere..questo libri ci offre un aiuto… Grazie!!

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

 Metti la spunta se vuoi ricevere un avviso ogni volta che c'è un commento.

- Aggiungi una immagine -