Eleonora, impiegata, inizia ogni settimana con una fitta allo stomaco che chiama “sindrome del lunedì”. Tra un open-space gelido e capi irascibili, colma l’ansia stipando un cassetto di barrette e biscotti. I segnali si sommano: venti chili in più, insonnia cronica, malumori che rovinano perfino le sue serate. Quando una cara amica resta in prognosi riservata dopo un incidente d’auto, Eleonora comprende quanto il tempo sia fragile e decide di ascoltare quel corpo che le urla di fermarsi. Prende forma una ribellione silenziosa: disattiva le notifiche dopo l’orario d’ufficio, si iscrive a un corso di fotografia, stende un foglio Excel in cui elenca tutto ciò che la svuota. Sette mesi più tardi, dopo l’ennesima riunione fiume, entra nello studio del capo e consegna le dimissioni. Il suo “atto uno” si chiude con un vuoto inatteso: niente trionfo, solo stanchezza e un’agenda da reinventare. La seconda parte segue il salto a libera professionista. Eleonora apre un blog, ottiene il primo cliente sui social, sbaglia i preventivi e vive l’instabilità. Una job coach la invita a riconoscere l’auto-sabotaggio (“hai paura di riuscire”) e la guida a convertire le competenze acquisite negli anni, in servizi. Ogni capitolo mostra un ostacolo concreto, e il corrispondente passo di crescita interiore. Nel finale non la troviamo su una spiaggia, con il laptop chiuso e un cocktail in mano: la libertà non è assenza di lunedì, ma facoltà di scegliere come riempirli. La storia, a metà fra memoir e manuale pratico, dimostra che la strada verso il lavoro “a misura di sé” passa per micro-decisioni quotidiane più che per gesti eroici.
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Capitolo 3
3.1 Il tragitto che sembrava infinito
Quel giorno iniziò come tutti gli altri, ma con una differenza sostanziale: avevo deciso che sarebbe stato il mio ultimo, maledetto giorno, in quell’ufficio. Ero così nervosa che ogni piccolo dettaglio del tragitto verso il lavoro sembrava amplificato. La mia macchina avanzava a passo d’uomo nel solito traffico mattutino, ma io non sentivo né i clacson né il ritmo monotono della radio. Ero troppo impegnata a ripassare il discorso che avrei fatto al mio capo.
Davanti allo specchio del bagno, mi trasformavo in un’attrice da Oscar tutte le mattine. “Capo, devo parlarle.” Pausa drammatica. Sguardo deciso. Ma poi l’immagine nello specchio mi rispondeva con un sopracciglio alzato, come a dire: “Davvero? Questa è la tua grande uscita di scena?” E giù a ricominciare, con variazioni che andavano dal melodrammatico al completamente assurdo.
“Capo, devo parlarle… ho preso una decisione importante…” ripetevo, scandendo ogni parola, cercando di darmi un tono che sembrasse fermo e professionale. Ma la mia voce tremava ogni volta che immaginavo la scena. Mi facevo mille film mentali: mi avrebbe interrotto? Mi avrebbe fatto cambiare idea? Oppure, peggio ancora, avrebbe semplicemente annuito, quasi ignorandomi?
Ogni semaforo rosso diventava una pausa per ripensare al piano. “Forse è meglio iniziare con qualcosa di meno diretto,” mi dicevo, mentre un altro automobilista mi sorpassava con un’espressione scocciata perché avevo rallentato di colpo. Guardavo gli altri guidatori e mi sembravano tutti robot, come se condividessero il mio stesso peso, ma senza sapere come liberarsene.
Clacson impazziti, automobilisti frustrati, facce annoiate che sembravano fotocopie di se stesse.
Ogni semaforo rosso era una piccola pausa di riflessione esistenziale:
– “E se tirassi dritto e finissi in aeroporto invece che in ufficio?”
– “E se fingessi un guasto e mi fermassi a piangere in una piazzola?”
– “E se semplicemente… non andassi?”
Ma poi il verde. E i sogni di fuga evaporavano, lasciando solo il rumore del mio battito cardiaco che aumentava.
Sapevo che stavo per dire qualcosa che avrebbe cambiato la mia vita. Ma allora perché avevo la sensazione di stare per affrontare un processo, più che un colloquio con il capo?
Arrivata davanti all’edificio, restai qualche minuto ferma nel parcheggio. Il cuore mi batteva come se avessi appena corso una maratona, e per un istante pensai seriamente di rimandare. “Non oggi, forse domani…” Ma la voce della mia coscienza era più forte: “Se non lo fai oggi, non lo farai mai.”
Presi un respiro profondo, afferrai la borsa e uscii dall’auto con la rassegnazione di un condannato. Ogni passo verso l’ingresso sembrava pesare una tonnellata, e con ogni gradino che salivo, ripassavo ancora una volta il discorso. Mi stavo allenando da mesi, allo specchio, in macchina, persino sotto la doccia. Eppure, ora che il momento era arrivato, mi sembrava tutto sbagliato.
3.2 Il mito del posto fisso
Quando parli di un contratto a tempo indeterminato, tutti sembrano avere la stessa reazione. Un misto di rispetto e invidia, come se avessi raggiunto l’apice della carriera lavorativa. “Beata te, sei a posto per la vita,” mi dicevano amici e parenti. Ogni volta che sentivo quella frase, annuivo e sorridevo, ma dentro di me c’era una voce che urlava: “A posto? Davvero pensi che io sia a posto?”
La verità è che la stabilità è un mito. Un’illusione venduta come la soluzione a tutti i problemi, ma che spesso nasconde una realtà molto più complessa. Non è stabilità, è stagnazione. E non è sicurezza, è paura di cambiare.
Il vero problema di un contratto a tempo indeterminato non è il lavoro in sé, ma ciò che rappresenta. È la fine delle possibilità, l’inizio di un percorso già tracciato da cui sembra impossibile deviare. Ogni giorno che passi in quell’ufficio, ogni mese che ricevi quello stipendio, ti senti sempre più legata. “E se lascio, cosa succede? Troverò un altro lavoro? Come pagherò le bollette?”
Queste domande si ripetevano sempre nella mia testa. Mi convincevo che dovevo restare, che sarebbe stato da pazzi lasciare un lavoro sicuro. Ma ogni giorno sentivo una parte di me spegnersi, soffocata da quella paura del cambiamento.
Un altro aspetto difficile era il confronto con chi sembrava amare la propria routine. C’erano colleghi che si trovavano bene, che sembravano soddisfatti del loro ruolo. Li guardavo con una combinazione di ammirazione e incredulità. “Come fanno?” mi chiedevo. “Sono io il problema? Sono io che non riesco ad adattarmi?”
Ricordo una conversazione in particolare con una collega. Mi disse: “Sai, io amo la sicurezza di questo lavoro. Non ho bisogno di altro.” Quelle parole mi colpirono come un pugno. Per lei, il contratto a tempo indeterminato era una benedizione. Per me, era una maledizione. Ma non potevo dirglielo. Non volevo sembrare ingrata o arrogante.
Il momento in cui il mito della stabilità crollò definitivamente fu durante una riunione con il capo. Stavamo discutendo di un progetto importante, e io feci un commento che non fu ben accolto. Non era nemmeno una critica, ma solo un’osservazione su come migliorare un processo. Il capo mi guardò e disse: “Non è il tuo ruolo fare queste osservazioni.”
Quelle parole mi colpirono più di quanto avrei immaginato. Non perché fossero dure, ma perché racchiudevano tutta la verità della mia situazione. Non era il mio ruolo pensare, proporre, crescere. Il mio ruolo era eseguire, mantenere lo status quo. E in quel momento capii che non potevo più farlo.





Questo libro è davvero un dono da questa anteprima si capisce che un libro davvero interessante Spero di avere la possibilità di leggere
Per 39 anni ho avuto la sindrome del lunedì, era molto faticoso ricominciare dopo solo 24 ore di semi riposo, purtroppo chi lavora, poi si deve occupare della casa nel giorno libero
Ringrazio di cuore l’ autrice per il suo dono. È stata un’emozione bellissima ricevere il pacchetto che custodiva il suo libro. Grazie.
Non appena lo leggerò, le illustrerò le mie riflessioni. Grazie ancora.
Un libro senza filtri, che racconta cosa significa lasciare “il posto fisso” e ricominciare da zero, tra paure e scelte. Spero di poter approfondire di più questa lettura.
Sarà un caso ma oggi è lunedì…uno dei tanti lunedì di inizio lavoro che fanno passare la voglia di far tutto e fanno sognare di avere coraggio di mandare tutto all’aria. E invece si resta imprigionati nei giorni di calendario…ed ecco poi una lettura che potrebbe finalmente aprire a nuovi sguardi ed orizzonti. Lettura interessante e molto ambita…speriamo bene!
Un romanzo che non è solo una storia da leggere ma è lo specchio della nostra società perché sicuramente in tanti potranno riconoscersi nella protagonista e dire: “Caspita ma è come capita a me”. Un libro per vedere con occhi diversi la dura realtà e riuscire a comprendere come trovare una soluzione. Parlare di tematiche come questa non è semplice perché ritenute delle scomode e invece secondo me occorrerebbe fermarsi a pensare a tutto quello che non va.
La fase 1 quella di “affrontare il capo” e dare le dimissioni è una fase che ho già vissuto e mi ritrovo esattamente nelle emozioni della protagonista, mi sono sentita proprio così, quasi in colpa e non so per quanto ho rimandato quel momento. Ma ho trovato il coraggio e ho fatto quel passo… Adesso mi “manca” la fase 2,3, e quante c’è ne siano dopo… sarebbe interessante conoscere come la protagonista ha affrontato e gestito i passaggi successivi e, credo, anche da spunto per non sentirsi soli in una situazione simile.
Grazie.
Dopo aver letto questa anteprima, sono rimasto colpito da quanto l’autore riesca a farmi “sentire” il peso e la tensione del tragitto verso l’ufficio, con quelle pause ai semafori che diventano veri momenti di introspezione e di tentazione alla fuga (“E se tirassi dritto e finissi in aeroporto invece che in ufficio?”). Ho apprezzato la lucidità con cui viene smontato il “mito del posto fisso”, svelando come la presunta stabilità possa trasformarsi in stagnazione e paura di cambiare. Anche il momento in cui il capo dice: “Non è il tuo ruolo fare queste osservazioni” è stato potente, quasi un punto… Leggi il resto »
Un libro da leggere soprattutto per chi nella fretta quotidiana non si accorge che il nostro corpo e’ sottoposto a pressioni a volte inaudite che fanno stare male. L’ S.O.S lanciato dal nostro corpo deve essere ascoltato per questo ritengo
importante questa lettura per la consapevolezza a non sminuore questa” sindrome’
Molto interessante. Mi trovo in una fase di vita molto simile e in molte passi mi rispecchiò pienamente. Chissà che questo racconto non riesca ad infondere un po’ di forza e coraggio anche a me per fare un passo nuovo. Spero di avere l’opportunità di leggerlo.
Inizio perfetto la cui cifra è la sincerità: nessuna magica svolta facile e scontata ma piccoli errori che come ciottoli di un guado offrono un percorso accidentato da attraversare …
Complimenti.
Il posto fisso è la soluzione per la vita oppure la stagnazione? La protagonista si trova in una situazione non facile ma mi sembra una donna determinata, pronta a fare un grande passo. Sarebbe interessante conoscere l’esito della sua storia.