LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Vento d'Aspromonte di Giovanni Coglitore

Dall’introduzione

L’Ottocento non avrebbe visto tutte le guerre “d’indipendenza” se il Romanticismo non fosse sorto. Fu il pensiero romantico a far vivere d’autentico “Valore” tutta la grandezza di un popolo, le sue vicissitudini, tormentato da un feudalesimo dispotico e sempre più esigente.
Calabria: terra di conquiste e di soprusi, di maneggi politici, di gente fiera e difficile da sottomettere, nel contempo semplice e laboriosa, come erba nel campo calpestata che, alla prima rugiada, si rizza orgogliosa, impavida, spinta da spirito indomito, a volte trascinata e travolta dagli inesorabili eventi.
Le rivolte spontanee e antifeudali d’intere comunità erano soffocate. Il brigantaggio, che spesso aveva carattere sociale, raggiunse il suo massimo sviluppo, e molte bande agirono autonomamente nel territorio.
Il fenomeno, tuttavia, era spesso sfruttato dai baroni per domare popolazioni riottose: gente aspra e dura come le masse granitiche d’Aspromonte. Contadini e pastori mangiavano il pane intriso di stenti e di fatiche. Nelle sere d’estate guardavano il cielo immenso, l’infinita volta stellata. Disegnavano nella loro mente mille fantastici pensieri, l’unico senso di libertà che svaniva con il primo chiarore rossastro, portando un’altra alba di sforzi e patimenti. Una storia italiana, fatta di amori impossibili, di battaglie, di intrighi, di umiltà e orgoglio, appare infine nella sua piena armonia la consapevolezza di essere. Rispecchiare nel suo pieno splendore la creazione di Dio, consci di appartenere al riferimento universale che nulla e nessuno può uguagliare. A prescindere dalla nostra volontà, l’effimera vita è vissuta intensamente, nei valori trasmessici come attraverso un cordone ombelicale: uniti da un legame indissolubile ai nostri avi che c’impongono di tramandare ai posteri la verità. Quelle verità intrinseche che affiorano dall’unione della ragione e di quel senso morale che chiamiamo coscienza. E mediante essa percepiamo giustizia e diritto, sino al raggiungimento dell’umiltà che ci fa essere uomini.
Coloro che afferrano e percepiscono il senso, innalzando le loro menti, essendo spinti non da interessi personali ma dall’amore inculcatoci da oltre centocinquanta anni di storia, possono capire il valore di quelle persone che, nell’interesse comune, si sono immolate per far rivivere nei cuori quella libertà che tutti gli italiani, a prescindere dalla condizione sociale, culturale e geografica, oggi anche multirazziale, hanno conquistato.

Capitolo I

I baroni di Casalnuovo (Cittanova)

In questo ultimo lembo della penisola la natura è singolare, per il forte contrasto tra la montagna e il mare che la circonda quasi fosse un’isola.
L’Aspromonte fa parte del massiccio calabro peloritano ed è uno dei territori più antichi della penisola. La montagna è caratterizzata da forme addolcite, da altipiani e da vasti gradini che formano ampie distese pianeggianti sulle coste del monte, come immensi balconi affacciati sul mare. L’Aspromonte è fortemente inciso dalle fiumare: corsi d’acqua a regime torrentizio. Data la brevità del loro percorso e l’accentuata pendenza, esse hanno una notevole capacità di erosione. A monte la furia delle acque invernali, costrette a scorrere in gole anguste, ha creato profondi valloni, veri e propri canyon che racchiudono aree selvagge ancora integre.
In uno di quei costoni montani si ergeva maestoso con le sue poderose mura di cinta il casale dei baroni di Casalnuovo (Cittanova) che, aggrappato al declivio di una rupe rossastra, dominava l’intero feudo. I suoi abitanti: il barone Andrea, la moglie Donna Assunta, il baronetto Gerolamo e la giovane baronessina Geltrude. Il casale era poi popolato da molte famiglie della servitù che lo rendevano animato. Il feudo Casalnuovo confinava con nobili casate: a nord con il marchesato di Monteleone (Vibo Valentia), a sud-est con la contea di Gerace e a ovest con il marchesato di Palmi.
L’Aspromonte diventava bianco d’inverno: la neve si adagiava sulle sottostanti terrazze, come un grande mantello avvolgeva nella sua soffice coltre i borghi montani in un paesaggio da fiaba; mentre nel sottobosco estese faggete e abeti si alternavano, talora mescolandosi in un groviglio inestricabile. In autunno il mantello rosseggiante dei faggi divampava al tramonto come un incendio maestoso, in lontananza spiccava ancor più vivido il verde immobile dei pini.
Ai piedi del casale, il borgo di Casalnuovo si snodava tra viuzze e sentieri dove le case diradandosi lasciavano spaziare gli armenti, sotto l’occhio vigile del pastore. Le fatiche non mancavano, per soddisfare le esigenze dei nobili: si coltivavano giganteschi ulivi, grano, vigne e fichi; tutto per allietare la tavola e il cuore del barone.
Nel contadino, la faccia solcata e i lineamenti marcati contrastavano con gli occhi lucidi e brillanti di uno avvezzo sì, a piegarsi sotto il peso del tallone feudale, ma fiero nel proprio sguardo. Egli impotente guardava; gli occhi gli diventavano due fessure, sottili come la sibilante lama di un pugnale, mentre fissava il casermone in cui, nella sottostante pianura, facevano addestramento i soldati borbonici.
Le donne, a fianco dei loro uomini, lavoravano e allevavano i propri figli con lacrime e dolori, ma i pargoli erano gli unici, i soli che, come gattini al sole con i loro sorrisi spensierati, rallegrassero con le loro festose grida le case dei casalnovesi.
Per le stradine del borgo, si vedevano qua e là seduti su sedie sgangherate o su dei muretti di roccia naturale, come lumi tremolanti, i vecchi che, segnati e curvi sotto il peso dalle passate fatiche, aspettavano con pazienza la fine della giornata e l’arrivo dei figli. Le sere erano tutte uguali: dopo aver consumato la frugale cena a base di legumi e verdure, alla luce fioca della lucerna, si parlava degli avvenimenti, di rivolte e sommosse, di popoli italici. Era l’unico svago, un raggio di luce che scaldava l’anima: liberarsi dal giogo borbonico. Ma come? Si parlava di libertà e si sussurrava quella parola che era costata la vita a molti patrioti. Tra questi il modenese Ciro Menotti che nel 1831 organizzò un’insurrezione antiaustriaca contando sull’aiuto di Francesco IV duca di Modena, che all’ultimo momento lo tradì. Menotti fu arrestato e impiccato; la rivolta scoppiò ugualmente in tutta l’Italia centrale, ma fu lo stesso soffocata.
I componenti della famiglia Ferrante si guardavano attorno molto timorosi, sbirciavano dalle fessure della porta, poi tiravano con cura da sotto il letto una bandiera, un Tricolore, avvolta in un lenzuolo. La giravano e la rigiravano con devozione. Era fatta di ruvida stoffa, tinta con bacche naturali che crescevano nelle zone impervie del monte. Come brillavano i loro occhi nel guardare quel simbolo di libertà tanto agognata! Nella famiglia Ferrante, come in tutte le altre famiglie del borgo, ardeva quella fiamma, che li sosteneva, li animava di forza nuova mentre aspettavano quell’ancor vago momento in cui avrebbero potuto gridare al mondo intero: ‘Libertà!’ I soldati lo sapevano molto bene, ecco perché avevano istituito dei turni di ronda anche di notte.
Di tanto in tanto arrestavano qualcuno, fosse solo per il piacere di mostrare la loro presenza e la loro prepotenza, allo scopo d’intimorire e d’impedire sul nascere ogni velleità. L’ufficiale che comandava quell’avamposto era il tenente Carlo Floreno, un giovane segretamente innamorato della figlia del barone, Geltrude. Anch’essa si perdeva negli occhi dell’aitante ufficiale. Si vedevano solo nel caso di ricorrenze ufficiali o fastosi avvenimenti. Egli non perdeva occasione di trovarsi nelle vicinanze del casale. Avevano fatto un mutuo accordo, per cui lei sapeva che quando Carlo era nelle vicinanze fischiettava un certo motivetto e cantando diceva: ‘Yo te quiero mucho, mi amor, estar toda la vida contigo, mi amor, mi corasòn me duele, no se cuanto daria por un beso tuyo (Io ti amo molto, amore mio, voglio stare tutta la vita con te, amata mia, non so quanto darei per un bacio tuo)’. Lei era pronta ad accostarsi alla finestra, timorosa nel farsi scorgere. Vivevano così quell’amore platonico: non riuscendo nessuno dei due a fare il primo passo. Carlo perché sapeva di non essere alla pari con la baronessina e Geltrude perché temeva il rifiuto del padre.
Come ogni innamorato, Carlo aveva la sua mente e il suo cuore rivolti interamente alla sua bella, per cui lasciava nelle mani del suo vice, il sergente Buonafede, il compito di mantenere l’ordine pubblico e di pattugliare il paese. Il sergente era un uomo di pochi scrupoli, anche se temeva l’autorità del suo superiore, non tralasciava occasione per fare le sue angherie, spesso a spese degli abitanti del borgo. Era più poliziotto che militare. Il barone era troppo immerso nell’accaparrarsi le simpatie del re Ferdinando per non avvedersene, ma chiudeva di proposito gli occhi di fronte alle sofferenze del popolo. Anche il sacerdote, don Mariano, uomo inetto e debole, succube del potere baronale, prometteva, assicurava alla gente di perorare la loro causa, ma dinanzi al barone si ammutoliva. Qualche intervento in certe sporadiche occasioni veniva dal cuore innamorato dell’ufficiale.

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