sabato, 28 Maggio 2022
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Viole del pensiero di Lucia Amendola Ranesi

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Viole del pensiero di Lucia Amendola Ranesi
Cartolina dipinta a mano (1900)

Marina ha vinto un prestigioso premio nazionale di poesia e Lisa accompagna emozionata la figlia in treno da Napoli a Firenze, dove avverrà la premiazione.

“Mammà non vi pentirete, ve l’assicuro, se mi appoggerete con papà”
“Non se ne parla proprio – aveva tagliato corto la madre, scoppiando in un pianto dirotto che a Lisa lasciava presagire una facile resa.  Mi chiedi l’impossibile. Sai che la sede più vicina a Genova è Firenze. Non mi sento il cuore di lasciarti andare. Abbiamo cercato di assecondare le tue aspirazioni in ogni circostanza, ma questo non dovevi chiedercelo. È troppo anche per me, figuriamoci per tuo padre!”
Ma Lisa con la sua determinazione e la sua passione per lo studio era stata più forte di tutte le resistenze familiari e dopo meno di un mese aveva trovato una comoda sistemazione in un collegio femminile, annesso al magistero di Firenze, che ospitava una ventina di studentesse provenienti da varie parti d’Italia e dalla Svizzera.

Firenze 20 ottobre 1887

Carissima mamma, carissimo padre,
non so esprimervi la mia gratitudine per avermi permesso di studiare a Firenze.
Di salute sto bene e il vitto nel collegio è buono.
Le compagne sono molto gentili e sto cominciando a fare le prime amicizie.
Gli studi procedono regolarmente e sono sempre più contenta della mia scelta.  Ieri il professore di italiano nel consegnarmi un compito corretto, mi ha detto: “Signorina Lisa lei deve scrivere, ha talento e non lo deve sprecare”.
La domenica pomeriggio ci lasciano visitare la città. Ci dividiamo in gruppi. Unica raccomandazione della direttrice è che non siamo mai da sole, dobbiamo essere almeno in tre.
Passeggiare tra le strade di Firenze è come viaggiare tra storia e arte. Non so dirvi le emozioni, non posso metterle in ordine, ve le narro così, confuse, come mi vengono in mente. Sento sprigionare da ogni sua pietra grandezza, gusto, umanità, purezza, bellezza…
Un pensiero dominante e ricorrente nelle mie osservazioni è il fatto che Firenze ha generato grandissimi artisti, che a loro volta hanno generato Firenze. Sì, perché ogni artista nato a Firenze l’ha immortalata con le sue opere.
Se sono nella città di Dante, di Giotto, del Brunelleschi… lo devo a voi. Grazie ancora.
Scrivetemi spesso e datemi notizie vostre e dei fratelli.
Inutile dirvi che mi mancate tanto

la vostra Lisa

Man mano che progrediva negli studi, Lisa maturava il pensiero di divenire scrittrice ed era così presa da questo sogno che non pensava all’amore. I suoi desideri erano tutti per gli studi e per l’affetto dei suoi familiari. Per la mamma, in particolare, verso la quale nutriva una sorta di venerazione, e per il fratello minore Angelo, nel cui nome era racchiusa tutta la bellezza della sua persona e la dolcezza dei suoi sentimenti.
Pensava che solo realizzando la sua aspirazione si sarebbe perdonata di essersi allontanata dai suoi cari.
Andava in giro con un lapis e un taccuino che portava nelle tasche dei suoi vestiti e annotava ogni tipo di osservazione che andava facendo sulle persone, sui luoghi. Ammirava con sempre rinnovato stupore le colline che circondano Firenze, le vegetazioni dei suoi dintorni, l’argenteo scorrere dell’Arno, gli angoli pittoreschi della città, dove anche I passanti diventavano ignari personaggi dei suoi romanzi…
Le compagne erano gentili, condividevano con lei speranze e crucci, Ida in particolare le trasmetteva, più di ogni altra, tranquillità e sicurezza, ma neanche a lei confidava il suo sogno: temeva che se ne avesse parlato non lo avrebbe più realizzato.
Le collegiali di sera, dopo cena e prima di chiudersi ciascuna nella propria stanza, discorrevano nel salotto del collegio dei loro amori e cercavano d’indagare su quelli di Lisa. Dalle sue risposte vaghe e spesso approssimative avevano capito che era meglio non continuare a impicciarsi e le avevano affibbiato un nomignolo che comunque non la disturbava più di tanto: Puro Spirito la chiamavano e non sbagliavano di molto, dal momento che di carne addosso Lisa ne aveva davvero poca.
Una notte si svegliò con un incubo e, in preda a un forte panico, entrò frettolosamente nella stanza di Ida, che sapeva così bene placare le sue paure.
Le collegiali per ordine della direttrice non dovevano mai chiudersi a chiave. Nell’entrare Lisa sentì dei flebili gemiti e lì per lì ebbe l’impressione che Ida parlasse nel sonno, ma poi si accorse che le voci provenivano da due persone diverse. Richiuse silenziosamente la porta e ritornò nel suo letto.
L’indomani non poté fare a meno di notare gli sguardi di complicità che si scambiavano a mensa Ida e Clorinda.
Lisa faceva le sue prime esperienze di vita e si richiudeva sempre più nel suo mondo interiore.

Dopo aver conseguito brillantemente il diploma del Magistero in lettere e filosofia, Lisa tornò a casa.
I quattro anni di assenza avevano modificato di molto la vita familiare. I fratelli maggiori si erano sposati ed erano andati via da Genova e la mamma si era ammalata di un male sottile e inesorabile che erano riusciti a nasconderle anche nei periodi in cui era tornata a casa per qualche breve vacanza.
Sembrò quasi che la madre avesse aspettato il suo ritorno per lasciare questa vita. Lisa vide in questo tragico evento un segnale: la mamma le affidava la custodia del marito e del fratello minore.
Depose nel cassetto della sua scrivania il romanzo iniziato e decise che non avrebbe più scritto, per placare il senso di colpa che sembrava non volerla abbandonare. Le era di conforto prendersi cura del padre e di Angelo.

Dopo la morte della moglie, don Raffaele pensò di ritornare a Napoli. Nessun vincolo lo tratteneva più nella città di Genova, dove era stato costretto a emigrare, quando caduti I Borbone, la sua laurea non aveva più valore e aveva dovuto continuare I suoi studi nella città ligure. Aveva sposato Marina, giovane di rare virtù e intelligenza vivace, che gli era stata compagna fedele e gli aveva dato la gioia di diventare padre sei volte.
Lisa, con don Raffaele e con Angelo, tornava in una terra cui la legavano antiche origini, ma nella quale per diverso tempo si sentì a disagio. La trovava chiassosa fuor di misura coi suoi abitanti invadenti e chiacchieroni, troppo per il suo carattere riservato e tranquillo.

Angelo continuava a Napoli I suoi studi di matematica e Lisa lo vedeva tornare dall’università sempre più interessato e sereno. Parlava spesso di un suo collega, Giulio, napoletano verace, che lo sorprendeva per il modo di raccontare le barzellette e per i suoi mille impegni, che tuttavia non gli impedivano di essere tra I più apprezzati allievi della facoltà. Con una loquacità che non gli era usuale Angelo elencava con entusiasmo le molteplici attività dell’amico: stenografava le varie lezioni, ricopiava con scrittura da calligrafo gli appunti che rivendeva ciclostilati agli alunni più distratti o a quelli che non riuscivano a frequentare con assiduità; dipingeva con acquerelli su cartoncini, che uscivano dalla tipografia come pregiate cartoline illustrate;  potevi trovare,  con la sua firma sul quotidiano Roma, articoli di cronaca o episodi buffi cui gli era capitato di assistere; nelle pagine ricreative del Mondo piccino diversi giochi enigmistici portavano il suo nome…
Lisa ascoltava volentieri i racconti di Angelo e avrebbe voluto conoscere di persona il fantastico Giulio.
L’occasione si presentò quando Angelo si ammalò di un’improvvisa influenza che presto degenerò in una bronchite lenta e noiosa, da cui non riusciva a guarire. Lisa, per richiesta del fratello, scrisse all’amico perché lo tenesse al corrente delle lezioni perse.
Giulio bussò alla porta di Lisa in un piovoso pomeriggio di aprile e portò con sé l’allegria, che in casa mancava da tempo. La salute di Angelo sembrò rifiorire. Lisa ebbe spesso modo di notare come barzellette, giochi enigmistici, disegni, si mescolassero a integrali e derivate. Giulio trovava il lato comico in tutte le situazioni e anche Lisa finiva col ridere  di cose che una volta le sarebbero sembrate sciocchezze.
Ormai si andava riconciliando con i napoletani e cominciò a curare di più la sua persona. Si rese conto per la prima volta che il suo naso non le piaceva per niente. Chiedeva alla capera che facesse miracoli con I suoi capelli, perché ingentilissero quel naso leggermente dantesco di cui un tempo quasi si compiaceva.
Le venivano in mente con un pizzico di nostalgia le sue compagne di collegio.

Una volta ai suoi discorsi troppo seri Angelo si era lasciato sfuggire un – ci risiamo! – e Giulio le aveva detto con uno sguardo che le era penetrato dentro invadendo di azzurro ogni parte del suo corpo: “Signorina Lisa sia un po’ futile, la vita va presa così come viene. Lasci che le domande difficili se le pongano I filosofi e gli scienziati”.
In quel momento aveva provato vergogna per la sua seriosità, che all’improvviso le era apparsa addirittura detestabile.
Qualche volta, dopo avere studiato, Angelo si addormentava e Giulio tirava fuori dalle sue tasche cartoncini e matita e cominciava a tratteggiare ora il gattino che dormiva ai piedi del letto, a volte dei fiori, ora la bottiglia con il bicchiere coperto da un piattino…
Un giorno Lisa si accorse che il giovane pittore la guardava con una certa insistenza, mentre lei lavorava all’uncinetto. Cercò di rimanere tranquilla perché aveva capito che Giulio la stava ritraendo, ma si sentiva avvampare e l’uncinetto tremava nelle sue mani.
Del ritratto la colpirono gli occhi. Erano proprio i suoi. Lo sguardo malinconico e profondo sotto le sopracciglia folte e ordinate, ma il pittore doveva essere poco osservatore se era riuscito a ritrarla con un naso perfetto, che non le apparteneva.
Un colpo di tosse di Angelo aveva poi distolto Lisa dall’imbarazzo di dover commentare il ritratto.
Purtroppo, il miglioramento del fratello era destinato a durare poco. Dopo la bronchite il medico aveva diagnosticato una pleurite diffusa e aveva detto ai familiari che difficilmente il giovane avrebbe superato la malattia.
Giulio ormai non frequentava più l’università per essere sempre insieme a lei al capezzale di Angelo.
Lisa capì presto che la leggerezza di Giulio non era superficialità. Il giovane la conquistava ogni giorno di più con la sua tenerezza per gli animali, la sua passione per I fiori che spesso amava dipingere, la sua pietas per le persone deboli e bisognose. Un giorno la commosse con una delle sue storie tragicomiche.  Aveva comprato una cravatta a pois, da un venditore ambulante, che aveva suscitato la sua compassione perché zoppo, già sapendo che non l’avrebbe mai indossata e non perché si sarebbe sentito un pagliaccio, ma perché il nodo alla cravatta non lo sapeva fare.
Lisa pensò che le avrebbe fatto molto piacere fare il nodo alle cravatte di Giulio.
Spesso si sedevano da sponde opposte del letto e facevano a gara per soddisfare ogni minimo desiderio di Angelo. Una volta Lisa e Giulio nello stesso istante si piegarono su di lui e le loro teste si sfiorarono. In quell’istante lei sentì il dolore e l’amore come un’unica straordinaria emozione.
Quando Angelo morì Lisa provò ancora una volta il senso di colpa per avere mescolato sentimenti così diversi e divenne molto fredda nei confronti di Giulio che pure continuava a frequentare la loro casa, scoraggiando definitivamente ogni suo tentativo di approccio più confidenziale.
Lisa cercava di nascondere al padre le proprie sofferenze e solo così trovava la forza per andare andare avanti. D’altronde aveva l’impressione che don Raffaele facesse lo stesso con lei.
Una mattina – erano venti giorni che Giulio non si faceva vedere – il postino le consegnò una busta a lei indirizzata. Mancava il mittente, ma dal bollo vide che proveniva da Napoli. Il tenue colore viola della busta e l’indirizzo seppur scritto in stampatello, le fecero capire che doveva essere di Giulio.
All’interno alcune viole del pensiero, dipinte a mano, su di un elegante cartoncino. Accarezzò   delicatamente, per non sciuparne i colori, i petali dei fiori.  Sul retro una scritta:

Le viole che ho dipinto stanotte le sussurrino i miei pensieri.
Giulio

Il cuore prese a batterle forte.  Giulio le dichiarava il suo amore? Strinse al petto la cartolina e stava per portarla alle labbra, quando sentì la presenza del padre alle sue spalle. Arrossì violentemente e porse a don Raffaele la busta dicendo con studiata noncuranza: Che strano tipo quel Giulio! Pensa di conquistarmi con un fiore!
Lisa si accorse che un barlume di sorriso aveva rischiarato il viso dell’anziano genitore.

Qualche tempo dopo don Raffaele la pregò ad accompagnarlo al teatro San Carlo. L’ elisir d’amore di Donizzetti con Enrico Caruso! Un evento da non perdere.

Lisa aveva una gran passion per la lirica e prima della malattia di Angelo andava spesso a teatro, in compagnia del padre o del fratello, ma ora non le sembrava proprio il caso. Il fratello era morto da poco.
Ebbe un attimo d’indecisione … Stava per rifiutare ma di fronte allo sguardo timido e interrogative del padre, che certamente temeva un suo rifiuto, finì per accettare.
“Verrò padre e cercherò di non farvi fare magra figura”.
Per l’occasione indossò un elegante abito nero che era stato della mamma. Il padre prese dal secretaire la bella parure di oro e brillanti che Marina aveva portato nei momenti migliori della sua breve esistenza e volle adornarne lui stesso la figlia, che inutilmente cercò di schermirsi pensando …  – questi gioielli non sono adatti a me -.

La bellezza del San Carlo, le sue innumerevoli luci infastidirono Lisa, che si pentì di avere accondisceso alla richiesta del padre. Evitava di guardarsi intorno e aspettava impaziente l’inizio della musica, quando una voce fin troppo nota la costrinse a voltarsi: nel palco accanto c’era Giulio che parlava con una giovane donna.
Si sentì morire e si alzò di scatto.
“Padre, disse, ho un forte mal di testa, riaccompagnatemi a casa, proprio non posso rimanere”. Per tutta risposta il padre si rivolse al vicino di palco. “Giulio che bella sorpresa!”  Lisa intanto aveva chiuso gli occhi e si sentiva mancare il respiro.
“Oh, don Raffaele! Mi fa piacere rivederla!  Mia sorella Vittoria non era mai stata al San Carlo e ho pensato di accompagnarla in un’occasione così importante!”
La donna era la sorella? Immediatamente Lisa prese parte alla conversazione.
“Buonasera Giulio, che coincidenza, davvero! Signorina – disse poi rivolgendosi alla sorella – anche a lei piace l’opera?
“È la prima volta che vengo al San Carlo e non immaginavo tanta bellezza… per lei sarà uno spettacolo consueto …”
Lisa si chiedeva se davvero l’incontro fosse stato casuale.
Le luci a gas si affievolirono fino a spegnersi e Lisa si perse tra le note dell’orchestra che suonava l’ouverture.
Giulio le sussurrò “Perché non ha risposto alla mia cartolina? Le sono così indifferente?”
Lisa non parlò, troppo lungo il discorso che le veniva in mente e che più volte aveva elaborato nelle sue fantasticherie.

Non aggiunga altro, sono io che non voglio esserle d’intralcio. Chissà quante belle giovani sono affascinate da lei e la corteggiano. Sono certa che un giorno si pentirebbe della sua scelta. La prego lasciamoci così, prima che succeda l’irreparabile. Lei sa benissimo che la amo, ma forse non sa che non ho amato altri prima di lei. Mi lasci nella mia solitudine, la supplico.

Era la prima volta che neppure l’opera riusciva a distrarla dal dilemma interiore. Attimi di gioia si alternavano a stati di prostrazione, di sgomento. Era tentata di abbandonarsi, anche se per poco, alla felicità, ma non le sembrava onesto nei confronti di Giulio, tanto più giovane di lei.

Era iniziato il terzo atto dell’opera. Enrico Caruso cantava Una furtiva lacrima … Lisa aveva appoggiato il braccio alla balaustra e la mano sinistra sporgeva appena dal palco. Giulio prese tra le sue la mano di Lisa che si arrese definitivamente.

Si sposarono e Lisa pensava di averlo reso felice.  “Lisa Lisa non sarei niente senza di te, solo tu mi fai sentire importante! Lo sapevo che sotto la tua apparenza modesta e schiva si nascondeva una donna tenera e appassionata!” le diceva.
Mancava solo un bambino per completare la loro felicità.

Era una bella giornata di maggio. Lisa lo sentiva fischiettare dalla cucina. Si affacciò   in giardino e lo guardò annaffiare le sue piante e parlare con I passerotti e I pettirossi che venivano puntualmente a beccare le molliche di pane che non mancavano mai. Quella volta lì fu Lisa ad avvicinarsi a Giulio e a prendergli una mano tra le sue. Lui posò l’annaffiatoio e la condusse in uno stanzino addossato alla casa al quale si accedeva da una scala di ferro a chiocciola. Quando scesero nuovamente in giardino Lisa sentì che avevano concepito una creatura. Avevano concepito Marina in una mattina di maggio piena di sole e di rose, in uno sgabuzzino semibuio.

Dopo la nascita della bimba, Giulio la sera rincasava sempre più tardi, aveva cominciato a dare ripetizioni di matematica per studenti di scuola superiore.  Doveva integrare il suo stipendio da impiegato delle Ferrovie dello Stato: aveva infatti lasciato I suoi studi di matematica per sposare Lisa.
A volte Lisa dubitava che la amasse ancora, ma sì … prove del suo amore glie ne dava ed era sempre più innamorato della loro bambina. Lei sentiva tutto il suo affetto, la sua ammirazione, il suo rispetto, ma si accorgeva che la sua passione si era affievolita.
Una sera Marina dormiva e Lisa era particolarmente melanconica. Lui era chiuso nel suo studio e la luce della lampada a petrolio filtrava debolmente dalla porta socchiusa. Lei entrò silenziosamente, per fargli una sorpresa, sperando che l’avrebbe gradita. Giulio dormiva vestito, sdraiato sul divano con un pennello in una mano e un cartoncino nell’altra, cartoncino su cui era tratteggiata a matita una margherita con appena accennata una pennellata di colore.
Lisa si avvicinò alla scrivania.
Accanto alla tavolozza degli acquarelli una foto: il volto di una giovane donna incorniciato da una folta chioma di riccioli castani e illuminato da un sorriso radioso.
Lisa con timore prese in mano la foto, sul retro una dedica:

A Giulio, mio Maestro di vita
Ada

Un dolore lacerante le offuscò la vista. Cosa avrebbe scritto Giulio dietro la cartolina, quando avesse completato il disegno? …  Rimise la foto al suo posto e uscì dalla stanza in punta di piedi con la candela che le tremava in mano. A stento riuscì a raggiungere il letto.
Si era appena distesa, quando Marina si svegliò piangendo. Lisa prese   dalla culla la bambina e la strinse forte al petto … la sofferenza si sciolse in un lungo pianto benefico.
Marina era la loro bimba, qualunque cosa fosse successo.
Lisa non seppe mai quando finì la storia con Ada, ma certamente finì, perché ne iniziarono altre.
Un pensiero confortava Lisa: la certezza di essere stata la prima donna della sua vita e il fatto che lui, nonostante tutto, continuasse a volerle bene.
Ora Marina realizzava quello che era stato il suo sogno: vinceva un importante premio letterario e Lisa pensava, con una punta di orgoglio, di essere riuscita ad amare la figlia senza soffocarla con le sue sofferenze di sposa tradita.

Viole del pensiero di Lucia Amendola Ranesi
Vico Equense, cartolina dipinta a mano inviata da Rodolfo a Maria nel 1932 (Quattro Terzi Pi Greco Erre Tre di Lucia Amendola Ranesi)
Lucia Amendola Ranesi
Lucia Amendola Ranesi

Lucia Amendola Ranesi nasce a Salerno il 7 Gennaio 1940.

  • Nel 1958 consegue la maturità Classica presso il liceo Torquato Tasso di Salerno
  • Si laurea in Matematica Pura presso l’Università Federico II di Napoli nel 1965.
  • Dal 1970 risiede a Roma, dove ha insegnato matematica e scienze per circa quarant’anni.
  • Ha scritto, in più edizioni a partire dal 1982 un libro di testo di matematica per le scuole medie “La Matematica e Noi” (casa editrice Felice Le Monnier).
  • Ha scritto diversi lavori didattici, tra cui Il Linguaggio della Matematica, nell’ambito del Progetto Europeo Comenius, pubblicato dalla Ciid di Roma nell’anno 2002.
  • Con una fiaba multimediale sull’Energia, vince con i suoi alunni, nel 2002 il primo premio nazionale del concorso Enea / Fondazione Micheletti: “La Nuova Città del Sole”.

Dal settembre 2003 è in pensione.

  • Cura, nell’anno 2005, il libro Un Vago Devastante Malessere, raccolta di pensieri e poesie di Renato Della Calce (morto prematuramente, all’età di quarant’anni, dopo aver contratto il virus H.I.V.), edito dalla casa editrice Plectica di Salerno.
  • Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo, in parte autobiografico, “La Luna a strisce” (Alfredo Guida Editore).
  • Nel giugno 2016 pubblica con ” ILMIOLIBRO” la fiaba La Twidletetwit, che diviene finalista al concorso “Il mio esordio” nell’anno 2018.
  • Scrive alcuni Racconti Brevi:Two little Boys, La valigetta,‘Aetanella ‘a ciucciara, editi online su ILMIOLIBRO
  • Nell’anno 2021 pubblica il Romanzo Quattro Terzi Pi Greco Erre Tre in due versioni, cartaceo ed Ebook (rivisitazione del romanzo La Luna a Strisce) sempre su ILMIOLIBRO, in vendita su Amazon, nelle librerie Feltrinelli e in vari siti online.

3 Commenti

  1. Il pensiero è qualcosa di oggettivo che a differenza delle parole già dette non può essere cambiato. Ho letto la sua anteprima e mi è piaciuta davvero tantissimo,può sicuramente aiutarmi a capire alcune fasi della mia vita che devono essere ancora scritte o chissà che magari ci sono già. Mi piacerebbe davvero leggerlo,in ogni caso complimenti!

  2. Viole del pensiero, che hanno portato pensieri belli e pensieri tristi, emozioni e dispiaceri, proprio come se i petali potessero rappresentare le fasi della vita.
    Mi sono commossa anche per la felicità di un sogno realizzato in maniera traslata.
    Ancora tanti tanti tanti complimenti.

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