Ottima quest’opera prima di Elisa Barone. Romanzo intimista, affascina e trascina nella sua “malinconica profondità”. E’ la storia di Clara, la protagonista, vissuta dall’infanzia alla maturità in una famiglia dove il dolore della madre non trova tregua per la perdita di uno dei suoi figli. E in quella casa dove non filtrano i raggi del sole, Clara cresce con un vuoto nel cuore. Con un amore mancato. Quello della madre.
Commovente romanzo, scritto di getto, dallo stile inconfondibile e dai sentimenti profondi, nutre l’anima, pagina dopo pagina, di una sorta di nostalgica malinconia, nel ricordo degli abbandoni del cuore.
“Questo romanzo non è autobiografico – spiega l’autrice – ma nasce da una suggestione avuta in uno dei miei ritorni a Salerno.”
Il romanzo è ambientato tra la Costiera Amalfitana, Vietri sul Mare e il Lungomare di Salerno negli anni ’60 e ’70, in un intreccio di esistenze segnate da un amore mancato.
Nicla Morletti
Il romanzo che non c’è ripercorre, con tratti di delicata e malinconica profondità, la storia di Clara, vissuta dall’infanzia alla maturità all’interno di una famiglia lacerata dall’immenso dolore della madre che, in seguito alla tragica perdita di uno dei suoi figli, precipita in un buio fatto di solitudine e silenzio. Il ricordo di Clara scivola leggero e penetra tra le pareti di una vita segnata da un amore mancato: quello materno, che ritorna indietro come l’eco incessante di un’assenza remota dalle finestre della sua casa, sempre chiusa alla luce del sole, e quello di Sergio, a cui la unisce un grande sentimento che vive degli istanti di un sogno lontano eppure indelebile. Elisa Barone, in questo romanzo breve, mette in scena e indaga un intreccio di esistenze animate e scandite da una memoria reale e immaginifica insieme, per cogliere fino in fondo ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere. Per andare a ritroso nel tempo e raggiungere quel luogo in cui tutto dà e insieme nega un senso al presente, quel presente in cui, di tanto in tanto, oggi come ieri, il passaggio improvviso di una nuvola oscura il cielo facendone l’inchiostro di una storia tutta da riscrivere.
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Capitolo I
Il dito indice pigiava il tasto numero cinque come mille e più volte fino a trentanni prima.
L’ascensore era lento e rumoroso come allora e, attraverso le grate del cancello e la fessura delle porticine, s’intravedeva il nome sulle porte centrali di ogni pianerottolo.
La donna non conosceva quei nomi e ne ricordava altri, spariti anche quelli insieme a ogni altra cosa divorata dal tempo.
Al quinto piano il solito sobbalzo e, poi, uscita dall’ascensore, fu investita dalla luce assolata che proveniva dalla grande finestra sulle scale.
Avrebbe voluto suonare il campanello, avrebbe voluto che la porta si aprisse, avrebbe voluto essere attesa e abbracciata e, intanto, girava la chiave nella toppa, uno, due, tre, quattro volte: varcò l’ingresso, accese la luce e sentì le braccia della solitudine avvolgerla in maniera stretta e malinconica, sentì uno struggimento che le fece capire che il dolore va sempre sepolto lontano da se stessi e che gli occhi devono essere chiusi e stretti per non vedere ciò che fa male.
Alla sua sinistra c’era la grande consolle ottocentesca; lo specchio dorato le rimandò il suo viso così diverso da allora.
Gli anni avevano trasformato la sua bellezza.
Non c’erano più i capelli lisci e neri, non c’era il volto tornito ma sfilato, non c’era più lo sguardo sognante, ma gli occhi e il sorriso di una matura signora bionda e ben tenuta ricordavano vagamente la ragazza che aveva vissuto in quella casa.
La donna mosse i passi verso la porta chiusa del salotto: la porta era sempre stata chiusa; dalle persiane abbassate filtrava un po’ di luce.
Si avvicinò al balcone, aprì la tapparella lasciandola a metà e ricordando le parole di sua madre: “Non fare entrare il sole!”. Già, “non fare entrare il sole!”. Non le aveva mai chiesto perché; forse aveva sempre sentito dire che il sole rovina le tappezzerie o aveva sempre capito che il sole non è amato da chi non sa cosa voglia dire averlo dentro, apprezzandone la luce e il calore. I grandi divani di velluto rosso erano intatti, l’argenteria nella solita posizione e le dame di porcellana di Capodimonte riuscivano ancora a sorridere collocate sul nero pianoforte muto come il resto della casa.
Mentre si avviava nel buio del corridoio verso le altre stanze, avvertì un senso di inquietudine e accese la luce nel soggiorno, quasi impaurita.
Le poltrone vuote di fronte al televisore, le procurarono una desolata emozione; decise di rifiutare la proposta di suo fratello di rimanere per quei giorni a dormire nella casa dei genitori.
Sarebbe andata nell’albergo in fondo al lungomare, lì dove si spingeva con la bicicletta quando era bambina.
Riprese il borsone adagiato nell’anticamera sul pavimento, cercò nella borsa il biglietto che le aveva lasciato il tassista, compose il numero e richiuse la porta, lasciando la casa alle sue spalle, per sempre.
L’albergo era più piccolo di come lo ricordava, la spiaggetta del lungomare era sempre la stessa e anche il colore del mare in quella zona aveva le solite sfumature azzurro chiaro. Lasciò il bagaglio e si incamminò sul lungomare; poco dopo, nella zona più centrale, la gente si trasformò in folla.
Attraverso la folla, lei vide in lontananza avanzare verso sé, una signora bruna, pallida, che aveva per mano una bambina di 6 -7 anni.
La signora era bella, aveva le labbra dipinte di rosso, indossava un lungo cappotto grigio, un cappello nero le copriva il capo, sulle spalle aveva come stola due pelli di volpe argentata con occhi di vetro azzurro.
La bambina indossava un cappottino rosso, sbottonato, che faceva intravedere una gonnellina scozzese con su un golfino bianco. La bimba aveva, appoggiato al braccio destro, sostenendolo con la mano, un bambolotto con un vestitino bianco… bianco? Bianco? No, non era bianco, era azzurro il vestitino del bambolotto.
Le due la oltrepassarono senza guardarla: lei le seguì con lo sguardo mentre bussavano al portone n. 34.
Di lì a poco, una ragazza con un vestitino nero e un grembiulino bianco, apriva il portone.





Un tema difficile e doloroso, che da particolare diventa universale.
Da genitori smettiamo di essere persone?
Dobbiamo proteggere chi amiamo dal nostro dolore o possiamo viverlo?
Che responsabilità abbiamo nei confronti dei nostri figli?
Da figli, pretendiamo o capiamo?
E davvero eccezionale la scrittura in modo di come descrivere i fatti. Spero di leggerlo presto
La cosa che colpisce immediatamente in questo libro, sin dall’anteprima, è lo stile utilizzato dall’autrice nel mettere il lettore davanti alla cruda realtà che si appresta a raccontare. Le brevi frasi, una riga, al massimo due, costringono a soffermarsi a riflettere. Ricostruire a mente la scena che quella frase istiga a pensare, come un regista davanti al vuoto di una creazione scenica che, forse, la macchina da presa riuscirà solo in parte a riprodurre. Dettagli descrittivi che si accavallano e incuriosiscono sul prosieguo della storia… non rimane che avere tra le mani il romanzo intero ed immergersi nella creatività letteraria… Leggi il resto »
La perdita di un figlio non si dovrebbe mai vivere, ferma tutto a quando c’era lui, ci si scorda che la vita continua e restano le persone che hanno ancora bisogno delle nostre attenzioni. Romanzo toccante e commovente che mi piacerebbe approfondire.
I miei genitori sono entrambi salernitani, hanno perduto un figlio e io da sorella/altra figlia ho vissuto un’altra faccia di una medaglia, della quale tutti guardano solo la prima: “poveri genitori, hanno perso un figlio”.
E io?
Ora che sono madre capisco molto meglio cosa può significare perdere un figlio, ma non dimentico me stessa, il mio dolore.
Non so se mi farebbe piacere riaffrontare un tema simile dopo tanti anni…ma sembra un libro scritto con maestria. Forse, se lo ricevessi, potrei leggerlo astraendomi e facendo finta di essere un lettore semplice senza implicazioni personali riguardo al tema.
Gentile Nicoletta
potrò chiedere
il tuo indirizzo a manualedimari.
Abiti ancora a Salerno?
Non vorrei però che il testo
turbasse l’animo ulteriormente
anche se,a mio parere,il passato
non passa indipendentemente da ciò
che ce lo ripresenta, sia pure attraverso
un racconto.
un caro saluto
Il passato è uno zaino sulle spalle, che pesa tanto all’inizio, e poi si fa l’abitudine a portarlo, tanto che a volte si dimentica di averlo.
Poi a volte si può sbirciare dentro, e guardare quelle esperienze che non fanno più male.
Io sono cresciuta in provincia di Roma.
Grazie per la risposta.
Ammetto che non conosco l’autrice, ma i presupposti per apprezzarla ci sono. Tutti, prima o poi, ci troviamo a vivere situazioni malinconiche e tristi legate ad un amore mancato che ci conduce al distacco, al silenzio e alla solitudine… Come risponderà Clara? Sarebbe bello leggere questa storia.
Ciao Elena,
spero di riuscire
a farmi conoscere
Non conosco l’autrice, ma dal poco letto qui, posso già dire che mi piace lo stile. La storia, tra l’altro, mi sembra molto interessante!
Ciao maria
di questo libro
ho conservato poche
copie .
Spero di farmi conoscere
In bocca al lupo
Amo la scrittura dell’ autrice…con le due parole, il suo modo di esporle, di raccontare, ti fa entrare nel suo mondo… quello che vuole raccontarci, trasmetterci e regalarci. Questa anteprima è molto bella ma soprattutto delicata ed emozionante.
Grazie cara Elisa per le sue opere.
Grazie a te,Annamaria
Argomento difficilissimo quello della perdita di un figlio per una madre. Sono una madre ed è lacerante solo l’immaginazione di ciò che può essere. Non da meno la sofferenza degli altri componenti la famiglia. Ho vissuto da vicino uno strazio come questo e la lettura di questo libro potrebbe solo in parte dare risposta ai tanti silenzi ed inappropriati tentativi di comunicare.
Commuovente. Ancora una volta i miei complimenti ad Elisa Barone
Ciao Chiara.
Forse è capitato di contattarci
Grazie per l’apprezzamento.
Mi fa piacere che lo ricordi anche Lei…assolutamente si. Spero non sia l’ultima volta neanche questa
Un’anteprima molto coinvolgente, toccante fin da subito per la perdita di un dolore forte, spero di poter approfondire di più la vita di Clara e questa malinconica profondità.
Spero anche io
di poter far leggere
il libro.
Grazie
Il dolore di una perdita, il dolore di una mancanza sono segni indelebili nell’ anima.
Ma a volte determinano un carattere distintivo, una sensibilità unica.
Un primo capitolo che mi ha catturata.Una trama toccante
Grazie,Anna
❤️
Un romanzo intrigante e travolgente, con una trama di dolore che sicuramente incuriosisce il lettore. il primo capitolo mostra una scrittura profonda, triste e amareggiata. Vorrei sapere di più in merito alla storia di Clara, alla sua sofferenza e alla mancanza dell’amore materno, un dolore che purtroppo provano molte persone.. sono molto incuriosita.
Ciao federica
ti ringrazio per aver letto
incipit
Non so cosa aspettarmi da questo romanzo, ma già leggendo l’anteprima mi sono sentita molto vicina alla protagonista, provocandomi un senso di vuoto per la sua sofferenza. Da una parte c’è una madre che vive per anni in lutto, in silenzio e facendo soffrire chi le sta intorno in modo indiretto; dall’altra c’è Clara, che vive di una mancanza d’affetto a causa della sofferenza che la madre prova per la perdita del figlio. Tante saranno le emozioni che questo romanzo ci lascerà e spero davvero di poterlo leggere.
Grazie
Fatima per l’attenta analisi delle prime pagine.
Una storia malinconica ma piena di amore da leggere e riflettere.
Ciao Cristina,
sicuramente
amore e malinconia
permeano le pagine
del piccolo romanzo.
Grazie