Una terra d'ombre di Gino Zanette

Una terra d’ombre di Gino Zanette è un inno al Veneto, al suo passato contadino solido e faticoso, alla sua terra grassa e feconda

Quindici racconti in lingua mista, in cui l’italiano si fonde spesso con il dolce e cantilenante dialetto, che giocano con il passato e il presente.
Leggendo queste pagine scopriremo segreti inconfessabili, trascorreremo lunghe notti di angoscia, condivideremo desideri e paure e ci troveremo spesso faccia a faccia con un destino crudele, indomabile e a volte incomprensibile. Fra i protagonisti ricordiamo il contadino Toni, buono, semplice, sposato con Nina, che pensa, a volte, ancora a Caterina. A Venezia incontriamo Fulvio che vuole staccare da una vita stressante per qualche giorno, ma che invece troverà un’amara sorpresa ad attenderlo. Conosciamo Stópa, ragazzo senza famiglia e senza dimora, adottato dalle famiglie contadine per le quali svolge lavoretti saltuari, e che rimarrà fino alla fine un ragazzo puro, dall’animo limpido e dal cuore infinitamente buono.

Anteprima dell’opera

LA PROVA

Non è stato facile fissare questo incontro. Per ottenerlo ho dovuto mentire sulla mia identità. Mi aspetta nella hall dell’albergo. Mentre mi avvicino perdo tutta la baldanza che mi ha fatto arrivare fino a qui. Vorrei tornare indietro ma è troppo tardi: mi ha visto.
Per fortuna noto subito che dev’essere in una delle sue giornate d’incolpevole gaiezza.
Lo conosco troppo bene per sbagliarmi. Se è così, è la conferma che non è là per me. Evidentemente è l’altra che sta aspettando: l’identità che mi sono scelta. D’altronde sono in anticipo di mezz’ora sull’appuntamento. La finzione quindi è riuscita. Mi crede lì per caso.
Mi tranquillizzo, forte della consapevolezza di aver fatto centro.
Non lo vedevo da tre anni. L’ultima stretta di mano sulla porta dello studio legale dove era calato il sipario sul nostro matrimonio.
«Ma che sorpresa incontrarti qui, e proprio a quest’ora». Rabbrividisco per quel ‘proprio’ su cui mi pare appoggi ostentatamente la voce, sempre calda e suadente. «A quest’ora eri sempre in ufficio» continua sfiorandomi appena la guancia con le labbra che sanno di caffè. Recita, come al solito. E dissimula la sorpresa con galante disinvoltura.
«A quest’ora?» la voce che mi esce non pare più la mia.
«Be’» fa lui, accompagnandomi con un vago gesto verso la reception «non lo vedi l’orologio? Sono le undici e mezza. Non lasciavi mai il tuo posto di comando durante l’orario di lavoro, una volta. Mai. Dovrà trattarsi di un avvenimento eccezionale».
Ho l’impressione che, mentre parla, muova lo sguardo intorno con un po’ di circospezione. E mi meraviglio, conoscendo la sua compitezza formale ma immancabile, che non mi chieda d’accomodarmi o di bere qualcosa. È solo fretta di sbarazzarsi di me per l’altra?
«Sono qui per lavoro» gli dico a bassa voce, tentando di usare un tono faceto «ma non dirlo a nessuno, soprattutto ai tuoi amici». Conosco il loro sarcasmo su quella che ritengono una mia eccessiva rigidezza in famiglia e sul lavoro.
«Lavoro?» sogghigna lui. «Ma non hai le tue scagnozze da sguinzagliare per prenotare alberghi e ristoranti. O non ti fidi più?»
«Si tratta dei cinesi. Una delegazione d’alto livello. E preferisco occuparmene io» butto là improvvisando. I cinesi ci sono ma Clelia, la mia segretaria, li ha già sistemati in un albergo a più stelle rispetto a quella specie di colorito scantinato in cui mi trovo.
«E tu?» gli chiedo senza guardarlo in viso, quasi distrattamente.
«Io, cosa?»
Un tremolio lieve mi sta intanto salendo dalla punta dei piedi ai polpacci. È il segnale dell’arrivo di uno dei miei frequenti attacchi di panico. Stringo forte, a pugno, le mani che sento fredde, battendomele contro le cosce come si fa d’inverno per riscaldarle.
«Che c’è? Non mi dirai che hai freddo?» E mi prende la mano destra fra le sue, iniziando a strofinarla.
A quel tocco ricordo, con angoscia, il mattino di tre anni prima in cui tutto era precipitato. Era appena rincasato, dopo aver passato la notte con lei. Lui aveva negato, come sempre, accarezzandomi la mano come adesso. Io non avevo le prove ma non accettai più di vivere insieme. Pur di finirla volli il divorzio assumendomene anche la colpa. Per questo, oggi, avevo inscenato la pazzia di procurarmi almeno una volta e per sempre la prova.
Perdendo un po’ la testa, in un gesto inconsulto, afferro le sue mani e gliele sbatto sul viso.
«E tu, allora?» gli grido. La voce esce come un rantolo disumano. «Sì tu, allora che cazzo ci fai qui, in questo albergo di terz’ordine? Che cazzo ci fai? Me lo vuoi spiegare?»
Lui si spaventa, stupito soprattutto dalla mia volgarità e dalla violenza della voce.
«Io… Io…» Impallidendo si guarda intorno, sorridendo, come per minimizzare l’accaduto, verso i pochi clienti che s’aggirano nella hall. «Ti prego, ti prego». La voce sta diventando supplichevole e mi fa un effetto strano. Non è da lui. «Non facciamo uno scandalo!» E nel dire questo mi trascina verso due poltrone appartate, cercando di rabbonirmi. «Per che cosa, poi?» mi sussurra, infine. È preoccupato, si vede. Ma solo per chiudere in fretta quell’incontro che lui crede fortuito.
L’ora dell’appuntamento ormai incombe, lo sappiamo tutti e due. In silenzio, per un po’, ci scrutiamo.
Ci scuote l’orologio che batte le dodici.
Dopo alcuni secondi di silenzio sentiamo la porta d’ingresso aprirsi, una ventata d’aria carica di un nauseante profumo di viole ci avvolge. È lei.
«Buongiorno, signora Laura» si affretta a salutarla l’addetto alla reception. La donna non si accorge di noi. Si dirige disinvolta verso il banco, ritira una chiave e s’infila nell’ascensore.
È allora, finalmente, che lui per la prima volta da quando lo conosco, mi guarda con gli occhi di un cane bastonato.
«Muoviti! Che aspetti?» lo aizzo con rabbia. «L’appuntamento di Laura l’ho preso io. Sì, io. Ho dovuto usare il suo nome, e con lei un biglietto dei tuoi. Perché era l’unico modo per incontrarti e avere di persona la prova che sei ancora, come allora, uno stronzo».
Lui si alza, quasi barcollando, e dopo aver fatto due passi, si gira verso di me. Il suo volto, per lo sforzo di controllarsi, diventa paonazzo. Mi sfiora il viso con l’indice puntato sibilandomi: «La prossima volta che ti trovo, ti ammazzo».
Ma, per fortuna, non ci sarà una prossima volta.

Una terra d’ombre
di Gino Zanette
Copertina flessibile: 240 pagine
Editore: Antonio Tombolini Editore (31 maggio 2017)

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Gino Zanette

Nasce a Godega di Sant’Urbano (TV) da modesta famiglia di agricoltori, e qui tuttora risiede, in frazione di Pianzano. Sposato con Da Re Nelly. Ha due figli, Alessandro e Rossana. Una vita come impiegato e, poi, direttore amministrativo in aziende private. Ora pensionato. Fin da giovane, pur occupandosi di politica (Sindaco dal 1960/64), ha sempre studiato e amato la poesia (Segnalato al Premio di Poesia Gastaldi, già nel 1953 e 54) e il teatro. Nel 1972 gli viene conferito l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica. Pluripremiato e segnalato in recenti Concorsi di Poesia in lingua e dialetto. Molte sue poesie e alcuni racconti sono stati pubblicati su antologie e riviste letterarie. Nel 2006 ha pubblicato un volume di poesie giovanili dal titolo Il tempo dei bucaneve per l’Editrice Libro Italiano di Ragusa. Nel 2011, 2013 e 2016 sono uscite tre raccolte di poesie dal titolo Calycanthus, Ora che il vento e Liriche e sonetti sparsi , Libri premio Edizione Montedit, Melegnano (MI). Nel 2012, per le Edizioni GDS di Vaprio D’Adda (MI) ha pubblicato il libro di narrativa I racconti della tiglia (3° classificato per Libro edito di Narrativa al Concorso “San Carlo Borromeo, MI 2014”). Nel 2017 la seconda parte di racconti in Una terra d’ombre, Antonio Tombolini Editore, Collana Officine Marziani.
L’altra sua grande passione è il teatro, di cui negli anni ha approfondito lo studio e la pratica, attraverso seminari e un’intensa attività amatoriale di autore e regista. Ha scritto alcune commedie, tuttora inedite in lingua: Ombre sul giardino, I fuochi delle case (2° premio al Concorso Letterario “Don Luigi di Liegro – Roma. 2009) e Sette per otto; in dialetto veneto: Un dhènero pitòc, La mujér del sacrestàn e Facéta nera), pubblicate nel 2016 in Un teatro par rìder, Edizione Centro Studi Tindari Patti (ME). Alcune commedie sono anche state e sono tuttora rappresentate con successo. Regista della Compagnia Amatoriale “Piccola Scena” di Pianzano dal 1982 al 1995 e della “Ponte Priula Teatro” dal 2002 al 2012 e suo attuale consulente artistico; dal 1996 al 2012, regista e docente di lettura e attività teatrale all’Università Adulti e Anziani di Conegliano.

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7 Commenti

  1. Storia e dialetto: credo che non ci sia un connubio migliore di questo. Il tutto sembra essere rafforzato dalla vita contadina dalla quale abbiamo molto da imparare. Spero di avere l’onore di leggere questo testo.

  2. Sembra la tipica storia di tradimento…eppure c’è della suspence. Sarei curiosa di sapere come va a finire!

  3. La storia, il passato, le tradizioni, i ricordi, mi piacerebbe leggerlo e se possibile averne una copia omaggio. Grazie

  4. CIAO MI PIACEREBBE MOLTO RICEVERE UNA COPIA DEL LIBRO IN OMAGGIO SOPRATTUTTO PER IL MOTIVO CHE MI SONO STANCATA DI LEGGERE SOLTANTO LIBRI IN ITALIANO VORREI ANCHE LEGGERE QUALCOSA IN ALTRE LINGUE O IN DIALETTO.
    (SOPRATTUTTO PERCHè NON LO CONOSCO MOLTO BENE E VORREI IMPARARLO MEGLIO)

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      La Redazione

  5. Non sono veneta ma trovo interessante che si voglia trasmettere la cultura, l’io delle persone e le tradizioni attraverso dei racconti. Mi piace poi il fatto che siano davvero sprazzi di vita vera. Spero di avere l’onore di leggerlo.

  6. Quindici racconti che si leggono in una notte. Aspettando l’alba per non distrarsi. Gino Zanette in essi ha travasato la genuinità contadina e i segreti dell’animo di sempre.
    Un’ antologia che spero di leggere e commentare a dovere.

    Gaetano

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