Morte nel trullo di Gino Marchitelli

Nell’estate del 2006 un uomo ricorda, improvvisamente, l’abuso sessuale subito nel 1967, quando era bambino e abitava nel quartiere di Lambrate, nella periferia milanese.
Questa scoperta lo porterà, progressivamente, a perdere il controllo di se stesso e della propria vita.
Indagherà, contro il tempo, braccato dalla polizia, per scoprire chi era il responsabile di quella violenza che gli aveva segnato profondamente l’esistenza e che distrugge, ora, tutte le certezze della sua vita di uomo adulto, marito e padre.
Violenti omicidi si susseguono tra capannoni industriali e cantieri edili della provincia di Milano, nella Puglia affascinante e struggente dell’alto Salento Brindisino – tra San Vito dei Normanni e Carovigno – e nei vicoli soffocati della città vecchia di Napoli.
Una storia fatta di agguati e inseguimenti rocamboleschi.
Una storia avvincente di delitti, amore e lotta alla pedofilia.
Le indagini saranno affidate al commissario Matteo Lorenzi di Milano che porterà avanti l’inchiesta in un crescendo di difficoltà e suspense.
Il Commissario sarà coadiuvato nel lavoro investigativo da Cristina, giornalista di Radio Popolare, nota emittente radiofonica milanese.
Chi è l’assassino che dissemina di tracce volontarie la sua strada insanguinata?
Un abile hacker informatico?
Un vendicatore?
Una persona comune insospettabile e irreprensibile?
Un serial killer?
Qual è il significato della costante presenza della musica ossessiva degli Uriah Heep ?
Saranno Lorenzi, il nucleo investigativo, il vice commissario Del Giudice, amico di sempre e la giornalista a rispondere a queste domande.
Una narrativa non finction, un noir palpitante e dai mille misteri, un insieme di personaggi ignoti che sveleranno, giorno dopo giorno, la loro natura di persone semplici o di inimmaginabili perversi.
Fino all’avvincente epilogo.

Anteprima del libro

Prologo
Isola di Kos – Grecia, estate 2006.    L’uomo, seduto nell’ombra, guardando l’orizzonte, inseguiva i ricordi che gli tornavano in mente, precisi, lucidi, come fosse ieri. Aveva dimenticato quella giornata che aveva cambiato la sua vita; da quel giorno del 1967 nulla era più stato come prima, ma questo lo avrebbe scoperto solo molto tempo dopo, con l’età adulta.  L’istantanea impressa in modo indelebile nella sua mente e il ricordo di quel dolore, così immenso per un bambino, il silenzio e la vergogna che lo avevano inseguito per tutti quegli anni erano riemersi improvvisamente.  Scoprì che il masso depositato sul suo cuore aveva schiacciato i sentimenti rendendolo insensibile al dolore, quasi cinico, in un eterno conflitto mai spento tra il desiderio di vivere una vita normale e la voglia di vendicare quel torto.  Quell’abuso subito in silenzio, in quella calda serata d’estate nascosto agli occhi del mondo e del suo quartiere.  Il pensiero che lo tormentava da allora riaffiorava dai magazzini della memoria, prepotentemente, nel suo quarantottesimo anno d’età.  Scoprì che quel ricordo silente aveva condizionato e segnato tutta la sua esistenza.  Arrivò così, violento e distruttivo come un terremoto, mentre la figlia e la moglie giocavano e si divertivano nella piscina del villaggio ellenico. Le osservò e fu chiaro che da quel giorno la sua vita non sarebbe stata più come prima. Ora aveva un missione da svolgere e non avrebbe più potuto tirarsi indietro.  Il destino si era presentato e gli mostrava il conto.

Milano – Settembre 1967
Il cinema Pacini apriva alle due del pomeriggio, era una giornata calda, l’estate stava finendo, un venticello fresco allentava l’afa. Il ragazzino, con i pantaloncini corti e i sandaletti, guardava affascinato i cartelloni pubblicitari del film in programmazione. Little Tony, il cantante dal ciuffo ribelle, lo invitava ad entrare con un sorriso.  “Un cuore matto” recitava il titolo. Erano molti giorni che l’eccitazione di assistere al primo film vero, non come quelli dell’oratorio proiettati dopo la messa domenicale, non gli aveva fatto quasi prender sonno. Il nonno gli aveva dato 500 lire di mancia, una cifra spropositata per il ragazzino; il suo primo pensiero era stato quello di rinunciare ai soldatini dell’Airfix e alle figurine Panini per poter entrare in quel luogo, adulto e proibito, che nell’immaginazione gli toglieva il fiato. Il cassiere, indifferente, gli porse il biglietto e il ragazzino entrò nella sala.  Il film, nel ricordo, fu bellissimo: suoni, colori, canzoni, la storia, un’emozione dopo l’altra; tratteneva il fiato, a bocca aperta, trascinato in un vortice di grande emozione. Non poteva notare quell’uomo che, seduto poche file più in là, lo aveva adocchiato e che avrebbe inciso un solco, una ferita mortale, nella sua giovane vita di bambino della periferia milanese.  Finita la proiezione raggiunse i suoi amici. Nino e Marcello giocavano nel piccolo cortiletto del palazzo di via Buschi al numero venticinque. Marcello aveva disegnato una pista per le macchinine con i gessetti. Le automobiline s’inseguivano con la spinta precisa dei due ragazzini. Quando arrivò, si salutarono e poco dopo decisero di compiere una grande avventura. Quella di entrare nel cantiere edile di via Beruto, a quell’ora deserto, per esplorare quel mondo misterioso e incantato, pieno di segreti agli occhi e alla mente fantasiosa dei tre bambini.
L’uomo non li perdeva d’occhio, attendeva il momento propizio, poteva pazientare come un felino in caccia, le prede erano deboli e facili da catturare, l’attesa aumentava la sua eccitazione.  Non era la prima volta e non sarebbe nemmeno stata l’ultima. Con sua sorpresa i tre ragazzini abbandonarono i loro giochi con le macchinine e gli passarono davanti ridendo allegramente; decise che quello moro con le lentiggini sarebbe stato il primo. Il destino lo aiutava, stavano dirigendosi in una zona poco frequentata.   Poco dopo Marcello spostò con forza un’asse ed entrarono nel cantiere. Uno spazio immenso si aprì dinnanzi ai loro occhi. Cumuli di macerie dove arrampicarsi, un buco enorme scavato al centro, bancali di legname, mattoni, strani attrezzi e strumenti sconosciuti, alcune baracche dove nascondersi e giocare alla guerra. Quella gru altissima che sembrava perforare il cielo, come un drago medioevale, pronto a sputare fuoco sui tre avventurieri. Erano eccitati come novelli Don Chisciotte, scatenati contro nemici immaginari.   Non immaginavano di essere seguiti.  Il cantiere disegnava un angolo un po’ nascosto alla vista dei palazzi vicini e i tre si appoggiarono contro la recinzione per spiare al di fuori.  Tutto accadde all’improvviso.   Una presa potente lo accalappiò da dietro, una mano grande e forte serrata sulle labbra, fu alzato da terra.  Angoscia, paura, terrore. Ora ricordava perfettamente gli sguardi atterriti dei suoi due compagni. Nino e Marcello erano terrorizzati da quell’ombra enorme che lo aveva  preso. Paralizzati, tremavano come foglie.  Poi udirono quella voce.  “State tranquilli, non gridate e non vi succederà nulla, sono vostro amico e non voglio farvi del male… Vi insegnerò alcune cose e poi potrete riprendere a giocare. Ma guai a voi se tenterete di gridare o scappare.”  Marcello e Nino, pietrificati, piangevano in silenzio.  Li vedeva. Il piccolo cuore appena affacciato al mondo batteva all’impazzata. La stretta di quell’uomo era troppo potente, si divincolava ma non otteneva altro che la morsa si facesse sempre più forte. Si sentiva soffocare, vide che l’uomo aveva qualcosa in mano.  Marcello, all’improvviso, tentò di fuggire ma l’uomo reagì con agilità e con un bastone colpì violentemente le gambe del bambino che cadde a terra pesantemente.  Tenendolo sempre stretto gli si avvicinò.   Altri due colpi violentissimi colpirono le gambe del ragazzino che ora sanguinava atterrito.  “Ve lo dico per l’ultima volta, non cercate più di scappare, giocheremo un po’ e poi vi lascerò andare.”  Sui pantaloni di Nino, pallido e tremante, comparve una macchia di bagnato mentre lunghe lacrime gli solcavano le guance.  Era come se il tempo si fosse fermato all’improvviso.  Il calare della sera, con quella sua commistione tra la luce del giorno che scompariva e le ombre del crepuscolo che la ingoiavano, rendevano spettrale il posto.  Dall’esterno nessuno avrebbe potuto immaginare quale tragedia si stesse svolgendo in quel cantiere edile di Lambrate. Uno dei tanti, dei cento e più cantieri che spuntavano come funghi nella periferia. Emblema del grande sviluppo economico degli anni sessanta, in quella ferita del territorio dove sarebbero poi sorti i palazzi presto abitati dalla nuova piccola borghesia italiana.  Poi tutto avvenne e terminò rapidamente. L’uomo lo appoggiò contro una catasta di legna, sempre tenendo sotto controllo i suoi due amici e gli abbassò i pantaloncini; poi quel calore, quel profondo, inarrivabile dolore. Fuoco, lampi, odore penetrante mai più dimenticato, sangue. L’abuso dell’innocenza era stato compiuto. Si ritrovò scaraventato a terra, seminudo, infangato.   Si sentiva sudicio, impolverato, non riusciva a muoversi e il dolore era molto forte.  Nino era stato a sua volta afferrato e mentre l’uomo si preparava ad abusarne accadde qualcosa, non ricordava, forse un rumore, un grido e l’uomo scappò.  Quanto tempo i tre amici erano rimasti abbandonati in quella terra di nessuno? Non ricordava, solo quando fu buio, con difficoltà e vergogna, aiutandolo a rialzarsi, i suoi amici lo accompagnarono a casa. Erano sporchi, abusati, ma, soprattutto, avevano perso il grande dono della fanciullezza. Quella macchia sudicia aveva solcato indelebilmente la loro anima. A quei tempi, la quasi totalità dei genitori non era stata ancora coinvolta dalle grandi lotte rivoluzionarie che avrebbero infiammato l’Europa e l’Italia di lì a poco.  Movimenti destinati a cambiare profondamente i rapporti all’interno delle famiglie. L’educazione era ancora molto severa. Quando arrivò a casa, avvilito e ferito nell’animo, avrebbe voluto correre tra le braccia della madre, approdare nel porto sicuro del petto del padre, ma l’unica cosa che ottenne furono due ceffoni per essere arrivato a casa tardi e tutto zozzo.  Fu mandato a letto senza cena.  Il dolore che provava era superiore ai rimproveri, ma non poté mai raccontarlo.  Da quel giorno i suoi due amici lo evitarono sistematicamente, la comune vergogna non consentiva loro di potersi avvicinare come una volta.  Cambiarono amicizie; lui, quell’anno, si rinchiuse in un ostinato silenzio e fu bocciato in terza elementare.  Il padre, per punizione, lo mandò in colonia. In estate anche le vacanze dalla nonna in Puglia furono sospese. Non ne parlò mai con nessuno, nemmeno con sua moglie, alla quale era legato da un amore totalizzante, quasi un tentativo di riscatto da quella frattura della sua storia personale. Ora quella tragedia era ricomparsa, lucidamente, nella sua mente. La memoria aveva aperto le imposte chiuse su quel ricordo, tutto era tornato dolorosamente a galla. Fu distratto dalla voce della figlia: “papà vieni, vieni in acqua con noi, è bellissimo”. Osservò teneramente sua figlia, nessuno avrebbe più dovuto subire simili ingiustizie in futuro. Si tuffò in acqua, per il resto della giornata e nei giorni successivi, quel ricordo non tornò più.

Milano – Settembre 2006
Il commissario Lorenzi stava giochicchiando con una penna seduto alla sua scrivania nell’ufficio spoglio della questura.  L’estate sembrava non avere alcuna intenzione di finire, il clima afoso del pomeriggio riempiva l’aria della stanza di umidità e lo faceva sudare.  Non riusciva a concentrarsi, il caldo opprimente e quell’indagine così penosa che stava seguendo, dopo l’arresto di alcuni migranti che si erano violentemente azzuffati in una cascina abbandonata nei pressi dell’università degli studi, lo avevano messo di malumore.  Storie di esclusione sociale, di povertà e di paura.  Uno degli immigrati clandestini era rimasto ferito piuttosto  seriamente da una coltellata sferrata da un suo connazionale. I motivi non erano chiari. La spartizione di qualche misero guadagno o la divisione di quei poveri spazi dove avevano trovato rifugio come animali braccati da cacciatori. Di “cacciatori” xenofobi e razzisti si stava riempiendo il nord del paese. Le teorie propagandate dal politico razzista di turno trovavano consenso trasversale in tutte le classi sociali, spaventate da anni di crisi economica che non sembrava voler finire.“Tutto questo è assurdo” pensava “se si continueranno a fomentare gli istinti più feroci e la paura della gente, accadrà qualcosa di terribile.”   Non erano riusciti a svelare l’identità reale dei quattro nordafricani, dopo l’arresto si erano chiusi in un duro silenzio, quello ferito era grave, ma non in pericolo di vita.  Così gli avevano riferito i suoi agenti dall’ospedale.  Rifletteva su quel lento ma continuo ed inesauribile aumento della violenza che si andava registrando in tutto il Paese, e Milano, la grande Metropoli, la città “da bere”, non ne era immune, anzi, proprio al suo interno si percepivano segnali molto preoccupanti.

Morte nel trullo
di Gino Marchitelli
2013, 353 pagine
Red Duck Edizioni
Diciottesima Edizione

Gino Marchitelli

Gino Marchitelli è nato a Milano il 23 maggio 1959. Diplomato in Elettronica nel 77-78 presso l’I.T.I.S. Feltrinelli di Milano, ha lavorato molti anni sulle piattaforme petrolifere della Saipem-ENI, per la ricerca del petrolio in mare, come tecnico elettronico. E’ attivo nel campo delle energie rinnovabili e nell’impiantistica elettrica ed elettronica.
Militante nella CGIL e in Democrazia Proletaria ha partecipato alle dure lotte dei lavoratori delle piattaforme petrolifere e alla stesura di un dossier parlamentare che contribuì allo scoppio dello scandalo ENI sul finire degli anni ’80. E’ componente del direttivo A.N.P.I. di San Giuliano Milanese. Presidente dell’associazione culturale “Il Picchio” e ideatore del sito nazionale per un’economia etica, equa e solidale www.socialmenteimpegnati.org. Componente dell’attuale direttivo A.N.P.I. di San Giuliano Milanese (MI).
Autore del noir d’esordio “Morte nel Trullo”, 2012, dei noir sociali “Qvimera”, 2013 e de “Il Pittore” Dicembre 2013 [vincitore del diploma d’onore all’opera inedita 2013 Premio Internazionale Letterario Il Molinello – Menzione Speciale Provincia in Giallo 2014 Garlasco nella Lomellina Pavese], “Milano non memoria” Fratelli Frilli Editori 2014, “Una storia di tutti” testimonianze sulle Stragi in Italia 2014, “Il barbiere zoppo – 1969 una ragazza e la scoperta della Resistenza” [vincitore del diploma d’onore all’opera edita 2015 Premio Internazionale Letterario Il Molinello] 2015 Infinito Edizioni, “Sangue nel Redefossi” Fratelli Frilli 2015, e l’ultimo “Il segreto di piazza Napoli” 2016. Ha presentato i suoi romanzi in più di 250 città italiane negli ultimi 4 anni, ed è stato finalista al premio noir Garfagnana in Giallo 2016. Vive in provincia di Milano e si rifugia spesso nell’alto Salento Brindisino a Carovigno (BR).

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7 Commenti

  1. Argomento che seppur oggigiorno se ne parla è sempre un tabù….la pedofilia, parola che ti fa tremare. Trovo interessante l’anteprima di questo romanzo e mi piacerebbe avere la possibilità di poterlo leggere.

  2. L’anteprima non me la so mangiata ma divorata tutta d’un fiato. Non sono molto amante dei gialli ma questo mi ha presa da subito lasciandomi un grande buco allo stomaco. Spero si avere la possibilità di leggerlo

  3. Un tema così delicato, una ferita così profonda che si impasta al thriller e all’azione….sicuramente un testo che fin dal prologo rivela di saper appassionare ma anche far riflettere….mi piacerebbe continuare questo viaggio…

  4. Che dire estremamente intrigante sicuramente da leggere un misto di giallo e di sentimento.
    congratulazioni all’autore .
    Barbara

  5. Ho trovato avvincente l’anteprima del libro che affronta con schiettezza uno dei temi più pesanti della nostra epoca: la pedofilia. Proprio per la gravità dell’argomento diventa difficile parlarne e l’autore sembra farlo con la giusta misura. Mi piacerebbe avere l’opportunità di leggerlo per intero.

  6. Davvero interessante già dall’anteprima questo romanzo, l’autore è riuscito a descrivere con estrema delicatezza un tema come quello della pedofilia così attuale in un mondo oggi della tecnologia e di internet, dove fatti come questo accadono ogni giorno e che all’epoca in cui sono descritti i fatti era un tabù di cui non si doveva fare alcun cenno. Complimenti all’autore per aver descritto sapientemente e senza cadere nel banale temi così toccanti che soffocano per sempre l’anima di chi li ha vissuti in prima persona.

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