Un criceto al computer

La recensione di Nicla Morletti

Lenio Vallati dimostra la sua capacità narrativa “dipingendo con le parole” fatti, storie, avvenimenti. “Un criceto al computer” comprende tre racconti che affascinano e conducono per mano il lettore alla scoperta di sentimenti autentici, in un’amosfera particolare e tutta romantica, tesa sempre all’evocazione lirica.
In una narrazione fluida, con leggerezza e armonia, l’autore amalgama gioie e inquietudini per offrirci un quadro variopinto dell’anima che, nel sogno e nello stupore tipici solo dei veri letterati, ci trasportano in un mondo di bellezza e candore, alla ricerca dell’unica verità che vive dentro ciascuno di noi.

UN CRICETO AL COMPUTER
di Lenio Vallati

Ibiskos – Collana Il frangipane
2005 – Seconda edizione, p. 124
Prezzo:
10,00
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Un criceto al computer è costituito da tre racconti adatti ai ragazzi ma anche agli adulti in quanto affronta temi oggi molto importanti quali la guerra, la fame nel mondo, la solitudine e lo fa con una narrazione agile e ricca di colpi di scena. La trovata del criceto Gino che va su internet e diventa uno scrittore famoso è molto originale. Gino non è che la parte buona di noi stessi che si propone non di cambiare il mondo, il che è forse un’utopia, ma di renderlo almeno migliore di come l’abbiamo trovato. Senz’altro un bel libro per tutti, da regalare e da regalarsi, dove non mancano i buoni sentimenti che scaturiscono sempre da un sincero amore che l’autore dimostra di possedere per le categorie di persone più deboli e indifese. Lenio Vallati ha partecipato a numerosi concorsi, ottenendo importanti riconoscimenti.

Dalla prefazione di Alessandra Bruscagli
Nella malia di un miraggio

“La responsabilità di uno scrittore non è mai stata tanto grande come oggi: perché le parole non si sono mai incarnate così rapidamente nella realtà. Basta una modesta formula filosofica, una tetra parola d’ordine, una trovata da caffè, per cambiare in peggio il volto del mondo, che sembra disposto a subire passivamente ogni trasformazione.”
Piero Citati

È una peculiarità di Lenio Vallati eseguire il gesto letterario con entusiasmo e con la soddisfazione di fissare, sulla verginità del foglio bianco, la semplicità della vita in tutta la sua complessità mettendo in risalto con garbo – senza insistere – i valori etici, l’importanza fondante della famiglia, la preziosità dell’amicizia, la lealtà, il rispetto verso gli altri, la dignità dei buoni sentimenti, tutti termini ormai obsoleti, fuori moda, che non appartengono più alla gran parte delle coscienze nell’attuale società. Volendo sintetizzare: sono parole out. Si leggono tra le righe di questa pubblicazione tutta una serie di messaggi d’amore, di speranza – per lo più rivolti ai più giovani – quasi una esortazione che l’autore di questi tre originali racconti vuole fare con consapevolezza, una esortazione ad apprezzare le piccole cose, a superare le delusioni, ad accettare le sofferenze, a tracciare un profilo dell’esistenza che sia più armonioso, più solidale, più aperto alle diversità.

Aleggia un alone romantico in questa trilogia che affonda le radici nel passato, trae linfa dal presente per proiettarsi in un futuro che favorisce la creativiità e l’immaginazione, il mito e il sogno. La realtà non basta agli artisti, ai poeti, agli scrittori; essi, per esprimersi, hanno bisogno di fantasie oniriche, di quell’incanto che nasce dal profondo dell’anima, di quello stupore infinito che appartiene al mondo delll’arte e della letteratura. Originale l’idea-nucleo del primo racconto che dà il nome al libro “Un criceto al computer” che viene poi sviluppata in maniera pulita, spartana, con naturalezza. Con la stessa naturalezza è reso il rapporto uomo – animale o per meglio dire bambina-criceto. Gli altri due racconti “Una storia semplice” e “Manuel e Pampa” confermano la schiettta elementarità che Lenio Vallati “sceglie” per le sue narrazioni. In una dimensione irreale della realtà egli si muove a proprio agio in un curioso dualismo: la necessità di raccontare il vero e la voglia di sbrigliare la fantasia in una dilatazione dell’assurdo, nella malia di un miraggio, in una mescolanza di razionalità e passione, duplice e complice intesa che lo spinge ad una elaborazione ordinata e consequenziale dei suoi sussulti interiori.
(…)

Da “Un criceto al computer”

Ciao bambini, sono Gino, il vostro amico criceto. La mia storia comincia nell’estate di due anni fa. Una calda sera di metà settembre mi trovavo in una grande gabbia insieme ad almeno un’altra decina di miei simili quando vidi avvicinarsi un tipo non molto alto dalla corporatura robusta.
Mai avrei potuto immaginare allora quanta parte quel tizio avrebbe avuto nella mia vita futura. Si avvicinò al banco e chiese di poter giocare. Davanti a lui c’erano dei recipienti sferici di vetro di tutte le dimensioni. L’uomo del luna park gli mise in mano un cestino con delle palline di plastica. Capii subito che il gioco consisteva nel far entrare le palline nei recipienti, e questo mi sembrò estremamente semplice. Dio mio che imbranato! Che brutta mira! Tiro troppo lungo. Troppo corto! Ma il tizio era anche un po’ sfortunato, perché una pallina danzò beffarda sull’orlo di un recipiente e si perse di poco a lato. L’uomo si spazientì. Prese un altro cestino, però la mira non migliorò. lo sono un criceto molto educato e non amo darmi arie, comunque meglio di lui avrei certamente fatto anch’io. Perbacco, ce l’avevi quasi fatta! Ma per quale motivo ti affanni tanto? Ah, capisco! Mi sporsi dalla gabbia e vidi un cartello appeso appena sopra ai recipienti: un centro il pesce, due centri il criceto, tre centri il pappagallo. Il fatto di essere considerato di valore inferiore ad uno stupido volatile mi dette ai nervi! Ad un certo punto l’uomo si arrese. “Quanto costa il criceto?” domandò rassegnato. “Sei euro”. “Lo prendo”. Mi trovai così separato dai miei compagni con i quali d’altronde non avevo un granché legato. Salutai affettuosamente e con un certo dispiacere solo Ettore, un vecchio criceto che aveva avuto diversi padroni prima di finire in quella gabbia. lo credo invece di esserci nato lì dentro. Ettore mi ha insegnato molte cose anche per quanto riguarda la vita degli umani. Tutto quello che so lo debbo a lui. L’uomo del luna park mi pose in un’angusta scatola di cartone e mi consegnò nelle grosse mani del mio nuovo padrone. Ci stavo un po’ stretto in quella scatola, e per di più ero assordato dai rumori provenienti da ogni dove. In quella grande piazza c’erano anche tante altre attrazioni, un’immensa ruota panoramica, un gigantesco castello stregato con quattro tetre torri e una grossa trottola circondata da catene, almeno così intravedevo dalla gabbia. E tanti, tantissimi bambini che vociavano allegri. La mia paura era proprio quella, di finire nelle mani di un bambino. Ettore mi aveva riferito che sono tremendi, che ti stropicciano in continuazione e non ti fanno mai riposare! D’un tratto un lato della mia angusta dimora si aprì, lentamente. Due piccoli occhietti vispi mi guardarono. “Grazie, babbo. Com’è carino! Ehi, venite a vedere!”. Una tribù di bambine improvvisamente mi circondò. Oddio, povero me! Passai di mano in mano come se fossi stato un giocattolo. Per fortuna una bambina bionda mi ripose nella scatola e mi celò agli altri occhi indiscreti. Doveva essere lei la mia prima e nuova padrona, perché fino ad allora ero sempre vissuto nelle immense gabbie dei negozi. In fondo ne ero contento, piccola. Già sentivo che mi piacevi, che avremmo fatto amicizia. Neppure noi criceti siamo insensibili alla bellezza femminile, e tu eri davvero una bellissima bambina. Accanto a noi una donna giovane e bionda, somigliantissima alla piccola, scuoteva la testa e ripeteva continuamente “non se ne parla nemmeno”. Chi era? Chissà che cosa intendeva dire!

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