LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Sulla frontiera della Vertojbica
Libreria di Manuale di MariUn romanzo commovente che narra le vicende del caporalmaggiore Luigi G.
Avvincente
l’incipit. Tutto ha inizio con un fascio di lettere ingiallite dal
tempo che la nonna consegna in un giorno d’estate all’autore. La storia
è ambientata durante la prima guerra mondiale. Un romanzo che narra di
ideali e di pace. Di guerra e d’amore. La penna si immerge nei lontani
ricordi, traendo auspici di positiva forza poetica e nobilissimo
slancio creativo con ritmo, a tratti, sofferto e intenso. E, con
razionalità e ardore, costituisce il telaio su cui tesse la trama della
storia, allacciando il pensiero alle cose più nobili come gli affetti e
l’amore.
Emerge, intensissimo, il tenero sentimento che unisce il
protagonista a Elena, crocerossina animata dagli stessi ideali di
democrazia e solidarietà.
Con questo bel libro Alberto Calavalle ha vinto il Premio San Benedetto per la narrativa.

SULLA FRONTIERA DELLA VERTOJBICA
di Alberto Calavalle
Editoriale Eco
1997, pag. 141
Per ordinare il libro clicca qui

La storia che si sviluppa durante la prima guerra mondiale, vede il
giovane caporalmaggiore Luigi G. sottratto agli affetti della famiglia,
della sorella Celestina, alla pace della sua valle e proiettato
sull’inferno del fronte del Carso. Anche Elena, la ragazza di Luigi,
vive il dramma della guerra come crocerossina.
Insieme i due
giovani, richiamandosi agli ideali del passato, coltivano speranze di
pace, nell’anelito ad un’Europa finalmente unita e senza più guerre. Le
loro aspirazioni sono purtroppo vanificate dalla interminabile guerra e
calpestate dalla violenza delle armi.
Luigi rimane una prima volta
ferito nella battaglia di Plava. Anche Elena viene colpita gravemente,
mentre soccorre i feriti della decima battaglia dell’Isonzo. Luigi
infine muore durante una delle tante azioni militari sulla frontiera
della Vertojbica (Vertoibizza, subaffluente del fiume Isonzo) nel
luglio 1917, dopo due anni e due mesi di durissima guerra in trincea.
La conclusione del romanzo vede il soliloquio di Elena sulla tomba di
Luigi a Vertojbica e il ritorno della salma nella terra d’origine.

Perché questo romanzo

Sono
trascorsi diversi anni da un pomeriggio di luglio, mentre ascoltavo dal
secondo programma della Rai le notizie della mia regione. L’emittente
trasmetteva alcune note che avevo inviato da Urbino come collaboratore
ai servizi giornalistici. Tra queste prendeva spazio la notizia
dell’inaugurazione di un monumento ai Caduti per la libertà nella
seconda guerra mondiale, innalzato accanto al cippo dedicato ai
Garibaldini, lungo la statale di Bocca Trabaria. Il discorso
pronunciato per l’occasione dal Presidente Pertini mi aveva trasmesso
quella carica emotiva che traspariva in quel momento dalle parole lette
dallo speaker. Nonna Celestina seduta di fronte a me ascoltava attenta,
quindi visibilmente commossa si alzò e si ritirò in camera sua.
Ricomparve poco dopo tenendo in mano un rotolino di lettere ingiallite,
che mi consegnò come a farmi capire di non dimenticare. Quelle lettere
erano state scritte dal fronte dell’Isonzo da Luigi, durante un’altra
guerra, la prima guerra mondiale, dove egli trovò la morte dopo due
anni e due mesi di sofferenze in trincee di prima linea. Ho letto più
volte quelle lettere e a distanza di diversi decenni da quell’evento
ogni volta provavo quell’emozione che mi ha spinto a conoscere più a
fondo la storia di un uomo e una guerra troppo presto dimenticata.
Dalle lettere, dalle ricerche di archivio e dalle visite alle trincee
del Carso ho tratto gli elementi per ricostruire la storia di Luigi e
redigere quindi un lavoro di intreccio tra realtà e immaginazione.
Dalla forte aspirazione alla pace che emerge dalle lettere di Luigi, ho
trovato la spinta a richiamarmi agli ideali di unione tra i popoli dei
pensatori del passato e ai loro progetti di pace. Sono convinto che
questi ideali siano sempre validi, perché dopo una seconda guerra
mondiale scoppiata a distanza di appena due decenni dalla prima, anche
oggi abbiamo un grande bisogno di pace. Dove ho avuto occasione di
presentare il libro, ho avuto incoraggiamenti a farlo conoscere ai
giovani, perché non dimentichino i valori di un mondo ormai quasi
scomparso e sappiano apprezzare la pace come un bene insostituibile.
Alberto Calavalle

Dalle prime pagine

Una sera sotto le stelle

La cena era appena terminata. A quell’ora d’estate la fatica della
mietitura piegava le forze di grandi e piccini, ma come avveniva alla
fine di ogni giorno, il nonno non volle rinunciare alla recita del
rosario.
Nei brevi intervalli tra le intonazioni della sua debole
voce e il coro forte di risposte della famiglia patriarcale, la campana
dell’Ave Maria giungeva come un’eco lontana tra le pareti antiche della
cucina di Ca’ Guercinello e la luce del giorno che moriva, scendeva
dall’abbaino in una penombra carica di raccoglimento.
Concluso il momento dello spirito seguì un’intesa sulle faccende del giorno dopo,
quindi Luigi uscì di casa per mettere il paletto alla porta delle
stalle. Affascinato dalla calma della notte, sedette sul ciglio della
strada all’incrocio col sentiero dell’aia.
Un leggero vento di brezza saliva dalla valle di Santa Barbara a temperare il caldo di
quella giornata; portava il profumo del fieno appena tagliato e del
grano maturo. In un casolare della valle un lume acceso vegliava nel
buio: qualcuno si attardava nella stalla o in cucina per qualche lavoro
da completare. Un assiolo dalle campagne di Sant’Andrea in Serradocre
rompeva con i suoi acuti la quiete della notte, un altro gli ripeteva
il verso dai boschi lungo le pendici del Montesanto. Sotto un cielo di
stelle sempre più fitte e luminose, si disegnavano leggeri e lontani i
profili dei monti e nei campi di grano si accendevano, come per un
magico riflesso migliaia di piccole lucciole.
Respirando profondamente Luigi si adagiò sull’erba soffice, provando al suo
contatto una piacevole sensazione di freschezza. Mentre osservava il
cielo, la sua attenzione fu attratta da una stella, che sembrava
brillare di una luce sempre più intensa.
Una sera d’inverno di molti anni prima, quando morì il bisnonno Giovanni, egli si aggirava smarrito per casa insieme alle sorelle e ai cugini. Si vedeva da lontano che lui
e gli altri soffrivano per la scomparsa del bisnonno. Mancavano loro anche le storie che il vecchio si divertiva a raccontare la sera attorno al fuoco.
Allora la nonna, mentre raccoglieva il filo all’arcolaio, decise che qualcuno doveva riempire quel vuoto. Riunì i suoi sedici nipoti davanti al camino e raccontò loro la storia di una
stella che accompagna ognuno di noi nella vita e che brilla di luce più intensa quando un’anima lascia questo mondo.
Quella sera dell’estate del 1914, a molti anni di distanza da quel fatto, Luigi pensò che
qualcuno era scomparso sulla terra e la sua stella si era accesa lassù.
Ma il punto luminoso continuava a tenere impegnata la sua attenzione e gli comunicava un triste presentimento.
E un’altra stella si sarebbe accesa tra poco, poi altre, a decine, a
migliaia, a centinaia di migliaia, mentre una guerra che non trovava
precedenti per violenza distruttiva ed estensione avrebbe aperto una
voragine senza fine tra la gioventù di quegli anni. Nell’ora tarda le
capitali europee continuavano ad essere impegnate nello scambio di
messaggi drammatici.
“Voglio cercare la mia stella” disse egli sommessamente. Nello spazio del firmamento sarebbe stato difficile ritrovarsi in una stella qualsiasi; bisognava sceglierne una facilmente
riconoscibile. A sinistra il profilo scuro del monte toglieva alla vista un piccolo angolo di cielo e anche il mandorlo faceva la sua parte con la chioma folta, ma sotto le migliaia di punti luminosi di una limpida sera era sempre facile smarrirsi.
La sua attenzione fu attratta dalla Stella polare: quella sì che l’avrebbe ritrovata in un colpo d’occhio, ma era troppo grande!
Pensò che per un ragazzo di campagna come lui sarebbe stato un progetto
troppo ambizioso prenderne possesso. Era sicuramente la stella di un re
o di un papa. La lasciò da parte per questa ragione e ne cercò
un’altra, scorrendo con lo sguardo lungo il timone del carro, giù fino
alla ruota anteriore. La sua attenzione si fermò su questo punto: la
sua stella sarebbe stata quella più vicina alla ruota. La guardò con
tale intensità dopo averla individuata, che si sentì trasportato nel
firmamento, immemore di essere sulla terra.
Quando il suo piede scivolò sul ciglio del prato, su cui stava disteso, temette di cadere
nel vuoto e d’istinto allargò le braccia per riprendersi, mentre il cuore gli sussultava nel petto.
Il contatto col prato soffice lo rassicurò e lo riportò alla realtà: chissà quanto tempo era passato? Forse un’ora o anche più.
Si diresse verso la porta d’ingresso. Dalla cucina giungeva il brusio
delle voci della mamma e delle zie impegnate a sbrigare le ultime
faccende. Salì i gradini che conducevano nella stanza riservata allo
zio don Pasquale per le sue visite a Ca’ Guercinello. Aveva il consenso
di entrare lì dentro, come gli altri nipoti, per leggere qualche libro
lasciato dallo zio a loro disposizione. Erano vite di santi, libri di
narrativa, di storia e testi di scuola in uso nel seminario.
Luigi accese il lume a petrolio appeso alla trave, scelse dalla nicchia
accanto al caminetto un libro già conosciuto sulla vita di Mazzini e si
sedette al tavolo. Le voci della cucina giungevano come una gradita
compagnia.
La copertina illustrata del libro metteva in evidenza la figura di Mazzini alta, solenne, con quello sguardo che andava lontano.
Luigi avrebbe voluto assomigliargli anche fisicamente, ma col suo metro
e sessantotto si sentiva meno alto. Chissà se almeno i lineamenti del
volto, il colore dei capelli e degli occhi corrispondevano? Non poteva
saperlo perché l’immagine era in bianco e nero e per giunta sbiadita
dal tempo. Sollevò lo sguardo sulla specchiera, fissò il profilo deciso
del suo volto, i suoi occhi con una punta di celeste e i suoi capelli
castani.
Lesse per circa un’ora le pagine dedicate alla Giovane
Italia e alla Giovane Europa. Quando si alzò, spense il lume, si
avvicinò alla finestra per chiudere gli scuri.
Anche l’ultimo lume si spegneva laggiù nella valle.

Alberto Calavalle
è nato ed è residente in Urbino. E’ stato docente di letteratura
italiana e storia negli istituti superiori. Ha collaborato ai servizi
giornalistici della sede Rai di Ancona. E’ stato collaboratore
didattico presso l’Università degli Studi di Urbino. Scrive su alcuni
periodici ed è impegnato nel sociale.
Ha pubblicato il libro di racconti Il tempo dei cavalli
(Rimini, Guaraldi 1993), ristampato in due edizioni dell’Istituto
Statale d’Arte (Storia del Libro di Urbino, 1997); con incisioni
originali degli allievi; il romanzo Sulla frontiera della Vertojbica (Teramo, Editoriale Eco 1997); il libro di poesie Infinito passato (Urbino, Quattroventi 2000); il libro di saggi e racconti brevi Finestre sulla città (Urbino 2003); la raccolta di narrativa Racconti Urbinati (Urbino, Quattroventi 2007).

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