LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Un uomo per bene Un bel romanzo che fa riflettere sulla vita e sulle cose. Sulle umane vicende e passioni, amarezze e delusioni che possono attanagliare il cuore. Ottimo l’incipit, “De profundis”, una lettera che tocca e commuove. Parole sincere che sgorgano copiose dall’anima di una donna. Il suo cuore. La sua voce. Eleonora. Poi il giorno perde colore, il sole scompare piano all’orizzonte, inghiottito dalle ombre. E’ sera. E lui, “l’uomo per bene”, tiene la lettera tra le mani e pensa. La legge e la rilegge. E i ricordi affannano la sua mente. Rivede tutto di sé: l’infanzia, l’adolescenza, la maturità. Ed Eleonora, la donna della lettera. Rivede tutto “l’uomo per bene”, adesso che un ictus ha quasi spezzato la sua vita. Un romanzo scritto bene, ben caratterizzati i personaggi, luoghi e situazioni. Una lettura da non perdere.

UN UOMO PER BENE
di Paola Pica
Inedito
2008, pag. 162
Prezzo: € 13,00
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Si tratta di uno spaccato di vita di provincia al nord d’Italia, ma talmente italiano nelle tematiche trattate, da poter essere immaginabile in qualsiasi contesto regionale del nostro paese, mai affrancatosi veramente da un provincialismo dominante ovunque e inteso nel senso negativo.
II romanzo, nel suo insieme, fornisce al lettore anche uno spaccato storico che attraversa tre generazioni, sia negli aspetti della vita familiare e privata, che in quelli sociologici e culturali: ne risulta un quadro completo, i cui aspetti di verosimiglianza potrebbero urtare la suscettibilità di qualche” benpensante”, che vorrebbe negare l’esistenza di qualcuna delle pecche di una società “per bene”.
A seguito di un ictus che lo ha costretto ad interrompere la sua vita scellerata di sotterfugi e cattive azioni perpetrate dietro la solita facciata di perfetta rispettabilità, un settantacinquenne “notabile” di paese si ritrova tra le mani la lettera, risalente a circa dieci anni prima, ricevuta da una delle sue donne, che, prima di avere un unico incontro d’amore con lui, gli era stata legata da una profonda amicizia per quasi venti anni.
È appunto quella lettera, alla quale la giovane dette il titolo significativo e simbolico di “De Profundis”, che apre il romanzo e alla quale il protagonista si rifà in continuazione, mentre, per qualche suo recondito motivo, detta le sue memorie in un dittafono, visto che ormai è impossibilitato all’uso della mano destra.
L’uomo rivede tutto di sé, fin dall’infanzia, adolescenza e tempi dell’università, vissuti tutti in un mondo più che dorato.
Accenna a colpe dell’educazione ricevuta, a delusioni paterne, sue e del proprio padre, ma, soprattutto, sembra ancora sicuro di essere dalla parte della ragione, quando racconta gli episodi davvero non edificanti, vissuti con Eleonora, la donna della lettera.
Infatti, quel breve incontro fu e rimase unico per circa dieci anni… ma la malvagità, specialmente quando è legata ad una visione perbenista e non “per bene” della propria condotta, non ha mai una fine.
E il protagonista, preso da una foga quasi affabulatoria della propria voce nel dittafono, continua a narrare, a narrarsi, le proprie nefandezze, che solo l’ictus di un anno prima, alla vigilia di Natale, ha interrotto.

Lo stile narrativo, caratterizzato da un uso apparentemente eccessivo di puntini di sospensione e di virgolette, si rivela mezzo unico di riproduzione dell’affanno del protagonista nel narrarsi senza tralasciare niente nel suo angoscioso ricordare un’epoca eroica ormai definitivamente chiusa per lui.

Dalle prime pagine

DE PROFUNDIS

dell’anima mia e del mio dolore, e senza più il minimo dubbio su quanto c’era da capire, ti metto a parte della mia condizione mentale.
Ho ingenuamente creduto che, una volta che io avessi azzerato tutti i miei circuiti di legittime ripicche nei tuoi confronti e di presunta malafede da parte tua, in nome del perdono e di quell’amicizia di cui parli così frequentemente, tu mi avresti ripagato “elargendo” alla nostra relazione (e quindi a me) ciò che è patrimonio usuale e comune di un uomo e di una donna che stanno insieme… non importa su quale livello di clandestinità o di ufficialità. Credevo cioè di avere diritto a vedere il nostro soddisfacente scambio fisico farsi, da semplice istinto brutale, comunicazione anche delle nostre anime; e che, una volta cancellato il credito per il maltrattamento di allora, avremmo respirato e saremmo volati in alto, finalmente liberi…anche se così prigionieri della tua situazione esistenziale: ti avevo già dedicato la mia libertà, in nome della qualità e non della quantità del nostro rapporto, per usare una frase davvero non originale.
Che cosa chiedevo? Che cosa pretendevo che tu aggiungessi a quello che già avevamo?
Semplicemente qualche parola che mi alleviasse il peso non della tua non presenza, che era già implicita nei patti iniziali, ma del non avere la minima possibilità di iniziativa nel contattarci. Bada bene, come ti ho detto l’ultima volta che ti ho visto, poggiandoti dolcemente una mano sul ginocchio, mentre eravamo seduti in giardino, il numero delle telefonate sarebbe potuto rimanere lo stesso o addirittura diminuire. Quello che, per soddisfare la mia esigenza in questione, andava integrato al nostro quadro generale era solo qualche tua parola su NOI, sul nostro rapporto fisico, su come vivevi la mia assenza… che credevo ti pesasse. Parole che mi avrebbero aiutato a tenere acceso il fuoco del mio erotismo con te nei “momenti” lunghissimi del tuo essere altrove e che, quindi, ti avrebbero fatto accogliere da me senza alcun ulteriore bisogno di chiarificazione, nei nostri incontri futuri. Dopo tutto, era il nostro rodaggio, no? E a tale proposito ti ho subito portato l’esempio delle tue telefonate infuocate, avvenute fra il nostro incontro “ravvicinato” ma non totale del nostro primo venerdì a studio e il secondo, del sabato mattina seguente, da me, anch’esso non completo e seguito da parole sussurrate da te al telefono con un tale calore da farmi sentire in pena per te… che avevo portato a uno stadio avanzato di eccitazione, senza sapere quando saremmo stati in grado di soddisfarci a vicenda.
Tutto questo ti avevo cominciato a dire, dopo avere esordito esprimendoti il mio desiderio di sanare le sabbie mobili e di incontrarci subito dopo sul nostro terreno solido di mutuo piacere.
Mi sentivo sicura che avresti capito, che avresti addirittura gioito nel vedere che non ero di quella specie di donne che covano il rancore per l’orgasmo non raggiunto… Ti ricordi, vero?, che avevi raggiunto il tuo piacere senza il tempo di penetrarmi? Per quanto mi riguarda, avevo solo posticipato il mio, ma avrei avuto bisogno, nei giorni da mercoledì a lunedì, di qualcuna delle tue parole di fuoco.
Mi è successo altre volte, in occasione di rapporti affrettati, non c’è niente di strano, ma l’uomo in questione ha sentito, LUI, l’esigenza di chiamarmi e ripetermi al telefono quanto il mio corpo gli piacesse e quanto stesse bene con me e stesse già fantasticando sul piacere da darmi al prossimo nostro incontro.
Con grazia ho cercato di farti capire il mio bisogno…che, dopo tutto, si sarebbe tramutato in ulteriore piacere per te. Ma io sono “spigolosa”, quando mi permetto di notare qualcosa che vorrei fosse un po’ diverso nel tuo operato. Come quando mi permetto di dire uno dei miei “va be’, va be’…”, del tutto privi di qualsiasi recriminazione, al tuo troncare una nostra telefonata per causa intervenuta. Interruzione repentina non seguita da nessuna richiamata da parte tua, fra l’altro. Ma io sono “spigolosa”…
Tu non ammetti critiche al tuo operato, che deve essere perfetto ai tuoi occhi. Ai miei, quasi lo era, bastava qualche aggiustamento minimo: ma il mio tentativo ha fatto scaturire quello che sai.
Non c’era alcun bisogno di puntualizzare, in quella sede, quanto il tuo sentimento per me fosse poco profondo, e di come me ne avessi avvertito, dicendomi subito che il tuo schema di vita escludeva qualsiasi altra convivenza. Hai addotto, come dote ulteriore al tuo parlare, la sincerità, che per me, in quel caso, è stata solo un esempio di calo di classe.
Avevo già ampiamente recepito il messaggio nei nostri primi colloqui e lo avevo trovato inopportuno e poco fine, quando questo veniva inviato a una probabile amante e non a una fidanzata. E poi, chi ti dice che io la desiderassi, una convivenza con te? Che fosse nelle mie mire? Pensi che la tua storia con Susanna non mi sia servita a capire che tipo sei, nei confronti della tua facciata sociale? Se tu smettessi di vederti e di ascoltarti da fuori, cioè come credi che ti vedano gli altri, forse daresti all’ultima parte della tua vita un tocco di profondità che te la farebbe apprezzare davvero. Da quel nostro sabato mattina, in cui ti presentasti da me nonostante il carceriere nei dintorni, e mi dicesti che ti colmavo “tutti i canali” (sesso, cultura, sensibilità, mi facesti capire) e che sarei stata “la mia ultima, con cui chiudere in bellezza”, avevo atteso invano altre parole del genere e, nell’impazienza, acuita dalla lontananza senza possibilità di contatto da parte mia, mi sono permessa di suggerirti un modo per ottimizzare il nostro piacere.
NON TE NE CHIEDO SCUSA, scusami.
Anche un rapporto leggero e non finalizzato alla convivenza, come poteva essere il nostro, per mantenersi vivo, può, anzi deve, ingioiellarsi con qualche telefonata a luci rosse, non credi?
Ma tu sei perfetto. Lo sembri anche quando parli dell’amicizia quasi ventennale che ci lega. E che cosa era, se non una prova di amicizia, chiederti con garbo quello che gli altri amanti mi hanno dato spontaneamente? Credevo che, forse, la tua età matura ti avesse fatto un po’ glissare sulla dolcezza e il calore a distanza, dopo che ci eravamo spinti un po’ più in là; e ho pensato che, siccome ci conosciamo bene, non dovevo avere remore a spiegarti il mio bisogno.
Ma tu sei perfetto. Anche quando non fai altro che parlare di Susanna, come se io fossi il commilitone di picchetto con te, per una lunga notte di guardia. Ma ti sei reso conto che mai, dico mai, hai alluso a lei con accenni che fossero al di fuori delle vostre performance sessuali? E ti sei reso conto che vivi in quel ricordo, facendo scontare agli altri il dolore che quella fine ti ha causato? Non pensi che, se ti avesse amato così come sei, sarebbe rimasta accanto a te, senza procurarti tutti i guai che hai avuto per lei? Dopo tutto, per citare le tue stesse parole, sapeva che eri un uomo sposato e per bene, no? E, soprattutto, lo era anche lei, sposata.
Ingenuamente, sono stata sicura di poterla eguagliare dentro di te… mi sarebbe solo servito di poterti accendere i sensi più liberamente… non hai più vent’anni.
Io ti volevo anche bene. Te ne ho sempre voluto, anche se superare il grande vuoto degli ultimi dieci anni, o quasi, “è stato come scalare la montagna più alta del mondo…”.
E stata proprio la nostra lunga amicizia che mi ti ha fatto scegliere, nonostante la grande differenza d’età e la conoscenza delle condizioni di una relazione con te; condizioni che non andavano ripetute ogni momento a me, tua amante nuova di zecca e che ti aveva fatto dono di se stessa incondizionatamente, nonostante la tua ristrettezza di tempo da dedicarle e, soprattutto, nonostante il precedente fallimento della nostra storia. Ma tu sei perfetto.
E a questo proposito cito il mio amico Fabrizio, che divide gli uomini sposati e traditori (lo è stato anche lui) in due categorie: quelli che sanno di dover essere grati al fato e alla donna che li ama nonostante la grande limitazione di una situazione part-time e quelli che, ritenendo la loro non libertà un diritto acquisito e scontato, “si concedono” come un dono prezioso a colei che li vuole nono-
stante tutto e che, quindi, non merita nessuna riconoscenza per il suo adattarsi alla situazione. Se mai, lei viene dall’uomo in questione cattolicamente giudicata al negativo, perché non solo lo ha indotto in tentazione, ma vorrebbe anche che lui privasse del suo tempo, e non solo del sesso, la sua compagna legittima.
A quale delle due categorie pensi di appartenere? Perché mi ha sempre stupito la disinvoltura con cui tradisci e con cui ne parli. Ti ripeto che, ingenuamente, ero a conoscenza di tutto e volevo bruciarmi le ali con te.
Volevo essere il tuo “tutto, sempre” del libro che ti sto regalando insieme a questo scitto. Ho voluto rileggerlo dopo circa dieci anni, quando, cioè, è partita questa nostra seconda storia, perché credevo che tu fossi nella dimensione emozionale del protagonista questa volta: un uomo “per bene”, che ha sempre voluto salvare la facciata e che (per la prima volta per lui, ancora una volta per te) si ritrova a lottare con un sentimento troppo forte. HO PECCATO DI PRESUNZIONE, oltre ad incorrere nello stesso errore di dieci anni fa, quando già lo pensai a proposito di te.
Comunque, è quello, e soltanto quello, l’unico tipo di marito che vedo come autorizzato a tradire i pro-pri voti di fedeltà.
E, pensando alla “lei” di quella storia tragica, a quel “tutto, sempre”, che offriva a colui che aveva ridotto in schiavitù, sto pensando alla confezione regalo con cui ti avevo preparato l’offerta del mio corpo proprio l’ultima volta che siamo stati insieme… e che tu certamente ricordi.
Quello, per me, doveva essere solo l’inizio.
Con l’amore di sempre, ti aspetto. Eleonora.

È sera e mi sto rigirando questa lettera fra le mani da questa mattina: ogni tanto la rileggo, cercandovi almeno un minimo indizio,una sbavatura nel tono accorato e veritiero, eppure corretto, che mi aiuti ad odiare chi me la scrisse quasi dieci anni fa. Ma non riesco a trovarvi alcun cedimento nella classe che distingueva colei che ho illuso per ben due volte nella mia vita: la prima, alle soglie dei miei sessanta anni; la seconda, dieci anni dopo.

Avendo studiato e lavorato per lungo tempo in Inghilterra, Paola Pica porta dentro di sé e nella sua scrittura i segni dei due paesi di formazione.
Laureatasi in Lingua e Letteratura Inglese presso “La Sapienza” di Roma, con una tesi su Anthony Burgess e il Romanzo Inglese Contemporaneo, per la quale ha svolto attività di ricerca presso la prestigiosa University Library del King’s College di Cambridge, ha da allora lavorato come interprete, traduttrice ed insegnante, non solo nei due paesi di cui sopra.
Romana di adozione, non ha mai permesso che tali occupazioni la distogliessero dal sogno portante della sua vita, la scrittura, per coltivare il quale è tornata a vivere nella campagna dei Castelli Romani. Qui, dice, ha trovato la cornice di quiete e raccoglimento alla scena molto mossa della sua vita non certo sedentaria.
Non a caso si è infatti decisa a pubblicare solo nel 2004, incoraggiata anche da qualche personalità straniera del suo ambiente di lavoro, tra cui l’Ambasciatore del Belgio in Italia, S.E. Jean De Ruyt, e sua moglie, Signora Sheila Arora, che le hanno offerto la prima presentazione delle sue prime tre opere nell’atmosfera magica della loro stupenda Residenza romana al Foro Romano.
Paola Pica ha scritto anche i romanzi: L’Incontro, L’uccello Rapace, Il Capro Espiatorio e Il Tarlo nella Mente.

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