Il Vangelo maledetto di Salvatore Di Gigli

Il papiro era di ottima qualità, ben teso e intrecciato. Il bastone di legno sul quale era arrotolato, con un solo manico alla parte inferiore, era intagliato con delicati motivi floreali. Il contenitore di cuoio era molto ben fatto, robusto, lucido e uniforme. In generale dava l’impressione di trovarsi davanti a un oggetto, nel suo genere, veramente prezioso. Senza indugiare oltre, sciolse di nuovo la fettuccia e lo riaprì. La scrittura, che la sera prima gli era sembrata minuscola e confusa, gli parve invece alla luce del sole molto nitida e ben strutturata, anche se un po’ scolastica. Le righe erano ben fatte e l’inchiostro omogeneo, senza grosse sbavature. Iniziò la lettura del testo. Man mano che andava avanti, il cuore prese a battergli sempre più in fretta.

Anteprima del libro

1. Rani

Quel moscone non ne voleva sapere di allontanarsi da lui. Lo scacciava dalla faccia e gli si posava sulla spalla, si dava una sonora quanto inutile pacca sulla spalla e quello si precipitava sulla sua caviglia, sfrontato, ottuso, assetato. Cercò di non farci caso, ma quel suo ronzare e zampettare fastidioso e solleticante, nonché il suggere a volte doloroso, non gli consentivano di concentrarsi in maniera adeguata su ciò che stava facendo. E distrarsi in quel momento poteva risultare alquanto pericoloso.
Stava infatti camminando sul costone di una parete che scendeva a picco sotto i suoi piedi per una cinquantina di metri buoni. Il sentiero, se così potevano chiamarsi gli spuntoni di roccia friabile sui quali poggiava cautamente i piedi, si snodava attorno a quel promontorio di pietra giallastra oltre il quale, secondo il suo intuito, con buone probabilità avrebbe trovato almeno un anfratto nella roccia. Se ne era convinto dopo che aveva osservato per ore dalle alture dall’altra parte della valle, con quel suo binocolo pseudo militare comprato al mercatino dei russi, la parete a strapiombo del costolone eroso dal tempo che in quel momento stava cercando di aggirare.
Per quanto posta in posizione impervia, quasi inaccessibile, una grotta rappresentava sempre una fonte di sorprese, anche se a volte poco piacevoli, nel caso in cui ci si trovava davanti ai legittimi occupanti striscianti o ringhianti. Ma questi potenziali pericoli non lo avevano mai dissuaso dal fare queste esplorazioni. Era il suo mestiere, il mestiere di chi per vivere va alla ricerca delle cose nascoste, dimenticate, perdute. Glielo aveva insegnato suo padre, prima di morire a seguito di una caduta dal tetto di una tomba sepolta, franatogli improvvisamente sotto i piedi mentre cercava di aprirsi un passaggio per entrare. Lui aveva solo quattordici anni quando avvenne la disgrazia, ma era già stato a fianco del genitore il tempo necessario per assorbirne tutti o quasi i “trucchi” del mestiere.
Il padre, Na’Im il benefico, quando era in vita, veniva considerato una leggenda vivente tra i tombaroli della regione. Molti collezionisti in giro per il mondo possedevano un reperto archeologico rinvenuto da suo padre, pagato profumatamente agli intermediari, in maniera appena dignitosa al ritrovatore.
Per lui però l’emozione della scoperta superava, spesso surclassava la soddisfazione del guadagno. Certo, c’era sempre la famiglia da mantenere, ma ai suoi tempi ci si sentiva soddisfatti con poco. Per Rani però la situazione era diversa: i figli volevano studiare, comprese persino le figlie femmine; sua moglie Sanaa, splendida come il suo nome – anche se ultimamente i suoi fianchi si erano fatti un po’ più generosi del necessario – si faceva sempre più esigente in fatto di conduzione della casa. Lo rimproverava di continuo per il fatto che lui non voleva comprarle una lavatrice, ma Rani considerava il lavare a mano gli indumenti famigliari uno dei compiti irrinunciabili per una donna araba rispettabile. Morale della favola, anche se il denaro non era il motivo principale del suo lavoro, era di certo il più pressante.
Rani procedeva con estrema prudenza. Caricava il peso del suo corpo sul passo successivo solo quando era ragionevolmente convinto che il piede poggiava su un punto solido. Quando trovava qualche appoggio o sasso pericolante, lo colpiva con il piede scarico per farlo precipitare definitivamente, onde evitare di farci affidamento durante il tragitto di ritorno. Non voleva rientrare nelle statistiche dei morti sul “lavoro”. La morte prematura del padre in quel modo orribile era un’altra delle lezioni che aveva impresse nella mente come un marchio a fuoco.
Avanzava addossato alla parete come un geco, giallo sulla roccia gialla. Aveva indossato indumenti color sabbia, per rendersi quasi del tutto invisibile ad eventuali osservatori governativi o ad altri suoi colleghi curiosi. Era alquanto frequente infatti che, chi non aveva sufficienti capacità per fiutare nuove piste da battere, spiasse gli altri tombaroli più bravi e più esperti, con la speranza di poter soffiare loro parte del bottino.
Inutile dire che ciò comportava scontri tra loro, anche molto cruenti, tanto che non di rado ci scappava pure il morto. A lui era capitato solo una volta di essere seguito. Era successo una dozzina di anni prima. Quando accadde, Rani stava perlustrando l’antica ansa di un fiume, prosciugato secoli prima, dove immaginava potessero esserci tracce di insediamenti umani. Se ne accorse per caso. Quell’idiota che lo stava seguendo non solo non sapeva da dove cominciare per avviare uno scavo, ma non sapeva neanche muoversi nel deserto. Infatti, nel tentativo di nascondersi tra le rocce per sfuggire al suo sguardo, aveva messo le mani su una tana di scorpioni, finendo punto da una di quelle temibili bestiacce.
Le sue urla di dolore e di spavento lo resero individuabile nel raggio di dieci chilometri. Rani gli si accostò. Diede un’occhiata all’aracnide mezzo schiacciato a terra, riconoscendone immediatamente il tipo e la sua non letalità per l’uomo. Sapeva però per esperienza personale che la puntura sarebbe stata molto dolorosa. Avendo quindi realizzato che quel bastardo non si trovava in pericolo di vita, gli fornì altri ottimi motivi per lamentarsi. Infatti, utilizzando il robustissimo bastone multiuso che portava sempre con sé, prese a picchiarlo sulle braccia e sulle gambe, passando poi, visto che il tipo cercava inutilmente di parare i colpi rannicchiandosi in posizione fetale, sulla schiena e sulle piante dei piedi. A giudicare dal rumore dei colpi e dalle urla acute del malcapitato, giudicò che doveva avergli rotto un paio di costole e qualche altro osso lungo.
Quel pestaggio, al di là dello sfogo personale, doveva servire da monito per quell’inetto e da esempio per chiunque avesse avuto in mente di fare lo stesso nei suoi confronti. Non si sentiva orgoglioso di ciò che aveva fatto quel giorno, infatti non ne aveva mai parlato in famiglia, ma ciò non di meno sapeva di aver fatto la cosa giusta. Non aveva più avuto notizie di quell’uomo, né le aveva cercate. Ma l’avvertimento doveva aver funzionato, dal momento che non era stato più seguito. O almeno se era successo non se n’era accorto.
La sua prudenza in ogni caso non ammetteva leggerezze né superficialità. Era per questo che in quel momento stava attaccato a quel muro, faccia alla parete, mimetizzato come un camaleonte. Il camminamento che stava percorrendo, o per lo meno ciò che ne restava, doveva aver rappresentato l’unico accesso alla grotta che era convinto di aver visto dietro la curva della parete rocciosa. Probabilmente nessuno più vi poggiava piede da qualche secolo. Lo aveva notato la prima volta tre giorni prima, intorno a mezzogiorno, quando tutti gli uomini in possesso di un minimo di buon senso se ne stavano al riparo dai raggi del sole a picco. Lui invece stava là, una coperta di lana chiara sulla testa ed il piccolo ma potente binocolo Zenit davanti agli occhi.

Il Vangelo maledetto. Due volti per un Messia
di Salvatore Di Gigli
2016, 458 p.
Kimerik

Salvatore Di Gigli

Salvatore Di Gigli nasce a Sezze (LT) nel 1956. Di estrazione tecnica, collabora per oltre vent’anni con primarie imprese nazionali operanti nell’ambito della sicurezza elettronica, raggiungendo una professionalità ai massimi livelli. Nel 1994 pubblica all’interno di una rivista specializzata, “Antifurto”, edita da EPC Srl di Roma (oggi Gruppo EPC), il suo primo articolo letterario/giornalistico, impostato in forma di racconto breve (tech-sit-com). Il format riscuote un significativo successo, tanto che al primo articolo ne seguiranno altri 80 circa. Dal 2007 si occupa di Direzione Lavori di appalti pubblici per conto di una società del gruppo Ferrovie dello Stato. Nel 2012, per i tipi della Kimerik®, pubblica il suo primo libro, “Testimoni Oculari”, opera di narrativa che ha riscosso significativi riconoscimenti di critica e pubblico.

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10 Commenti

  1. Una parola attira l’altra, da lettrice fin dall’anteprima non ho staccato gli occhi dallo schermo fino a quando non sono arrivata al punto e ora sono desiderosa di sapere come procede! Suspence e curiosità mi attanagliano. Mi piacerebbe proprio colmare la mia sete di conoscenza.

  2. Già dal breve estratto si percepiscono suspence e senso di inquietudine; lo stile asciutto e diretto si adatta perfettamente al genere giallo/noir.
    Mi piacerebbe poter continuare la lettura di questo romanzo affascinante.

  3. Un titolo che richiama ad un gusto a metà fra il mistico e il dissacratorio.
    L’estratto rivela già l’atmosfera fervente del romanzo…
    Mi piacerebbe molto poter scoprire come prosegue…

  4. Un racconto misterioso, ricco di tensione e suspance. Bella e accattivante l’anteprima, letta e quasi divorata. Ora però vorrei conoscere il resto 🙂

  5. Molto bello l’incipit: è proprio il genere che adoro! Anche il titolo è estremamente accattivante e mi piacerebbe aver l’opportunità di leggere questo libro!

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