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Umana dissolvenza di Piero S. Costa

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LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Umana dissolvenza di Pietro S. Costa
Una silloge di poesie che ha in sé momenti di vita interiore che si fa vera essenza dell’anima. Il poeta, nel “suo andare in versi”, nel suo sentire più profondo, cattura il lettore trascinandolo in “atmosfere fluttuanti” e lo conduce per mano verso dimensioni dell’intelletto e del cuore come soltanto un’anima nobile e sensibile può fare.
Una scrittura dove lirismo e metrica si fondono per dare vita ad emozioni sempre nuove. “Umana dissolvenza”, progressiva illuminazione o progressivo oscuramento di immagini e sensazioni, per passare da una primavera che sfiora la “zolla che si desta” e che incipria “i cigli”, alle stelle della notte, spirali d’infinito, fino a sentire il profumo di rosmarino e a catturare “sentimenti di noi sul fuggitivo tempo”.

UMANA DISSOLVENZA
di Piero S. Costa
Edizioni Helicon
2008, 72 p.
Per ordinare il libro clicca qui
Uno stile che diviene poetica

E il caso – e mi sembra ormai un dato in assoluta evidenza – di Piero S. Costa, il quale, ad ogni uscita di silloge o di proposta poematica (ricordiamo, a questo proposito, il ‘Costa medievale’ di Rudel e, poco dopo, le filigrane ariostesche intrecciate dal poeta in accezione cavalieresca), non cessa di stupire presentando nuove pieghe d’ombra e di luminosità in una scrittura la cui ferrea, inconfondibile coerenza stilistica riesce ugualmente a riverberare sempre nuove variegazioni tematiche e inattesi andamenti argomentativi. Che sia giunto il momento di raccogliere questo – ultimo, per ora – e tutti i libri precedenti in un singolo volume? Ogni libro rappresenterebbe un capitolo di vita interiore (venata di tormento e ironia, sofferta e gettata tra reticolati allusivi, lirica e disincantata, nostalgica e sperimentale, solipsistica e colma di valenze corali) scritta sulle forti e sostenute correnti di un’ispirazione intensamente implicativa e vissuta nella e per la poesia. Risulterebbe utile al lettore amante di un verso spinto ai margini del visionario – soprattutto, dunque, di questo verso, impetuoso e colto, arcaico e febbricitante di traslucida modernità – quanto all’esegeta, poter trovare racchiuso in un unico ‘insieme’ ordinato in scansione cronologica le fasi di uno sviluppo poetico così interessante e com plesso, coerente (lo ripeto), e reso talvolta particolarmente acuminato da insospettabili rotte che, appunto, conducono a una rimessa in discussione, se non a una vera rifondazione, dei concetti di canto e di comunicazione, di cifra visionaria e di funzionalità terminologica. La poesia di Costa (il discorso è da estendere a tutte le fasi della produzione, tuttavia ora lo appoggio alle pagine di Umana dissolvenza) è, per sua natura, prima determinata e poi, lungo il raggio del sema, proiettata nelle spire del sottinteso dialettico posto come condizione nucleale del linguaggio. Da qui, prende forma il potere del messaggio sostanziale e si delineano i contorni e i fini dell’intento enunciativo. Ma tutto ciò non troverebbe solco di possibile scorrimento né flusso persuasivo, se venisse a mancare il sostegno primario dello stile, quella peculiare struttura tonale incuneata tra inciso e ritmo, tra prospettiva metrica e cromatismo semantico. Il libro che ho tra le mani e di cui sto parlando è comunque emblematico; sembra, inoltre, contenere una messe di indizi e di suggerimenti circa le chiavi di lettura idonee ad affrontare le non facili sollecitazioni dell’autore, e certamente sbalza accenti anche chiarificanti, per chi voglia volgere un orientamento fruitivo o critico all’individuare più a fondo e meglio penetrare il punto focale del linguaggio in mezzo alle sue aureole, ossia per chi voglia appieno comprendere il legame interattivo e indissolubile venuto ormai decisamente a marcare la continua e reciproca identificazione del peso contenutistico lessicale con la luce del suo trattamento stilistico, vale a dire con le prime e immediate fibre comunicative di una poesia nella quale, di sicuro – e ciò vale, almeno a oggi, per l’opera omnia di Costa -, si possono indicare le unicità di movente, di intenzione e di dettato. Componimenti come L’appena sospir d’una incerta primavera, Bugiarda, Quando dici che “nulla” da dir trovi, o Presso Little Big Horn (soltanto per fare qualche esempio, e spesso pure il titolo è un verso) sembrano postularla, tale unicità, e a buon diritto, soprattutto di fronte al panorama culturale odierno, connotato da scelte principalmente misurate su un gusto massivo, e che quindi, salvo rare eccezioni, offre coordinate di percorso di bassa mira e segnate da scarso carattere all’identità e all’osabile significarsi della poesia.
Rodolfo Tommasi
Nota introduttiva

Se dal primo capitolo si trae l’impressione di una poesia che si adagia in atmosfere di fluttuanti, e qualche volta oppressive, inquietudini, si deve in seguito constatare che l’inquietudine in sé, per il poeta, è un’ala aperta verso la ricerca conoscitiva, un’imprescindibile ragione di verifica e un’irrinunciabile condizione ispirativa, e che quella parola, solo quella, fatta salire da oscure profondità e generata da una scrittura del tutto particolare, colma di energia psichica e lirica, può giungere a trascendere se stessa in vorticosi cromatismi emotivi.
Anche la metrica sembra costituire un segno svelatore di una personale – e irripetibile, e inimitabile – concezione della parola poetica: ora favorisce trasparenze dialettiche, ora crea grovigli concettuali al fine di sottolineare la complessità del presupposto enunciativo, ora si allarga su intonazioni evocatrici persino indulgenti al canto. Un’espressione densa, dunque, alimentata da tracimazioni percettive e da riverberi culturali radicati nelle plaghe di un’antica, quasi arcaica, poesia, come in un’avanzata cognizione del moderno; un’espressione, inoltre, che può far pensare alle allusioni pittoriche di un De Chirico e di un Savinio, che S. Costa è capace di far ricordare e sopravvivere attraverso un afflato culturale ben saldo alle sue strutture, alle sue intransigenze lessicali e sintattiche, ma anche a quel che gli antichi Quiriti definivano tristior, ossia alle pressioni del silenzio e dell’oblio.
Giovanni Nocentini

Dal Capitolo I

PRIMAVERA
Divertissement

I) Con labbro d’albaspina
la primavera sfiora
la zolla che si desta

la gèmmula divina
nel pigiammo a festa:

«marea di lux» la luna
che, vasti ciel, divora.

II) Variegata farfalla,
sopra l’estrema foglia
del giglio d’acqua, stando
– dal vento carezzata –
sogna, nello spuntar
l’aurora, fioccar
lento di nevi.

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