Un semplice capolavoro di Maria Antonietta Ellebori

Un misterioso segreto, il contenuto di una lettera, una governante che incute rispetto, poi la guerra e innumerevoli vicende umane si alternano in questo mirabile romanzo scritto con maestria e scioltezza, in cui la psicologia dei protagonisti è ben delineata e tratteggiata. Un semplice capolavoro, appunto, come dice il titolo stesso. Il conte Pofi, freddo accumulatore di ricchezze, si sposa con Matilde pur non nutrendo amore per lei. La donna dà alla luce la piccola Lina che cresce sana, forte e caparbia. Il conte vive in un maniero medioevale di cui erano stati proprietari i Malatesta. Già l’incipit del romanzo invita alla lettura con quell’alone di mistero che aleggia tra le pagine e il pizzico di curiosità che infonde, quel tanto che basta per tenere il lettore ben saldo nell’intento di giungere alla conclusione della storia per scoprire verità nascoste, per saperne di più, per conoscere il finale tanto sospirato. Si rimane subito affascinati dalla descrizione dei festeggiamenti del matrimonio che durano una settimana, durante la quale al castello fermentano i preparativi tra un andirivieni di ospiti e commensali, mentre cuochi e servitori lavorano a pieno ritmo tra i profumi speziati delle vivande, l’odore del rosmarino inzuppato nell’olio e dispense colme di cinghiali, lepri, pernici.
Seguono pagine intense scritte in maniera chiara, allettante, dallo stile perfetto. Maria Antonietta Ellebori con questo suo avvincente romanzo, dimostra tutta la sua capacità narrativa e abilità nel descrivere personaggi e ambienti, che sprigionano e donano grandi emozioni. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Capitolo I

Il Conte

Il conte Pofi viveva in un maniero medievale, donato dai Malatesta nel diciassettesimo secolo a un suo antenato, per aver difeso e salvato l’unico rampollo della nobile famiglia in un periodo in cui si poteva perdere la vita per un nonnulla. Insieme alla roccaforte era stato elargito il titolo nobiliare e, di conseguenza, tutti i benefici annessi e connessi che ne fossero derivati.
Da quell’impresa, quel valoroso capitano di ventura pensava di ricevere soltanto la gratitudine dei signori, e non immaginava che avrebbe ottenuto tanto: per questo, si fece come un dovere di servirli, riconoscente, fino alla fine dei suoi giorni. Le mura di cinta racchiudevano la costruzione, che si ergeva sopra un colle. Al piano terreno si trovavano le stalle e il deposito dei viveri e delle armi. Di lato all’ingresso, un’enorme cucina era dotata di un forno di notevole capienza, predisposto alla cottura allo spiedo di interi capretti e maiali, ma utilizzato, negli ultimi tempi, soltanto per infornare le pagnotte di pane per il fabbisogno della comunità. In ultimo c’erano i magazzini per le provviste e le abitazioni dei servitori.
Al primo piano, due stanze conservavano la biblioteca e lo studio, mentre, in un lungo salone, si radunava il signore con la proprio famiglia e gli ospiti, non sempre raccomandabili.
Per uno scopo di difesa, ma anche per rappresentarne il prestigio, il desco del conte e dei suoi familiari era posto su una pedana che dominava l’ambiente e gli altri commensali mangiavano su lunghe tavolate di legno, sedendo su panche senza spalliera. Qualora fossero presenti persone di lignaggio, venivano invitate alla tavola nobiliare.
Le camere per dormire si trovavano nei piani superiori dove l’arredamento era ridotto allo stretto necessario: un letto con il baldacchino, una cassapanca e un inginocchiatoio mentre, in una delle quattro pareti, un fuligginoso camino veniva acceso durante l’inverno.
Alte finestre senza scuri lasciavano trapelare la luce del giorno, dal sorgere del sole fino al tramonto, mentre una piccola panca di peperino, sporgente dal muro di fianco, permetteva di rilassarsi, ammirando il paesaggio.
Gli ospiti, non appartenenti alla nobiltà, se ne avessero avuto la necessità, potevano pernottare nello stesso locale dove avevano desinato, su pagliericci occasionali allestiti al momento.
Per qualche generazione la vita del castello era stata prosperosa e non aveva risentito affatto delle scorrerie di masnadieri ma, in seguito, erano bastati alcuni discendenti viziosi e dissipatori per esaurire in poco tempo tutte le riserve della proprietà, che divenne quasi fatiscente.
E tale si presentava nella seconda metà del 1800 perché nessuna miglioria era stata apportata al maniero che risentiva ogni giorno di più dell’usura del tempo.
A poco a poco, la servitù era stata ridotta e le poche entrate, che fruttavano dal raccolto dei terreni, riuscivano a malapena a coprire le spese per la sopravvivenza.
Il Conte Pofi, solo e ricco soltanto del titolo nobiliare, aveva compiuto già quarant’anni ed era sempre più convinto che l’unica soluzione per uscire da quella situazione precaria e senza alcuna prospettiva di miglioramento, fosse quella di accasarsi con una damigella di nobile rango, non importava chi fosse, ma con la peculiarità di una dote notevolmente sostanziosa.
Era un uomo di altezza media, tarchiato, dai lineamenti decisi che aveva accentuato con la barba nera e riccioluta, mentre i capelli erano raccolti in un codino. Quando gli occhi neri fissavano qualcuno, sembravano pungere come due spilli.
Inoltre, nel portamento, aveva qualcosa di magnetico che metteva soggezione.
Lui era consapevole del proprio carisma: il solo pensiero lo riempiva di orgoglio e lo faceva sentire posto su uno scalino più alto, cosicché si rivolgeva, verso chiunque, con un certo distacco, tranne che con i suoi discussi amici nobili, ai quali si uniformava con la medesima natura volgare e al limite dell’animalesco.
Parlava poco ed era sempre assorto nei suoi pensieri. La sua mente era un formicolio di idee con un solo tema: come migliorare la situazione economica e avere uno spiraglio di luce nella sua, quasi ridotta alla disperazione. Amava solo il denaro, che considerava complementare a ogni necessità.
La scelta cadde sull’attempata pupilla di un barone che, accanito cacciatore, mirava a entrare nella cerchia del conte tramite l’unica sua figlia, così che aveva promesso di maritarla con una dote molto sostanziosa.
Matilde era di corporatura minuta, aveva i lineamenti delicati e la carnagione pallida e spenta, insomma era scialba e insignificante. Però aveva una qualità interessante: era di natura sottomessa, e dunque, in seguito, lo sarebbe stata anche verso il marito.
Considerato che il sacrificio fosse notevole, poiché il sensale aveva avvertito che la matura ragazza non fosse affatto piacente, almeno non ci sarebbero state complicazioni nella convivenza.
Il contratto di matrimonio fu stipulato tra il marchese e il conte Pofi, e, nel giorno delle nozze, i due sposi si videro per la prima volta, mal celando entrambi la delusione l’una dell’altro.

***
Un semplice capolavoro
di Maria Antonietta Ellebori
Albatros, 2014, pag. 151

Maria Antonietta Ellebori

Maria Antonietta Ellebori è nata a Barbarano Romano (VT) nel novembre del 1943. Ha conseguito l’abilitazione magistrale e giovanissima è entrata nel mon­do della scuola. È stata insegnante, educatrice di asilo nido, infine funzionario del Comune di Civitavecchia, presso la Pubblica Istruzione, la Segreteria Gene­rale, il Patrimonio e l’Ambiente. Fra le sue pubblicazioni, I profumi semplici della vita (Gruppo Albatros Il Filo) e La Veliterna (Alterego), che si è classificato tra i finalisti del concorso letterario nazionale “Nicola Zingarelli”.

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11 Commenti

  1. La prima impressione è di trovarsi davanti ad uno schermo, come quando inizia un film e si vedono le prime scene….così succede a leggere le prime frasi di questo libro, ci si coinvolge sin da subito, e leggere le “scene” è meglio che averle già visualizzate su di uno schermo…La storia, poi, è molto interessante e cattura subito la curiosità del seguito….

  2. Una storia che coinvolge sin dalle prime battute. La trama e la psicologia dei personaggi sono interessanti. Sarei felice di leggere il romanzo per intero.

  3. Un romanzo che tiene incollato alla lettura il suo lettore è proprio il perfetto risultato che ogni scrittore si auspica per il suo libro. Questo libro ambisce a raggiungere proprio questo. La narrazione dell’anteprima colpisce subito la curiosità ed invita il suo “visitatore” a continuarne la lettura.

  4. Sembra essere una storia davvero molto interessante e intrigante. Ho letto l’anteprima che mi ha tenuta incollata allo schermo dalla prima all’ultima parola grazie al ritmo incalzante e al desiderio di scoprire cosa sarebbe successo dopo e ora infatti bramo dal desiderio di conoscerne il seguito.
    Questo è proprio il genere di libri che mi piace quando cioè la storia è talmente travolgente che il lettore ne viene catapultato dentro.

  5. Ma che bella storia! L’ambientazione storica è molto interessante, un maniero già di per se nasconde fascino, complotto e scorci di vita ormai superata (ma forse non del tutto!) dove per migliorare la situazione economica non resta che sposare una donna mai vista… Sarebbe bello poter leggere il resto della storia.

  6. Adoro i libri in cui si avverte fin dal principio profumo di misteri ed intrigo. Amo l’ambientazione descritta e le scene così dettagliatamente riportate. Sarebbe un onore per me leggerne il seguito!

  7. e poi? superano la delusione e si innamorano? che succede?
    Belle queste storie che non si sa che succede, dove tutto è aperto e sorprendente. Magari Matilde non è così docile come sembra… 🙂

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