sabato, 12 Giugno 2021
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Un Fucini dimenticato

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Renato Fucinidi Giulio Panzani

Una rilettura di Renato Fucini in una diversa chiave critica che ne riscopra l’essenzialità e lo spessore, per riproporne il linguaggio che, fra gli esperantismi e il “basic english” del Terzo Millennio, rischia di perdere quella connotazione che al di là del suo indiscusso valore culturale ha rappresentato e vorremmo che ancora rappresentasse il senso dell’acquisita “unità nazionale”. Una rilettura – quella si propone- che consenta a questo autore, certamente grande, di essere riconsiderato nella sua dimensione di un Verga toscano da sempre relegato, invece, ai margini della nostra letteratura forse a causa del suo ironico e dissacrante approccio con la società e di una certa storia o, magari, per quei sonetti pubblicati con l’anagramma di Neri Tanfucio e che, insieme alle “Veglie di Neri” lo hanno trasformato – come qualcuno ha detto – in una sorta di ritratto della Toscana pastorale appeso al muro dell’800 e incapace di entrare in quel secolo nuovo che pure lo vide ancora protagonista e a consumare, poi, gli ultimi anni a Dianella. Qui, nel comune di Vinci, nella piccola tenuta che il nonno Santi, livornese d’origine, aveva ricevuto in eredità dal padre (bisnonno dello scrittore) mentre al prozio Giovanni era andata quella di Motta, nel comune di Cerreto Guidi, il Fucini trascorse non poco della sua infanzia e poi, ancora, dell’adolescenza. Per cui se può dirsi livornese in quanto nato nel 1843 a Monterotondo dove il padre era medico e, soprattutto, giacobino, il suo legame con la nostra zona non venne mai meno tanto da lasciarne il ricordo in moltissime pagine la cui memoria è tuttora contenuta, in genere, in poche citazioni didattiche mentre dovrebbe essere collocata, invece, fra le più importanti opere a cavallo fra i due secoli soprattutto per l’uso di quel parlato cosi’ nitido e sobrio che anticipava, oltre un secolo fa, quello che si può definire “moderno”. Certo: se il giudizio dev’essere storico allora ecco un Fucini anticlericale per insegnamento paterno e forse ancor più a causa del mancato riconoscimento, per l’ammissione alla facoltà di medicina, degli studi compiuti col Canonico Rossi il quale rilasciò al giovane alunno – dopo tante fatiche – un “certificato” che non fu ritenuto valido. Cosicché il figlio del medico che avrebbe volentieri seguito le orme del padre, dopo aver frequentato per un anno come “uditore” la facoltà, fu costretto a passare ad Agraria che all’epoca non rilasciava il dottorato bensi’ una “licenza” con la quale “Tanfucio” fu dapprima impiegato all’ufficio tecnico del comune a Firenze e poi, com’è noto, ispettore scolastico. Ma del Fucini, del suo carattere, della sua – appunto – toscanità dissacrante ma anche di quello che potremmo definire un “giacobinismo di bandiera”, più che una profonda scelta esistenziale, si è detto poco o nulla. E forse varrebbe la pena di paragonarlo a un altro dissacratore per eccellenza, quale fu il Carducci, se non addirittura a un certo Indro Montanelli, bastian contrario sempre. Né si è rilevato che la sua avversione per gli austriaci che da ragazzo vedeva passare, vigili, in un battello al largo di Livorno, non si tradusse mai in azione tanto che pur formandosi culturalmente nel periodo risorgimentale egli, al Risorgimento, non partecipò mai se non a parole. E se gli si può far grazia per non aver combattuto, perché studente ancor giovane, alla guerra del ’59, nessuna giustificazione può essergli consentita per aver mancato all’impresa dei Mille, nel ’60, quando universitario, appunto, nella città della torre pendente guardava partire i volontari di Garibaldi standosene tranquillamente a giocare a biliardo al Caffè dell’Ussero. Senza dire, poi, di Mentana, d’Aspromonte e della guerra del ’66. Ma d’altro canto il Fucini, di cui a scuola s’insegna – ma di sfuggita – qualcosa de “Le veglie di Neri” estromettendo ciò che nelle sue pagine è di maggior impianto verista nella contestualità sociale e storica del suo tempo, con un’inquietudine un pò crepuscolare e un poco decadente non è certo, come si vorrebbe, l’interprete di una letteratura regionale che tutt’al più regala opportunità di riflessione poetica e umana. Come dicevamo, il suo merito maggiore è stato quello di cogliere il senso di un linguaggio che anticipa, di decenni, una formula comunicativa assunta a codice nazionale. Con una scioltezza che solo di rado indulge a compiacimenti vernacolari egli ha annotato eventi privati e pubblici tratteggiando anche figure storiche, della politica, della cultura, dell’arte, che vanno da Giovanni Fattori a Vittorio Corcos, a Domenico Guerrazzi, non dimenticando di sottolineare anche ciò che avrebbe fatto epoca, dalla ferrovia Leopolda all’epidemia di colera, fino all’impasto lirico e paesaggistico sulla sua esperienza napoletana.
L’attualità del Fucini, dunque, da riscoprire lo porterebbe ben oltre il piglio di altri autori di fine ottocento che, come Carducci, si sono piegati ad uno stile spesso retorico, denso, “carduccioso” – nella fattispecie – come lo definiva il Pascoli che pure, in fatto di scrittura emotiva ed esasperatamente cromatica, non era da meno. Il tono – lo ripetiamo – verista, il periodo asciutto, la vis polemica che innerva più di un passaggio, la disinvoltura stessa del Fucini, sono il parlato d’oggi sempre che l’oggi, come già detto, voglia ancora riferirsi ad una lingua italiana non contaminata da una globalizzazione che, ormai ineludibile nelle forme di comunicazione, non ha il diritto di prevaricare, con la multimedialità e i suoi fonemi, regole intese anche come identità e appartenenza. Ma non scordiamoci che il Fucini è stato anche maestro di un genere letterario com’è quello del racconto. Con la dolente metafora di un’umanità che ha smarrito la fiducia a causa una condizione esistenziale che sembra – come ancor oggi – non concedere speranza, con l’ironia che corregge taluni pessimismi, con la dissacrazione delle congreghe (e dei partiti) dove gli “zeri si accostano a un uno con la speranza di parere un dieci”, con la simbiosi nella natura e con le sue chiuse rapide quasi per un pudore – è stato scritto – che evita ogni sentimentalismo di maniera.
E allora perché non lo si riconsidera, questo Fucini, qui dove visse parte della sua infanzia e dove tornò per trascorrere i suoi ultimi giorni?
Forse perché la parola non è più di moda, se non liberata dal rapporto con le idee e talvolta anche da quello con l’immagine protendendosi verso la virtualità dell’analogia? 
Per quanto riguarda noi toscani la spiegazione potrebbe ricondursi a un antico, mal dissimulato rancore degli empolesi presso i quali, dopo aver curato i colerosi dei primissimi anni ’50, il padre dello scrittore chiese una condotta medica, resasi vacante, senza però ottenerla.
I maggiorenti della città, con una faziosità che ancor oggi li divide in guelfi e ghibellini, gli contestarono infatti il suo giacobinismo e l’essere “compromesso co’ ‘i governo”.
“Colpa gravissima per quei beoti – raccontò poi il Fucini – alla quale però non pensarono o non dettero importanza quando quel “compromesso co’ ‘i governo” venne volontario ad esporre la sua nobile esistenza per serbare ai fichi le loro pance triviali”.
Un giudizio tranciato con la scure, anche se sulle pagine dei ricordi. E che forse pesa ancora oggi.

Redazionehttps://www.manualedimari.it

Manuale di Mari è il Portale letterario fondato nel 2007 da Robert, uno dei primi blogger italiani, creatore del Blog Manuale di Mari e del Blog degli Autori, e Nicla Morletti, giornalista, scrittrice e Presidente del Premio Letterario Internazionale Il Molinello.

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