Strani i percorsi che sceglie il desiderio di Francesca Mazzucato

Strani i percorsi che sceglie il desiderio di Francesca Mazzucato è la seconda parte di una trilogia balcanica destinata a continuare…

Le guerre sembrano finite, ma è solo un’illusione. Mirjana combatte ogni giorno la sua guerra con le memorie crudeli, la sindrome post traumatica, i progetti che non vuole abbandonare. Aspetta che Marko ritorni, o forse si illude. Marko, estremo e feroce come lei, arrabbiato, impegnato con gli ultimi degli ultimi, Marko che è andato via senza dirle dove, o perché. E poi ci sono Annarosa e Diana. Sono diventate amiche da bambine, nei corridoi di un ospedale, travestite da principesse egizie, cercando di sopravvivere all’inaccettabile. Che andare avanti, cavarsela in ogni caso sia la questione fondamentale della vita lo imparano presto. Tre donne nel tempo di mezzo, con assedi da fronteggiare, piccole euforie, piaceri, speranze e brevi sollievi, sono le protagoniste di un romanzo corale e coinvolgente dedicato ai Balcani, agli esclusi, alla magnifica fragilità, a chi sopravvive e a chi no. Una storia coraggiosa, carnale, epica, da cui è impossibile non lasciarsi trasportare.

Leggi anteprima

Mirjana e il nomadismo balcanico

Per andare a Belgrado chiedo sempre un passaggio. Arrivare con i mezzi è complicato, non ci sono stati abbastanza investimenti dell’Unione Europea per migliorare le infrastrutture e noi ci siamo abituati a queste difficoltà, alle lunghe attese, alle file interminabili, man mano i disagi diventano parte della routine quotidiana. Succede, e si nota tutta la pazienza delle donne bosniache, noi, che sappiamo restare. Qualche volta riesco a salire su una delle corriere internazionali ma non è facile, sembrano pensate per tutti ma non per noi. Da Banja Luka a Belgrado, pare un tragitto dimenticato da tutti, o ti fanno salire come se fosse un piacere personale e senti subito di essere una seccatura ma intanto ti concedono di andare dal punto A al punto B, o fanno no con la testa. Io di solito salgo, ma li devi ringraziare, e ringraziare ancora. Non ne ho bisogno, non voglio. Solo nel periodo dei militari, quando aspettavo i nostri soldati mi sentivo in dovere di ringraziarli, in quel caso per quello che stavano facendo per noi, per la nostra integrità serba, e per ringraziarli conoscevo il modo che piaceva a loro. Adesso evito e mi organizzo in modo diverso. Questa volta ci vado con Nastya l’ucraina, che ho conosciuto in biblioteca qualche mese fa.
Parliamo serbo, a volte inglese perché Nastya si confonde nonostante abiti a Banja Luka da anni e l’alfabeto sia lo stesso ma la lingua no, fa ancora fatica, allora l’inglese ci permette di capirci e di rassicurarci a vicenda, in fondo è un terreno neutro, la lingua di tutti e di nessuno, mentre parlare ucraino, o russo, o serbo, o bosniaco, sono scelte identitarie, significano cose precise. Siamo tutte idiote, penso, siamo donne idiote e ingenue. Nastya ha conosciuto un bosniaco durante un viaggio studio, si è innamorata e gli ha creduto quando lui ha cominciato a corteggiarla e le ha promesso una vita migliore. Nessuno mai dovrebbe fare promesse tanto impegnative, una vita migliore, che follia la presunzione maschile, come si fa a sapere cos’è migliore, e in nome di che cosa. Eppure Nastya gli ha dato retta, ha pensato che a Banja Luka sarebbe stato tutta la vita perfetta, quella vita che sognava, lui qui aveva un lavoro statale (ce l’ha ancora), Nastya ha lasciato Kiev e adesso sembra sempre contenta. Sorride, è sempre indaffarata, a uno sguardo superficiale si direbbe che donna appagata, ma è una contentezza sforzata, composta e innaturale nello stesso tempo. Come se sfiorisse progressivamente pur continuando a dire che va tutto bene, come se la sua menzogna le si sciogliesse sul viso, una maschera di cera indossata ogni mattina che non resiste alle ventiquattro ore, alle espressioni vere, sotto, al sudore e alla fatica. Dalla grazia luminosa dei primi tempi è rimasta solo una luce fioca che lei alimenta con parole e movimenti continui, un gesticolare esagerato. Tutto troppo. La sua scompostezza mi irrita e mi insospettisce. La osservo e parlo poco, sto sulle mie, non la capisco, non inganna nessuno. Pensa, facendo così, che la promessa possa essere mantenuta, pensa che la superficie non si scalfisca, è il suo terrore, come quello di non sentire la sorella Tania, non ricevere i suoi messaggi, quando le scrive ogni mattina Helloy, sister. Me lo racconta ogni volta che lo vedo, sua sorella Tania la bellissima, il fenomeno di Kiev non la dimentica mai e le scrive Helloy. Lei si commuove, va in frantumi per la nostalgia, dura un attimo, la vedo che ricaccia indietro le lacrime,  mette insieme i pezzi e procede. Provo un rancore senza ragione verso Nastya per queste sue ingenuità che messe insieme mi paiono un eccesso che io non potrei mai permettermi. Provo nei suoi confronti un rancore improvviso che cerco di spingere via perché lei mi serve, almeno vado in macchina, non devo aspettare o affaticarmi al freddo, posso difendermi, non commento e annuisco. Lente, affronteremo le strade disastrate fino ad arrivare a Belgrado, fino a separarci e a darci un appuntamento per il ritorno, non importa il resto. Così anche oggi. Ci incontriamo al mattino.
«Ciao tutto a posto Mirjana?».
«Sì».
«Andiamo, allora».
«Ho da raccontarti delle cose sulla famiglia di mio marito».
Io annuisco e salgo in macchina. Non mi interessa nulla di quello che vuole dirmi, osservo le sue scapole magre, la spina dorsale appena curva, il vestito dozzinale.
«Sai, mia sorella mi ha appena mandato un messaggio, sta bene».

Helloy, helloy, helloy, almeno Marko potrebbe scrivermi qualcosa del genere, me lo farei bastare questo dannato helloy, cazzo Marko devi farmi sentire inferiore anche di fronte a lei, perché.

Nastya parla di argomenti che nella sua bocca risultano dozzinali, io guardo i panorami aspri della campagna, strade arrampicate e difficili, tratti sterrati e improvvisi, cento chilometri in due ore, impilati dietro a un trattore, addirittura calessi e cavalli e poi macchinoni di seconda e terza mano con targhe svizzere ammaccate, sono quelli che lavorano fuori e che tornano, o quelli che fuori ci hanno lavorato per un po’ e sono tornati definitivamente. Perché la nostalgia per la Bosnia è una cosa seria e non passa in un attimo, in un mese, in una manciata di anni, io lo so bene, si può andare in metropoli superlative, ricche di tutto, con uno skyline mozzafiato ma senz’anima, senza la propria anima riflessa nello spazio urbano, nelle strade, nella densità degli edifici o nei murales: sembrano cose senza importanza ma ne hanno moltissima. Guardo le case di pietra senza intonaco, ormai le conosco a memoria, avranno finito i soldi? Avranno dovuto scegliere fra l’intonaco e un maiale da allevare? So di una famiglia di cui mi parlava Marko che sta da queste parti. I bosniacchi avevano bruciato tutto quello che avevano, senza pensarci un attimo, senza rimorso, remore o indecisione e loro avevano potuto ricostruire una casa misera, non dipinta, come tante in questa zona, dove vivano in otto una vita miserabile e indegna.
Si infervorava Marko, parlandone. Maledetti, diceva, coi suoi occhi bellissimi e feroci che in quei momenti si distanziavano da tutti, anche da me,  si infiammavano di una rabbia che riconoscevo simile alla mia, a quell’incendio che avevo dentro dai tempi della guerra e del serraglio.
Dicono che i cattivi siamo noi, dicono che siamo i colpevoli, colpevoli sempre, dannati bugiardi. E tutti i crimini degli altri? Possono scivolare in un maledetto oblio, i crimini degli altri?

Chissà se hai ancora negli occhi color petrolio quella rabbiosa follia, l’abisso di niente e di  tutto, quello stordimento che amavo e la fiamma, la cenere e la brace dove mi sono riflessa e riconosciuta

Strani i percorsi che sceglie il desiderio
di Francesca Mazzucato
Copertina flessibile: 156 pagine
Editore: Castelvecchi (26 ottobre 2017)

Francesca Mazzucato

Laureata in Lettere e specializzata in Biblioteconomia, è scrittrice, traduttrice, consulente editoriale. I suoi romanzi sono stati tradotti in Francia, Germania, Grecia e Spagna. I suoi racconti compaiono in prestigiose antologie uscite negli Stati Uniti, come Rome Noir, Venice Noir e La dolce vita. I suoi ultimi libri sono Belgrado Blues. La città bianca fra mito e visioni (2017) e 24 ore (2017).

Guarda tutti gli articoli

7 Commenti

  1. ho letto la trama del tuo libro adorando io le storie che narrano la vita di protagoniste femminili. mi sono subito sentita trascinare dal racconto e le tue parole e mi piacerebbe continuare a perdermi nel tuo racconto. è possibili ricevere una copia omaggio?

  2. Non amo le store di guerra, ma ho iniziato a leggere e devo dire che mi ha affascinato tantissimo le situazione è le storie che ci sono dietro, la mente crea delle immagini man man che leggi come se vossero storie vissute in prima persona. Sono pochi gli scrittori che riesco a travolgere così la mente. Spero tanto di averne una copia.

  3. Ho letto la trama ieri sera. È curioso che io riesca ad immedesimarmi in entrambe le donne la prima dura e temeraria la seconda accondiscendente e leggera. Mi piacerebbe continuare nella lettura di questo libro

  4. Il gustoso assaggio dell’anteprima, invoglia incredibilmente alla lettura.
    Mi piacerebbe ricevere questo libro che, sono certa, non mi deluderà!

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

 Metti la spunta se vuoi ricevere un avviso ogni volta che c'è un commento.

- Aggiungi una immagine -

* L'asterisco indica che i dati da inserire sono obbligatori. Il tuo indirizzo email sarà visto solo dalla Redazione e, in determinati periodi, dagli autori dei libri che hai commentato.